Le principali agenzie di scommesse indicano la Francia come squadra favorita per vincere il Sei Nazioni 2026, ma l’Inghilterra dovrebbe essere la squadra considerata in pole position per il titolo finale.
Sebbene sia ovvio che i transalpini rappresentano una delle squadre candidate alla vittoria e che abbiano sulla carta maggiori possibilità di Irlanda, Scozia, Galles e Italia, la squadra che porta la rosa rossa appuntata sul petto può legittimamente ambire a riportare il trofeo a Londra dopo sei anni dall’ultima occasione: sarebbe la quarantesima vittoria complessiva dal 1883 a oggi.
Le motivazioni di base sono due: l’equilibrio nella rosa della squadra e il modo in cui hanno perfezionato il proprio modello di gioco durante la finestra internazionale di novembre.
Altro su ALLRUGBY:
→ Scozia verso l’Italia. Gregor Townsend: “A Roma c’è sempre un’atmosfera unica”, di David Barnes
→ Luca Bigi: a Reggio 80 anni di storia, di Gianluca Barca
→ Kalvin Gourgues è pronto, di Lorenzo Calamai
L’Inghilterra ha un ampio gruppo di giocatori esperti: Jamie George e George Ford hanno 105 caps ciascuno, Maro Itoje, Ellis Genge, Henry Slade, Elliot Daly hanno oltre 70 presenze. Nessun’altra squadra ha un gruppo di veterani così ampio. A questi si abbina poi uno zoccolo duro di giocatori affermati: la terza linea titolare, ad esempio, gravita tutta attorno ai 50 caps (Curry 65, Earl 46, Underhill 45).
L’esperienza, però, non è presente a discapito della gioventù: l’età media di poco superiore ai 26 anni è una delle più basse tra le rose di questo Sei Nazioni. I giocatori di più fresco arrivo sul palcoscenico internazionale hanno un livello di talento davvero interessante e la rosa potrà arricchirsi durante il Torneo di quei giocatori che in questo momento si trovano in raduno, ma che stanno recuperando da un infortunio: l’apertura Fin Smith, titolare nel Sei Nazioni dello scorso anno; il centro Ollie Lawrence, importante apriscatole di difese avversarie; l’ala Tom Roebuck, a novembre eccezionale sotto i palloni alti.
La costruzione di un gruppo così equilibrato pone gli inglesi in vantaggio rispetto alla concorrenza: l’Irlanda, tra infortuni e chilometraggio, sembra attraversare un momento di doloroso, seppur parziale, ricambio; la Francia ha il più alto numero di esordienti in rosa, ma soprattutto da qualche tempo sembra non avere più un pacchetto di avanti capace di imporsi regolarmente; la Scozia inizia ad avere a che fare con il passare degli anni della propria golden generation.
In più, lo scorso novembre l’Inghilterra è apparsa una delle squadre più in forma del momento. Ha vinto tutte le partite, compresa una impressionante affermazione a Twickenham sugli All Blacks. Oltre ai risultati, sono state le convincenti prestazioni a conferire una grande senso di solidità e legittima ambizione a questa squadra.
La squadra allenata da Steve Borthwick funziona come una pentola a pressione. Con fiducia nei propri mezzi e fede devota nel proprio piano di gioco, l’Inghilterra cuoce gli avversari aumentando costantemente la pressione nei loro confronti. Ha un’ampia batteria di ottimi giocatori di rimessa laterale (Itoje, Chessum, Coles) capaci di far venire il mal di testa a qualsiasi allineamento. Ha lavorato duro per rendere la mischia ordinata un solido strumento di insistenza. Usa in maniera sistematica il piede, sia per mettere palloni alti sotto i quali dominare con i propri giocatori (Steward è fortissimo in aria, si sa, ma ci sono anche Freeman, Daly, Feyi-Waboso) sia per guadagnare territorio e costringere gli avversari nei propri 22 metri. E a capo di tutto c’è un vero e proprio professore universitario del gioco, George Ford, che si occupa di gestire le mosse dei compagni come un capitano di vascello in una battaglia navale settecentesca.
È un tipo di rugby che calza perfettamente con le richieste del gioco odierno e che è destinato a mettere la squadra sempre nelle condizioni migliori per potersi giocare la partita.
Certo, ci sono anche degli ostacoli da superare e delle potenziali criticità. La prima montagna da scalare è quella che vede l’Inghilterra giocare lontano da Twickenham tre partite: il potenziale scontro decisivo contro la Francia all’ultima giornata, la sempre complessa trasferta a Murrayfield e il non banale viaggio a Roma, dove Gonzalo Quesada fa sempre più fatica a celare di voler tendere un imboscata agli albionici.
Visualizza questo post su Instagram
In passato, poi, George Ford è stato un giocatore rimasto ai margini del rugby internazionale perché in fase di non possesso veniva messo nel mirino dalla manovra offensiva avversaria, isolandolo per sfruttarne la relativa solidità difensiva.
Infine, un po’ per DNA, la squadra inglese ha storicamente dei limiti quando si tratta di cambiare piano in corsa. Fino a che le cose funzionano come sono state previste, è in grado di superare qualsiasi ostacolo: a novembre la Nuova Zelanda è andata in vantaggio 12-0, ma l’Inghilterra ha mantenuto la fiducia nel proprio piano di gioco e ha funzionato sul complesso degli 80 minuti. Il Sei Nazioni però è un torneo imprevedibile: gli staff tecnici studiano ogni partita fino al più piccolo dettaglio e ritagliano le partite sul singolo avversario, il clima del tardo inverno fa la sua parte, le emozioni cambiano le carte in tavola. Non è raro incappare in una giornata dove quello che si è preparato non funziona, e l’Inghilterra non è la squadra migliore del mondo per riuscire a cavarsela in queste situazioni.
Jamie George, che era al lancio del Sei Nazioni 2026 in luogo del capitano Maro Itoje (lutto familiare, ha di recente perso la madre), è stato piuttosto chiaro: “Non ci possiamo nascondere, siamo in un buon momento. Abbracciamo le aspettative su di noi perché sono una gratificazione per quello che abbiamo fatto e ottenuto ultimamente, ma ci tengono anche con i piedi per terra perché sappiamo che non possiamo dare niente per scontato e basarci sulle prestazioni del passato.”
“Sappiamo che se saremo la stessa squadra che siamo stati per le ultime 11 partite [quelle giocate nel 2025], non sarà abbastanza per vincere. Dobbiamo lavorare per diventare migliori, alzare lo standard, giocare a un’intensità superiore e in un modo di cui essere orgogliosi.”
Tradotto dallo sportivese: saremo soddisfatti soltanto della vittoria.
