Cominciamo da George Ford: 33 anni tra un mese (il 16 marzo) ma da sempre costretto a portare la croce. Ha vestito la maglia dell’Inghilterra 108 volte (centootto!) ma è quasi sempre stato sotto la lente di ingrandimento.
Di lui, più di recente, si ricordano la straordinaria prestazione contro l’Argentina, nella prima giornata del Mondiale 2023 in Francia, e quella contro gli All Blacks a novembre.
A questo Sei Nazioni era arrivato come il padrone assoluto della maglia numero 10, nessuno parlava più della concorrenza dei due Smith, Marcus e Fin.
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E poi, a Murrayfield, ecco l’errore che non ti aspetti, non da uno come lui. Mentre la squadra è in inferiorità numerica per il rosso a Henry Arundell e sta faticosamente cercando di rimontare un distacco di 11 punti, dopo essere stata sotto 10-24 al riposo, Ford opta per un drop affrettato e con il senno di poi anche un po’ troppo azzardato nei 22 metri avversari. Matt Fagerson ribatte il pallone, lo recupera e passa a Huw Jones, che si invola verso la meta: 13-31, bye bye Calcutta Cup.
Sette giorni dopo, a Twickenham, contro l’Irlanda, il numero 10 dei Sale Sharks non riesce per due volte a mandare la palla in touche in occasione di altrettanti calci di punizione. Due opportunità sfumate che costringono fin dall’inizio l’Inghilterra a pedalare in salita.
21 Febbraio 2026: a Twickenham l’Irlanda batte i padri di casa con il più ampio margine di tutti i tempi – ph. Ramsey Cardy/Sportsfile (IRFU)
Steve Borthwick, prima del riposo, manda in campo Marcus Smith, ma ad essere sostituito è Freddie Steward, non il mediano di apertura in giornata opaca. Gli irlandesi conquistano la più larga vittoria della loro storia in casa degli inglesi e le 12 vittorie di fila con le quali la formazione della Rosa si era presentata (da favorita?) al Sei Nazioni fanno già parte dei ricordi di un passato che pare un’illusione lontana.
I tifosi e gli esperti mugugnano e sul banco degli imputati finisce l’allenatore: gioco troppo unidimensionale, nessuna capacità di variare lo spartito, approccio morbido e distratto sia contro la Scozia (0-17 al 14’) che contro l’Irlanda (0-22 alla mezz’ora).
Nell’arco di una settimana sono scomparse tutte le certezze della squadra: quelle della difesa e del gioco aereo, la consistenza della touche (il tallonatore Luke Cowan-Dickie sostituito con l’Irlanda alla mezzora del primo tempo), al largo si sono aperti spazi impensabili e i vari Kyle Steyn, Huw Jones, Robert Baloucoune ne hanno approfittato, liberi di scorrazzare come topi in cantina.
Jamison Gibson-Park è stato un tormento finché è rimasto in campo, a 10’ dalla fine, e, la settimana prima, Finn Russell era risultato imprendibile con la sua valigetta di trucchi, accelerazioni e giochi di prestigio. Svanita anche la disciplina: in tre partite 6 cartellini gialli (due dei quali trasformati in rosso) e 36 falli. E Maro Itoje, nel giorno del suo 100° cap, è parso d’improvviso stanco e senza leadership.
Ora Borthwick ha davanti a sé due possibilità: battere l’Italia e la Francia, entrambe in trasferta, e archiviare le sconfitte come due partite nate male, capitano a tutti, sottolineando che il Sei Nazioni 2026 è stato il più pazzo di sempre: scagli la prima pietra chi non ha trovato il suo momento nero. Oppure affondare. chiudendo il torneo con una sola vittoria, quella ottenuta contro il Galles, nella prima giornata. A quel punto nessuno sa cosa potrebbe succedere nelle stanze della RFU nelle settimane successive all’ultima giornata.
Nella foto del titolo, Maro Itoje lascia sconfitto il prato di Twickenham Photo by Brendan Moran/Sportsfile (IRFU)
