Qualche volta è bello tornare alle origini, esplorare il mondo dalla base, ricordarsi dove tutto inizia. Un mondo fatto di passione, volontariato, desiderio di trasmettere valori, concepire lo sport per quello che è: il più bel modo per crescere in salute e familiarizzare con le regole della vita.
Spesso lo dimentichiamo, travolti dal vertice, dall’euforia per un successo della Nazionale, dagli intrighi di Palazzo, dall’interesse smodato per un manipolo di professionisti che sono la vetrina luminosa del nostro mondo ovale.
Poi una domenica qualunque ti ritrovi su un campo di provincia, travolto dall’entusiasmo di 600 bambini che giocano solo per il gusto di giocare, ai risultati ci penseranno quando i grandi lo vorranno, dalle fatiche dei genitori in trasferta, dalla dedizione degli educatori/allenatori che sono lì a sacrificare il loro tempo perché il rugby non lo puoi tenere per te, è un insegnamento da trasmettere.
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Rieti, centro d’Italia, un club con una storia profonda, che ha conosciuto la serie A, spesso contaminata dalla vicinanza geografica e dalla rivalità amica con L’Aquila, morto e risorto più volte, dilaniato dalle beghe del campanile, dalle piccole rivalità personali, dal ricambio generazionale che finalmente dopo oltre mezzo secolo di alti e bassi sembra aver trovato una felice soluzione. Il rugby è sport di famiglia e oggi il presidente degli Arieti è Nicola Iacoboni, figlio di Raffaele, il tallonatore della serie A prima e presidente di tanti anni gloriosi poi, nipote di Fulvio, il presidente della storica promozione, quando il Rieti Rugby giocava con la Sanson Rovigo, il Petrarca Padova, il Metalcrom Treviso, L’Aquila. Preistoria. Non a caso lo stadio cittadino del rugby porta il suo nome.
Il rugby è sport di famiglia e una famiglia intera da 21 anni organizza il Memorial Carucci, torneo dedicato alle categorie del minirugby in onore di Filippo, il papà che di quel rugby che non c’è più è stato dirigente e strada facendo, purtroppo, anche di Federico, mediano di mischia eccezionale che solo perché era nato a Rieti non ha cavalcato campi più prestigiosi. Un placcaggio maligno della vita se l’è portato via troppo giovane e allora i fratelli, anche loro rugbisti doc, ogni anno li ricordano con un torneo che è una vera festa di sport e belle sensazioni.
Alessio Carucci oggi è il direttore tecnico e allenatore della prima squadra degli Arieti, Leonardo Carucci, ex apertura, è un infaticabile lavoratore dietro le quinte, la sorella Cecilia e mamma Giovanna ai fornelli sono il motore silenzioso di tutto. Intorno a loro hanno creato un’organizzazione favolosa: oltre 60 volontari con il sorriso e le occhiaie a servire birre (oltre 600 litri volatilizzati!), a cuocere un quintale e mezzo di rigatoni all’amatriciana, 30 guanciali polverizzati, 20 kg di pecorino, 2000 salsicce e altrettanti arrosticini, mentre in mezzo al campo si gioca, si placca, si esulta per una meta. Le squadre sono arrivate da Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche: 4 categorie, bambini e bambine insieme, c’è da faticare per tenere dietro ai risultati dei gironi, ai finalisti, per eleggere un vincitore. Particolare che alla fine interessa ai grandi, a loro basta giocare.
Viene da pensare se dalle stanze del potere ovale qualche volta si getti lo sguardo verso una realtà sotterranea, il rugby non esiste solo lassù, il rugby è anche, o soprattutto, questo. È faticare per giorni per regalare agli altri un giorno speciale, è far conoscere ai bambini un gioco meraviglioso, è inventarsi di tutto perché se alla fine a forza di amatricana e birre ci esce pure un fondo cassa «lo usiamo per comprare i palloni o una nuova muta di maglie», dice Nicola Iacoboni, mentre intorno i bambini si riscaldano come se dovessero giocare una finale a Twickenham.
E quando l’arbitro sventola in faccia a un giocatore in erba il cartellino verde qualcuno sbarra gli occhi, è l’unico premio di giornata che andrà alla squadra che ne avrà collezionati di più durante il torneo. “Punisce” chi si è reso protagonista di un atto di fair play, chi ha aiutato un compagno in difficoltà, o soccorso un avversario.
Sì, c’è ancora speranza, c’è un mondo sommerso su e giù per l’Italia ovale che lavora per affermare un credo. Tutto inizia da lì, dai tanti Memorial Carucci che si organizzano sui campi spelacchiati del Paese, dai cartellini verdi che sono lezioni di vita. La passione andrebbe premiata, magari non porta soldi alle casse federali, né futuri professionisti alle franchigie. Ma insegna che lo sport è rispetto, impegno, allegria, divertimento. E far giocare a rugby 600 bambini per ricordare chi li ha preceduti in quella passione, vale come una storica vittoria sull’Inghilterra. Non farà audience, ma educa alla bellezza.
In copertina: il momento della premiazione al Memorial Carucci degli Arieti Rugby – ph. Allrugby
