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Il rugby femminile è in crisi? A vedere la nazionale non si direbbe. In realtà lo è.

Perché le migliori vanno a giocare all’estero, il campionato è svilito e sceso di livello e realtà che sembravano correre sulle proprie gambe (Colorno con le Furie Rosse) scompaiono dall’oggi al domani.

Peccato, si è persa un’occasione: dopo il Covid sembrava arrivato il momento delle donne, nuove squadre arrivate in cima alla piramide, Benetton e Zebre impegnate in campo internazionale, le Azzurre che raggiungono risultati (ancora) preclusi ai maschi. Poi questa spinta si è esaurita perché fare rugby in Italia è difficile ma fare la femminile evidentemente di più. I numeri? Certo. I soldi? Ovvio. Il patriarcato? Si scherza, ma tra istituzioni, siano esse federali, regionali o provinciali, consigli dei club, allenatori: è un mondo di maschi. Ma che ha un bisogno disperato di donne, come teorizzato da Paolo Ricci Bitti su queste pagine. Perché? Perché non fanno solo numero: le donne ampliano il target. Nel 2022 in Nuova Zelanda per i mondiali femminili il 50% delle persone che sono andate allo stadio non avevano mai assistito a una partita di rugby dal vivo. Una fan base completamente diversa da quella degli All Blacks, un mercato completamente nuovo che, semplicemente, non c’era. Un po’ come le Linci di Milano.

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Il capoluogo meneghino ha da anni una squadra in Serie A Élite e in Serie A (Cus Milano) e vanta la primogenitura del rugby femminile (a Villorba, nell’aprile 1980, le ospiti sono milanesi) ma ha anche un difetto: non c’è pluralità. Affondato Monza dopo uno storico scudetto, sfilacciatesi le varie avventure, permangono una buona quantità di praticanti ma una sola destinazione, il Cus Milano. Recentemente abbiamo parlato con il Presidente, Sergio Vicinanza: “ci sono 200 ragazze tesserate, il più alto numero in Italia. Media 22/23 anni, due squadre, una in Élite e una in Serie A. Più collaborazioni con diverse squadre. Una risorsa importante che cuba un 25% del budget dell’intero club”. Per alcune però il progetto Cus non è mai decollato o comunque si è ridimensionato rispetto ai primi anni, quelli delle Azzurre Magatti e Cavina in campo, per capirsi. E persistono le stesse problematiche fatte di incertezze, promesse non mantenute e la sensazione che il club punti sempre sulla maschile a livello di investimenti.

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Per sostenere le Linci è attiva una raccolta fondi (https://gofund.me/a9023a7c2) ma anche un piano strutturato per i partner: lincirugbyclubmilano.it

Così, complice un nuovo progetto e capitali importanti l’anno scorso è nato un nuovo club, il primo esperimento di squadra prettamente femminile lombardo. Le Linci. Chi scrive aveva gridato al miracolo perché non ci sembrava vero un quadriennale per lo staff tecnico (due coach milanesi, un ex nazionale per i trequarti come Simon Picone) e risorse per fisioterapista e, udite udite, addirittura un mental coach. E infatti non era vero. Con la primavera i primi problemi legati all’obbligatorietà delle giovanili, poi qualche difficoltà economica, infine le tensioni con la Federazione da parte della dirigenza hanno vanificato il percorso in campionato che aveva portato la squadra ai playoff con ottime speranze di una promozione in Serie A Élite. Eh sì, perché l’unica cosa vera di questa storia erano le giocatrici: un mix di Cus, Monza, Amatori, gente che aveva smesso, ex nazionali che nessuno credeva potessero convivere ma soprattutto vincere. Tutte le partite.

Una delle prime interviste che ho fatto nel mondo del rugby è stata a Greta Petese, un’amica nel giro della nazionale, tra le fondatrici del Rugby Monza. Era cresciuta nell’Amatori Milano, ma non trovando una squadra le avevano fatto il nome di Silvia Gaudino, poi capitana azzurra. Si sono ritrovate a cercare le altre in ogni modo e – vado a memoria – addirittura con degli annunci radiofonici a livello locale. Mi aveva colpito una frase di Greta, una risposta alla classica domanda “Secondo te qual’è la differenza tra rugbisti e rugbiste?”. Agli uomini, per tirare fuori gli attributi, servono aggressività e polso. Per scatenare l’orgoglio e quella competizione da branco che li contraddistingue. Alle femmine l’aggressività non serve, è controproducente. “Noi siamo più sottili, determinate, dobbiamo lavorare per obiettivi – aveva detto – Se una donna brama qualcosa e le fai capire come ottenerla, non smetterà di impegnarsi finché non l’ha conquistata”.

È quello che mi è capitato di pensare quando ho incontrato Alice Margaret Ratcliff, apertura delle Linci nella scorsa stagione. All’epoca dell’intervista a Greta aveva solo due anni ,ma il suo percorso è stato proprio quello tracciato da Petese e Gaudino (e tante altre): il Rugby Monza. “In realtà io volevo continuare a giocare con i maschi, ma non me l’hanno permesso”, esordisce, “ e non sono riuscita a giocare molto a Monza: sono andata via prima perché avevo capito che da lì a breve avrebbero chiuso la femminile”. Di qui il passaggio al Cus Milano, con grandi soddisfazioni per alcuni risultati ma anche qualche disagio.

“Al di là della mia storia personale – che comprende sia opinioni sia vissuto – le Linci erano un bel progetto e di alternative al Cus non ce n’erano. E siccome sono convinta che per far realmente crescere il movimento femminile servano realtà diverse e meno legate alle logiche dei club maschili, ho aderito. E con me tante altre compagne. Seppur avessi qualche riserva”. Poi però i risultati e l’ottimo clima in squadra cancellano i dubbi e così, all’alba dei playoff, la doccia fredda: la squadra non ha assolto l’obbligatorietà delle giovanili e non può puntare alla promozione in Serie A Élite. “Per noi ragazze è stato difficilissimo. Non ne sapevamo niente, non ce l’aspettavamo e, soprattutto, non condividevamo quello che veniva scritto a nome Linci sui social, compresi i vari attacchi alla Federazione. Abbiamo fatto una riunione tra di noi, io personalmente ho sentito anche le ragazze di Colorno ma prendere coscienza di tutto è stata la cosa peggiore”. I dirigenti ovviamente sapevano della fragilità di una obbligatorietà fondata su un club non della zona e forse potevano gestire meglio il primo diniego federale, magari anche da un punto di vista diplomatico. “La realtà”, spiega Alice a mente fredda, “è che pur essendo una giocatrice non puoi solo concentrarti sul campo e i risultati. Conoscere le dinamiche federali è come conoscere il regolamento ed è fondamentale lavorare in prima persona anche in questo senso se si vuole fare la differenza. Ora l’abbiamo imparata e abbiamo preso in mano il nostro destino”.

Le Linci l’anno scorso avevano stretto accordi con Modena, per delle giocatrici. Un tutoraggio che ora è terminato. Avevano stipulato contratti pluriennali con lo staff tecnico ma sarà sostituito in toto con figure più vicine ai club che le ospitano (Amatori Union e ASR Milano) e per il resto si farà di necessità virtù. “Per fortuna il gruppo è talmente coeso che non ci sono state defezioni significative. A parte qualche ritiro per questioni personali, ci sarà qualche arrivo proprio da Colorno e alcuni nuovi innesti. Abbiamo fatto un business plan, ci stiamo rivolgendo ad aziende del territorio. Tanti no, ma anche qualche sì ci fanno ben sperare. C’è interesse intorno al progetto e il rapporto con Teodolinda Academy per l’obbligatorietà è ben avviato. Certo non è facile e c’è molto lavoro ancora da fare”.

Perché quando trovi i soldi, ha i numeri e la giovanile, ti manca comunque qualcosa. “Ad esempio il calendario e la formula del campionato. Non so ancora quanto spenderemo in trasferte e siamo a fine luglio”, si lamenta Alice. Ecco, a volte la FIR dovrebbe essere più sensibile a queste problematiche e non muoversi solo in caso di emergenza (ad esempio provando a salvare le Furie Rosse di Colorno) anche perché il pericolo – e non parliamo delle Linci, è un sentiment generale – è che si perda fiducia nelle istituzioni. La Federazione è vista dai più sì come un modello virtuoso – i risultati della nazionale, i progetti di sviluppo di Pacini, un budget tra i più alti in Italia – ma anche come un’entità poco empatica, i cui riferimenti istituzionali sono spesso poco chiari o assenti. È un cordone ombelicale che va preservato perché in anni di picchiata di tesserati, club che chiudono dopo aver vinto gli scudetti, quaranta ragazze che si autogestiscono e cercano di cavarsela in autonomia andrebbero coccolate, non ignorate.

In fondo, oltre all’Élite, da statuto vogliono “costruire un progetto sportivo, socio-culturale e valoriale destinato a crescere nel tempo”. Lunga vita alle Linci e tutte quelli che ci credono davvero: non smettete mai di impegnarvi finché non avete conquistato ciò che desiderate.

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