Si può partire dal 71-48 di Northampton-Bath, 11-7 le mete, per provare a dipingere un affresco – in acrilico, i colori a olio non usano più – sul rugby che stanno costringendoci a traversare, pronti ad accusare di nostalgia – come fosse un peccato o una perversione – chi sorride pensando al tempo in cui una meta era una rara avis e per calciare una punizione non c’era il tee. Una buchetta e via.
In realtà il dibattito sui cambiamenti in atto è poco proponibile: tutti i giorni giungono ukaze di World Rugby che, come è noto, ha il serio e costante pensiero rivolto alla sicurezza e alla salute dei giocatori. Sono professionisti, si sa, e qualche partita in più non può procurare soverchi danni. E così dopo il crocodile stanno per entrare nell’elenco delle mosse proibite l’hip drop e il knee drop.
Partiamo dal secondo: come diciamo nella mia città, quelli di World Rugby hanno scoperto l’umidità nel pozzo. Nel senso che chi è a terra, pur anche con un ginocchio, non può placcare. Va be’, è sempre meglio precisare.
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Quanto al primo, da non confondere con un antico stile jazz anni Quaranta e Cinquanta, verte sul placcaggio da dietro o laterale con il peso del placcatore che può andare a danneggiare gli arti inferiori del placcato. Questa, almeno, è la spiegazione di ciò che verrà messo in atto dal 1° novembre. L’idea è che restino solo i placcaggi frontali, dominanti, con il corretto uso delle braccia.
Addio a quell’unica, meravigliosa e sporca meta (che oggi verrebbe annullata dopo lunghi conciliaboli) e addio anche a quelle meravigliose zuffe che, meglio precisare, non sono quelle delle incisioni ottocentesche che possono esser rinvenute rovistando nelle cartelle di vecchi antiquari londinesi, ma le riprese televisive rintracciabili su internet, di gloriosi match dell’ultimo trentennio del XX secolo. Le stagioni delle sfilate primaverili e autunnali delle maglie in cotone robusto.
Il mondo è una burla, cantava Falstaff. Già, proprio così. Sennò non si spiega come tutti i grandi club e le nazionali di peso, dell’uno e dell’altro sesso (mi è scappato, si dice genere…) si dotino di luminari versati nello studio della difesa. Nell’uno contro uno, avanzante, ripiegante, rovesciata, pronta all’inversione a U. Il risultato di questo magistero è il risultato alla prima riga: 71-48, un punto ogni 45”, una meta ogni quattro minuti e dieci secondi. Un caleidoscopio dove le pietrine girano vorticose, un quadro di Pollock (Jackson, non Henry…), il regno e l’impero di highlights che diventano sempre più lunghi.
Come diceva una vecchia canzone irlandese, prima che chiudano la bara date un ultimo bacio a Rosin the Beau.
