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sudafrica all blacks

Mancano poche ore al primo test del Greatest Rivalry Tour tra All Blacks e Sudafrica, che si giocherà all’Ellis Park di Johannesburg. Quello stesso stadio dove, 31 anni fa, si giocava la finale della Rugby World Cup tra le medesime due squadre. Riproponiamo, quindi, dall’archivio una delle più incredibili storie di sport di sempre, legata a quella gara.

Un boato terrificante. Preceduto di una frazione di secondo da un sibilo acutissimo: l’esplosione del rumore fece tremare la stadio fino alle fondamenta. E, sempre in una frazione di secondo, si passò dal terrore puro, dalla paura fottuta che la terra d’improvviso si aprisse per inghiottire tutto e tutti, al sollievo stupefatto per quella scritta GOOD LUCK BOKKE dipinta sotto le ali e la fusoliera del Jumbo jet che stava sfiorando l’Ellis Park qualche minuto prima della finale della Coppa del Mondo 1995.

Ai comandi del Boeing 747 che stupì il mondo e che terrorizzò anche Nelson Mandela c’era Laurie Kay, il pilota sudafricano che portò a termine la più folle missione dell’aviazione civile moderna: un’impresa mai tentata prima e che mai verrà ripetuta in seguito anche perché non sarà più possibile unire il totale effetto-sorpresa di quel volo rasoterra alla maestria con cui venne effettuato.
Ma perché rischiare una catastrofe facendo volare il mastodonte dei cieli (70 metri di lunghezza, 60 di larghezza, pesante 200 tonnellate) a poche spanne dalle teste di 62mila persone e facendo la barba a case e palazzi di Jo’Burg? Tra gli organizzatori c’era la volontà di stupire gli spettatori che però, più carichi di adrenalina di così non avrebbero potuto essere prima della partita che stava cambiando il destino del Sudafrica.

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Come si poteva, allora, alzare di più il tasso di emozione per quel match già destinato all’epica prima ancora di cominciare?
Come raccontano Edward Griffiths nel libro “One team One country” e John Carlin in “Ama il tuo nemico”, l’impresa venne preparata nel segreto più assoluto: neppure Mandela era stato informato. E chi doveva sapere, come la rete televisiva sudafricana, riuscì a mantenere la più assoluta riservatezza. Anche perché la minima variazione delle condizioni meteorologiche avrebbe mandato a monte il volo.

Laurie Kay, sudafricano di ceppo inglese, aveva conosciuto di recente Mandela e ne era restato affascinato. Lui, che per sua stessa ammissione, non si era mai interessato di politica, era stato colpito dal carisma di Madiba durante una trasvolata dal Brasile al Sudafrica: era toccato a lui pilotare il jet che trasportava la delegazione presidenziale e a metà tratta Mandela lo aveva chiamato per conoscerlo. Kay, già pilota della Raf, appassionato di volo acrobatico e una volta persino ingaggiato in un film di Jackie Chan, aveva chiesto un po’ di tempo prima di accettare la proposta degli organizzatori dei Mondiali. Lo stadio Ellis Park sorge a 1.600 metri di quota, in un avvallamento del veld (altipiano) del Transvaal (ora Gauteng) su cui è stata costruita Johannesburg. Per arrivare sopra le tribune, altissime e a picco sul campo, bisogna attraversare una zona densamente abitata, con palazzi e grattacieli. E poi la tv gli aveva chiesto di passare sopra l’impianto una prima volta esattamente alle ore 14.32 e 45 secondi e poi un’altra dopo 90 secondi: performance da aliante più che da Jumbo jet. Il piano di volo prevedeva di arrivare sottovento (per non farsi sentire dagli spettatori) alla minima velocità di sostentamento, 250 kmh (una tortura per un velivolo di quella stazza) e poi di cabrare (tirare su il muso) dando tutta potenza ai quattro motori Pratt & Whitney (28.000 kg di spinta ciascuno) proprio sopra lo stadio.
Kay si fece portare in cima al tetto della tribuna centrale (dove venne installata una postazione radio) e poi sulle colline più vicine. Con un aereo da turismo effettuò qualche volo di prova, di cui non si accorse nessuno, e poi cercò di effettuare le manovre nel simulatore di volo: macché, i computer non permettevano di programmare le variabili di quella follia. Ma alla fine il pilota accettò con la clausola di poter interrompere la missione in qualunque istante. E il governo, dopo aver accettato di fare una deroga alle legge, che fissava in 600 metri l’altitudine minima per i sorvoli delle città, quel 24 giugno allestì una no fly zone per un raggio di 9 chilometri attorno allo stadio. A ripensarci, ha davvero del miracoloso il fatto che quel volo fosse restato così segreto.

Le scorte di adrenalina, in quello stadio che attendeva cantando la finale, erano già finite da un pezzo quando sentimmo lo stadio tremare. Istintivamente, anche la decina di cronisti italiani sparsi nella tribuna stampa abbassò la testa senza ancora avere capito che cosa diavolo stesse piombando sullo stadio con quel frastuono infernale. Panico. Quasi nessuno, a quel primo passaggio, riuscì ad afferrare la macchina fotografica. La sagoma del Jumbo coprì tutto il cielo blu: un’eclissi accompagnata da un terremoto, ecco cos’è stato quel volo. Chi ama andare agli air show o a fondo pista degli aeroporti per godersi decolli e atterraggi, può avere una vaga, molto vaga, idea del rumore, ma quel giorno fu l’effetto sorpresa a moltiplicare la paura. Poi vedemmo la scritta (potendo contare i rivetti delle lamiere, tanto era assurdamente vicino quel gigante dai motori arrossati) ed esultammo sollevati insieme a tutto lo stadio.
“Quel bastardo di Kay – raccontò Louis Luyt (scomparso di recente), presidente dalla federugby sudafricana e tra i pochi a sapere del Jumbo – ci aveva detto che avrebbe volato il più basso possibile, ma non così basso: sessanta metri! Ha sfiorato le tribune. Il presidente Mandela ha fatto un salto come me e tutti gli altri nella suite centrale”.

Sul Jumbo c’erano solo il secondo pilota e l’ingegnere di volo, oltre al comandante, e i serbatoi era stati riempiti al minimo per non appesantire il velivolo. Ed è vero, come si vede nel film Invictus di Clint Eastwood, che Laurie Kay, in vista dell’Ellis Park in una perfetta giornata di sole e senza vento, disse: “Ok, d’ora in poi la responsabilità è mia”. Il regista Eastwood però, forse nel non facile tentativo di innescare un effetto sorpresa, ha dato un clima anacronistico da 11 settembre a quel volo, come a far ipotizzare un attentato, ma francamente questo è l’aspetto meno credibile del film, per il resto molto apprezzabile. Irreali le scene in cui gli uomini del servizio d’ordine di Mandela dialogano preoccupati via radio vedendo il jet avvicinarsi: da dentro l’Ellis Park, anche nelle parti più alte di quelle tribune scoscese, non si vedeva nulla dell’esterno.
“Cercai di volare nel modo più sicuro ma anche più aggressivo possibile – spiegò poi Kay – volevo che da terra si leggesse bene la scritta Buona Fortuna Springboks e che il rumore dei motori a tutta manetta fosse massimo. Fui avvantaggiato dalle condizioni meteo ideali, ma poi, credetemi, di quel giorno ricordo soprattutto la corsa a tutto gas verso casa per vedere in tv la partita una volta atterrati. L’atmosfera in città era lunare: non c’era un’anima per le strade”.
Già, 62mila sudafricani erano allo stadio, gli altri 45 milioni davanti alla tv come un miliardo di altri terrestri.

Pochi minuti dopo il mancato infarto causato da Kay e dal suo jet, lo stato di semincoscienza di chi era allo stadio restò forte: a pochi passi da noi Mandela entrò in campo con la maglia del capitano Pienaar, con tutti a urlare “Nelson, Nelson”. E poi il match finito in parità all’80’. E poi ai supplementari il drop di Stransky che spedì il pallone così in alto se non “tra gli angeli”, come disse il reverendo premio Nobel, Desmond Tutu, almeno dalle parti dove era appena passato il Jumbo di Laurie Kay.

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