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Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile – dice Gian Maria Volonté a un Clint Eastwood in versione senza cappello –  l’uomo con la pistola è un uomo morto. E nel Sei Nazioni 2026 ci sono squadre armate di fucile ed altre dotate soltanto di una pistola.

L’Italia, al momento, è una delle seconde: la differenza nella potenza di fuoco in fase offensiva ha fino a qui fatto la differenza in negativo per la squadra azzurra, che dopo aver battuto la Scozia nella prima giornata si è trovata a giocare due gare alla pari contro Irlanda e Francia, perdendole entrambe per non aver saputo convertire in punti la mole di gioco prodotta.

A Lille, a dire la verità, ci sono diversi ingredienti che hanno condotto al risultato di 33-8 in favore dei padroni di casa, tra cui una rimessa laterale che non ha funzionato a dovere, molti errori gestuali dei giocatori italiani e il semplice fatto che dall’altra parte ci siano alcuni giocatori capaci di cose al limite del sovrumano.

Questo per dire che la sconfitta non è stata dovuta a supposte mancanze del sistema offensivo, ma ad alcune circostanze specifiche e inerenti alla prestazione di quella domenica pomeriggio.

Tuttavia, dopo tre giornata del Sei Nazioni 2026, l’Italia è tornata ad evidenziare alcuni problemi in attacco che hanno radici profonde, incappando in due partite dove non è riuscita a convertire a dovere le occasioni avute: a Dublino contro l’Irlanda il rapporto tra punti segnati dopo un ingresso nei 22 metri e gli ingressi stessi è stato di 0,78 punti per ingresso; a Lille si è fermato addirittura allo 0,63. Nessuna altra squadra ha fatto registrare quest’anno numeri così bassi all’interno del Torneo, l’Inghilterra è stata la peggiore delle altre nella sua deludente performance in Scozia, dove si è fermata a 1,42.

Sei Nazioni 2026 Italia attacco
Nelle tre partite di Sei Nazioni giocate fin qui l’Italia ha fatto nettamente peggio dello scorso anno in termini di capacità di conversione (dati Opta)

Le ultime due gare degli Azzurri hanno coinciso con la sfida a due squadre molto fisiche, contro le quali l’Italia non poteva permettersi di sobbarcarsi gare da 200 placcaggi come quella contro la Scozia. Pertanto Lamaro e compagni hanno adottato una strategia leggermente diversa, giocando di più con la palla in mano e calciando sensibilmente meno: contro la Scozia avevano calciato il 22,5% dei loro possessi, contro l’Irlanda e la Francia sono stati ampiamente sotto il 10% (rispettivamente 5,4% e 8,8%), una cifra che non si spiega con la sola differenza meteorologica tra le tre gare.

In entrambe le partite l’Italia è stata brava a risalire il campo e a costruire le proprie occasioni. Non lo è stata altrettanto a convertirle in punti. Ne è risultata una difficoltà a scardinare le difese più fisiche quando il gioco diventa più lento e il numero di fasi si accumula: se la sequenza va per le lunghe l’attacco italiano spesso e volentieri non riesce a mantenere ritmo e avanzamento e, infine, a rompere la difesa; si consuma invece come una fiamma sotto una campana di vetro, fino a perdere il possesso o a tentare soluzioni estreme a basso coefficiente come gli up and under alzati al cielo da Paolo Garbisi in due occasioni, una per ciascuna delle ultime due gare.

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È soprattutto una questione di caratteristiche: la squadra italiana, è noto, cede qualcosa alle avversarie più forti, in particolare le prime cinque o sei squadre del ranking mondiale, dal punto di vista fisico. Non ha molti ball carriers capaci di guadagnare il vantaggio contro una difesa schierata e quando si trova ad attaccare nell’ultima parte del campo, zona dove il muro difensivo avversario può schierare senza problemi 14 giocatori sulla linea, si trova spesso ad essere progressivamente soffocata.

Gli Azzurri sono da tempo carenti in questo gioco di pura forza e potenza, dove manca un Emmanuel Meafou, per fare un esempio recente, o giocatori come Dan Sheehan o Peato Mauvaka, che da distanza ravvicinata riescono a essere quasi una sentenza. In più, sono orfani di Seb Negri, l’ariete principe nel corso delle scorse stagioni.

Per ovviare a questo, provano comunque a muovere molto il pallone in quell’area del campo per cercare di scappare dalle zone dove la difesa è più densa e innescare i giocatori più capaci di fare la differenza nell’uno contro uno quando hanno un po’ di spazio: Tommaso Menoncello, Monty Ioane, Louis Lynagh (a cui contro la Francia si è unito un Leonardo Marin sempre difficile da fermare quando lanciato alla massima velocità). Farlo in una zona di campo dove la difesa ha numeri ampi e può salire forte, però, impone una pulizia tecnica estrema sotto pressione.

Il problema è di lungo periodo e non di facile soluzione. Non è un caso che nelle ultime 8 partite di Sei Nazioni (ovvero nel Torneo 2025 e 2026) l’Italia abbia sempre segnato entro tre fasi dall’inizio della sequenza che ha portato alla marcatura, ad eccezione delle due mete contro l’Irlanda a Roma nel marzo del 2025 (quattro fasi sia per la meta di Ioane che per quella di Varney).

Sei Nazioni 2026 Italia attacco
Dati aggregati di tutte le gare del 2025 e del 2026 contro squadre tier 1 (quindi escluse Namibia e Cile): l’Italia ha segnato entro le prime 3 fasi nel 70% dei casi e il 50% delle volte l’azione della meta ha avuto origine fuori dai 22 metri avversari (dati Allrugby)

L’Italia segna spesso quando si trova a eseguire con grande perizia accurati lanci del gioco da mischia ordinata e rimessa laterale, e ha più facilità a farlo partendo fuori dai 22 metri avversari. Rispetto a questa tendenza gli Azzurri si erano comportati meglio durante i test match autunnali, segnando a Torino dopo cinque fasi contro il Sudafrica dopo una rimessa laterale nei 22 metri e a Udine contro l’Australia in quarta e in ottava fase.

Sei Nazioni 2026 Italia attacco
I lanci del gioco da mischia ordinata (LDG MO) e da rimessa laterale (LDG RL) consentono all’Italia di entrare in situazioni favorevoli studiate a tavolino, dalle quali chiudere la sequenza in poche fasi. I dati si riferiscono alle mete segnate nel 2025 e 2026 contro squadre tier 1 (dati Allrugby)

Nel Sei Nazioni 2024, il primo con Gonzalo Quesada in carica, l’Italia aveva segnato quasi solo mete in multifase: 7 su 9 originavano da una sequenza superiore alle tre fasi di gioco. Tuttavia, al tempo stesso quasi tutte originavano dalla propria metà campo, a simboleggiare una certa facilità nel rompere la difesa avversaria e poi mantenere il ritmo avanzante, senza consentire agli avversari di rallentare il pallone e abbassare la qualità del possesso.

In vista delle sfide a Inghilterra e Galles, che risulteranno decisive per il bilancio del Sei Nazioni 2026, urge per l’Italia ritrovare quella maggiore efficacia offensiva nella zona rossa avversaria che era riuscita a far registrare a novembre e nel passato più (sportivamente) remoto. Se sembra un compito molto difficile, date le caratteristiche della squadra, quello di riuscire a essere più pericolosi di così dai lanci del gioco nella zona rossa avversaria, la maggiore cura dovrebbe essere dedicata dallo staff a rifinire la capacità della squadra di finalizzare i linebreaks che avvengono in altre zone di campo e che permettono di arrivare con la palla nei 22 metri avversari. Sarà questo a fare la differenza tra un Torneo memorabile e potenzialmente storico per i colori azzurri e soltanto un’altra edizione dove si è evitato il cucchiaio di legno.

In copertina: Michele Lamaro vince una rimessa laterale in Francia-Italia del Sei Nazioni 2026 – ph. Franco Arland/Federugby via Getty Images

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