La notizia dell’imminente ritiro del Colorno dal campionato di Serie A Élite maschile (dovrebbe essere ufficializzata a breve dalla Lega, cui è stata comunicata dal club emiliano nei giorni scorsi) segue temporalmente quella del Noceto, un club storico in Italia, dal torneo di Serie A territoriale.
In tempi più o meno recenti avevano fatto un passo o due indietro anche il Paese, il Calvisano e altri club ancora.
È successo anche in Inghilterra, con i Wasps, i London Irish, i Worcester Warriors, mentre in Galles tiene banco da mesi la riduzione da quattro a tre delle regioni che prendono parte all’URC.
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Al di là dell’entusiasmo manifestato da World Rugby per le nuove competizioni internazionali messe in calendario, il rugby, in molti paesi del globo, anche quelli dove la palla ovale vanta le migliori tradizioni, non sembra godere di buona salute.
Dan Biggar, l’ex apertura del Galles, ha detto che nel Principato i risultati della nazionale avevano mascherato per anni una sofferenza grave a livello di base.
Parliamo allora dell’Italia, che, dati alla mano, domenica a Lille ha fatto miracoli, battuta 8-33 da una Francia la cui partita è stata vista Oltralpe da 8,8 milioni di telespettatori. Da noi circa 500 mila, tra Sky e TV8.
France TV a annoncé une audience record France-Italie avec 7,5 millions de téléspectateurs devant la rencontre avec un pic à 8,8 millions à la fin de la rencontre.
Il s’agit de la meilleure audience provisoire du Tournoi des Six Nations 2026 et de la meilleure audience de… pic.twitter.com/v6f2oIfrjc
— Gauthier Baudin (@GauthierBaudin) February 23, 2026
Questo confronto non è banale: parla della diversa penetrazione del rugby nei due paesi e, in conseguenza di ciò, del diverso valore commerciale che Francia e Italia possono spendere nei confronti dei network, degli sponsor, etc.
Dei quattro paesi le cui franchigie prendono parte all’URC, solo l’Italia non ha nemmeno una squadra nelle prime dieci della classica. Persino il disastrato Galles ne ha due, Cardiff e Ospreys. Il Benetton in questo momento è undicesimo, con 21 punti, alla pari con il Connacht che però ha una partita in meno, così come l’Edimburgo, tredicesimo con 18 punti. Le Zebre occupano l’ultimo posto a 12.
Delle otto squadre che hanno giocato 11 partite (le altre ne hanno disputata una in meno), Benetton e Zebre sono quelle che hanno messo a segno meno punti, rispettivamente 201 e 190, e a parte gli Scarlets, che però devono recuperare una partita, quelle con la peggior differenza tra i punti fatti e quelli subiti. Il Benetton è anche all’ultimo posto della graduatoria per mete segnate, 22, mentre alle spalle delle Zebre, 25, ci sono solo gli Scarlets, 23, con una partita in meno.
Infine Zebre e Benetton sono anche in fondo alla classifica per numero di calci dei quali hanno conservato il possesso.
Non sono dati incoraggiati e pur tuttavia la Nazionale, sebbene con parecchi infortuni, sta disputando un Sei Nazioni, se non all’altezza delle migliori aspettative, sicuramente molto competitivo.
Certo fra gli Azzurri ce ne sono molti che non giocano in Italia e altri pronti a trasferirsi all’estero alla fine di questa stagione.
Questa riflessione apre considerazioni sulla consistenza di un movimento che a livello di business e di numeri non ha la forza di stare al pari con le rivali più agguerrite e pur tuttavia riesce a produrre atleti che trovano spazio nei campionati più prestigiosi. E una nazionale nelle prime dieci del ranking internazionale. Qualcuno dice che la nostra forza rispetto al Galles, per esempio, è che noi siamo sempre stati abituati a lottare per sopravvivere, a lavorare per trarre il meglio da ciò che abbiamo a disposizione. E che non ci fa paura dover ottimizzare risorse economiche, tecniche e umane che sono sempre state scarse. Le accademie, per esempio. Nonostante il calo di tesserati nelle categorie giovanili non induca certo all’ottimismo, hanno saputo trarre il massimo da numeri non certo all’altezza di quelli delle squadre avversarie.
Da qui la convinzione che, almeno sulla carta, se non interverranno fattori particolari, uno per tutti, la follia di chiuderle le accademie per affidare la formazione a club che faticano spesso ad arrivare a fine stagione (vedi sopra…), l’Italia saprà mantenere la sua posizione a livello internazionale. La domanda però è un’altra: quale futuro per il rugby italiano? Quello di bacino di raccolta per i club europei più importanti, al pari del rugby georgiano, con una nazionale forte innestata su un corpo debole, o una sua capacità di sviluppo autonoma, con una base solida, capace di accrescere anche il valore dei suoi campionati, dell’interesse degli sponsor e dell’attenzione interna dei media?
Intorno a questa dicotomia ruotano le scelte, tutt’altro che facili, della politica federale. Con le elezioni ancora lontane, questo è forse il momento giusto per discuterne in modo sereno.
In copertina: una foto del Rugby Colorno nella stagione 2025/2026 della Serie A Elite maschile – ph. Rugby Colorno
