Nel rugby internazionale la continua evoluzione è più di una pretesa di eccellere, è una regola di sopravvivenza: con ogni staff tecnico che si dedica a studiare il modo di attaccare e difendere dei prossimi avversari con dovizia di dettagli, mutare periodicamente alcune delle proprie caratteristiche diventa una necessità.
È il caso della Francia, che al Sei Nazioni 2026 ha dimostrato di aver affinato un nuovo sistema offensivo sperimentato durante la finestra internazionale d’autunno.
Chi mastica un po’ di gergo tecnico saprà che generalmente i sistemi offensivi delle squadre vengono descritti con una sequenza di numeri che assomiglia un po’ ai moduli calcistici, ma che invece descrive la distribuzione degli avanti sul campo nel corso delle fasi d’attacco: una delle strutture più classiche è la 1-3-3-1, nella quale due gruppi di tre avanti giocano al centro del campo mentre sui lati sono presenti un paio dei giocatori di mischia più rapidi e prorompenti; la Nuova Zelanda ha utilizzato a lungo una struttura 2-4-2; più di recente diverse squadre hanno optato per una serie di strutture più fluide, difficilmente riassumibili in delle sequenze numeriche, ma sempre basate sulla distribuzione degli avanti in tutta la larghezza del campo.
Se si dovesse descrivere invece la struttura offensiva della Francia di questa stagione si dovrebbe parlare di 8-0, perché tutti gli avanti vengono utilizzati nella zona centrale del campo, tra le due linee dei 15 metri. I giocatori pesanti si distribuiscono generalmente in due pod da quattro giocatori o in uno da cinque e uno da tre, andando a sfidare la difesa per linee dirette. Molto spesso agiscono non innescati dal mediano di mischia, ma in particolare dai due playmakers della squadra, l’apertura e l’estremo, in queste settimana Matthieu Jalibert e Thomas Ramos.
Questo tipo di soluzione strategica, mutuato dal Tolosa, calza a pennello per le qualità del XV de France, che ha un pack abrasivo, fisico e pesante e dei trequarti estremamente rapidi e pericolosi quando hanno campo per giocare. L’idea fondamentale, infatti, è di una semplicità quasi disarmante: avanzare con i grandi e grossi al centro per lasciare lo spazio di giocare fuori ai veloci.

Al tempo stesso, richiede qualità di livello assoluto. In primis ai due playmakers, che hanno il compito di attaccare per primi la linea e devono essere in grado di eseguire letture e passaggi a ridosso della difesa, ma anche agli avanti, che devono possedere ottime qualità di comprensione del gioco, capacità di adattamento e mani morbide. Caratteristiche messe perfettamente in mostra in queste prime due partite del Sei Nazioni: basti pensare alla clamorosa meta segnata all’Irlanda dal concerto del trio Gros-Guillard-Ollivon.
I pod, ovvero i piccoli gruppi di giocatori che agiscono assieme sul campo, nascono come terzetti di avanti deputati soprattutto a portare avanti il pallone. Il ricevitore del pallone all’interno del pod di solito ha un numero di opzioni a propria disposizione: attaccare in prima persona, servire un passaggio corto a un compagno vicino o passare dietro la schiena di quest’ultimo a un trequarti che agisce sulla seconda linea d’attacco.
Quando i pod diventano a quattro o addirittura a cinque giocatori, però, queste opzioni si moltiplicano. C’è una maggiore incertezza su chi possa essere il ricevitore del pallone e un numero maggiore di azioni che il medesimo ricevitore può poi eseguire, sempre tenendo conto di un trequarti che agisce alle spalle dei propri avanti.

Avere più opzioni è chiaramente positivo, ma poi si devono avere le qualità per sfruttarle, in particolare quando si tratta di capire in un battito di ciglia come poter essere utili, se andare in sostegno o meno, quale linea di corsa tenere: in un sistema così c’è poco una struttura, ma poco è predeterminato, molto è lasciato all’interpretazione dei singoli. La Francia in questo è maestra, perché da sempre coltiva un DNA tecnico dove la lettura delle situazioni è un bagaglio che ogni giocatore si costruisce fin dalla gioventù. Ed ecco che infatti i transalpini hanno anche rispolverato l’insistenza sulla continuità diretta che era parzialmente scomparsa dai palcoscenici del rugby internazionale.
Fabien Galthié aveva incominciato la propria avventura alla guida della nazionale francese con l’ossimoro del jeu de depossession: noi vi calciamo il pallone là in fondo, provate a riportarlo di qua se ci riuscite. Poi, dopo la prematura uscita dalla Rugby World Cup casalinga, ha saputo cambiare approccio, insieme a uno staff parzialmente modificato. Per cambiare c’è voluto del tempo, ma oggi, grazie anche a uno stato di forma dei suoi interpreti semplicemente pazzesco, sembra aver finalmente raggiunto il pieno funzionamento di un rugby che si ricollega pienamente alla tradizione della palla ovale francese. La prossima domanda è: chi riuscirà a far inceppare gli ingranaggi?
