Fino a poche settimane fa le prospettive che un giocatore nato e cresciuto in Italia si trovasse a giocare contro la nazionale del proprio paese alla prossima Rugby World Cup erano pressoché nulle. Gli Stati Uniti hanno poche possibilità di qualificarsi agli ottavi di finale, anche se sono in una delle pool meno agguerrite, ma difficilmente incontreranno gli Azzurri, e comunque Tommaso Boni si è ritirato a giugno dal rugby internazionale. Hong Kong, dove giocano Matteo Avitabile, ex Colorno figlio di italiani ma nato e cresciuto nel paese asiatico, e Alessandro Nardoni, nato a Firenze e trasferitosi da piccolo, sarà una delle squadre sulla carta più deboli del mondiale, sorteggiata nel girone con All Blacks e Australia.
Poi, improvvisamente, una convocazione inattesa: il terza linea aretino Iacopo Bianchi, classe 1998, già Italia U20 e Italia A, è stato chiamato lo scorso giugno a far parte della rosa della Romania. Con le Querce ha giocato la Nations Cup, la competizione per le nazionali di seconda fascia che non hanno partecipato al Nations Championship. E ora ha la possibilità di giocarsi, durante il prossimo anno, un posto alla Rugby World Cup 2027 in Australia, dove la Romania è stata sorteggiata nel girone dell’Italia.
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Iacopo, partiamo dall’inizio: perché sei eleggibile per la Romania?
“Perché mia mamma è rumena, è nata in Romania e poi si è trasferita in Italia anni fa. A metà maggio mi sono messo in contatto con la federazione e loro si sono dimostrati subito disponibili e interessati, e mi hanno aiutato per tutta la parte burocratica. È stata anche abbastanza veloce la cosa e poi, una volta accertati tutti i documenti e visto che era tutto in regola, mi hanno convocato per quello che era il raduno. Quello pre-Nations Cup è stato il primo raduno che abbiamo fatto, dal lunedì al venerdì a Bucarest. E poi dopo il venerdì hanno dato la lista dei convocati che sarebbero partiti per la tournée e mi hanno convocato pure per la tournée. È stato tutto molto veloce, velocissimo.”
Hai quindi fatto una scelta legata a una parte della tua famiglia? E quanto ha inciso invece la prospettiva di arrivare a giocare il rugby internazionale e con una nazionale qualificata al mondiale?
“Riguardo questo secondo aspetto, sicuramente è un fattore. Un bel plus. Però indipendentemente da quello è stata una cosa che, appena ho scoperto essere una strada percorribile, mi ha reso molto entusiasta, perché poteva portarmi a esplorare una parte della mia famiglia di cui ho sempre visto poco, ma a cui ho voglia di provare a dare qualcosa. Mia nonna, ad esempio, vive ancora in Romania. Già con questa tournée la nazionale mi ha consentito di fare delle esperienze nuove. È stata sicuramente una cosa bella e inaspettata, perché quando ne abbiamo iniziato a parlare non pensavo davvero che potesse concretizzarsi questa possibilità, però loro sono stati subito molto disponibili.”
Come ti sei trovato poi in raduno e nella parte sportiva? Come hai trovato il livello della squadra, il lavoro con lo staff?
“Anche quello è stato molto bello perché venivo da praticamente otto anni nello stesso posto, Parma, e nella stessa società, le Zebre, in cui mi sono trovato molto bene. Cambiare proprio tutto, i compagni, lo staff, il modo di lavorare: non era così scontato che mi trovassi così a mio agio, anche se diciamo che il metodo di lavoro è abbastanza simile, perché ormai certe pratiche sono pressoché universali, come ad esempio la strutturazione della settimana. In raduno si parla molto rumeno, che io bene o male capisco ma riesco a parlare solo per le frasi di base, ma anche inglese, perché lo staff è internazionale, il capo allenatore è francese, ci sono diversi giocatori di origine straniera.”
C’è qualche giocatore della squadra che ti ha particolarmente impressionato, che magari non conoscevi?
“Io non conoscevo nessuno proprio, però ci sono dei bei giocatori. Sicuramente il capitano, Cristi Boboc, che è una terza linea. E Marius Simionescu, estremo, anche lui molto forte. Poi il numero dieci che ha giocato in queste partite, australiano di nascita, Hinckley Vaovasa.”
La Nations Cup è andata bene sotto il punto di vista dei risultati e delle prestazioni per la Romania. Sconfitta onorevole in casa del Cile, pareggio in casa dell’Uruguay e vittoria con le Samoa. Voi come vi siete lasciati, che cosa vi siete detti su quello che siete riusciti a fare?
“Abbiamo iniziato la tournée cercando una maggiore continuità di prestazioni, che è stata la cosa che è mancata alla Romania recentemente: hanno avuto momenti in cui sono stati competitivi contro squadre di tier 1 e momenti in cui hanno fatto fatica con squadre molto al di sotto del ranking. Vogliono appunto ricercare la costanza nell’essere sempre competitivi con tutte le formazioni di tier 2. Poi quando magari ti trovi ad affrontare gli All Blacks quello è uno scalino diverso. L’andamento della tournée è stato positivo, perché si è andati in crescendo. Abbiamo avuto la prima partita dove comunque il gruppo era insieme da poco, abbiamo fatto una partita con qualche errore e abbiamo perso, pur rimanendo competitivi. La seconda abbiamo già iniziato ad ingranare, è andata meglio, considerando che l’anno scorso avevano preso quasi 70 punti dall’Uruguay. Abbiamo pareggiato una partita che potevamo vincere. E la terza siamo riusciti a vincerla, in effetti.
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Un risultatone con le Samoa, arrivato all’ultimo minuto.
“Sì, perché loro hanno quasi tutti i giocatori che giocano in Super Rugby o in Francia, o in Inghilterra. Avevano una bella squadra. Sicuramente a livello di risultati la tournée è stata positiva.”
E a livello individuale, invece? Sei soddisfatto di quello che sei riuscito a ottenere?
“La prima partita sono rimasto fuori. Giustamente: ero con loro da poco e avevo fatto praticamente due o tre allenamenti di rugby, perché il raduno a Bucarest è stato un po’ più preparazione atletica. Poi venivo da una vera e propria off-season. Dopo la fine dello URC, a maggio, non avevo più giocato e mi sono allenato solo per conto mio, è diverso. Con l’Uruguay ho giocato un quarto d’ora e mi sono trovato bene sia fisicamente che come gioco, non è stato difficile integrarmi perché i compagni e lo staff mi hanno accolto bene. Con le Samoa mi sono sentito ancora meglio, sono riuscito a portare qualche pallone in più e abbiamo giocato molto più in attacco. È stato proprio bello perché ho avuto la piacevole sensazione di divertirmi in campo.”
Che tipo di rugby cerca di giocare la Romania?
“Viene data sicuramente una prevalenza al gioco degli avanti, maul e mischie, perché comunque fisicamente… ecco, sono delle belle bestie (ride). Anche se poi alla fine con le Samoa ci siamo trovati di fronte un pack con 70 chili in più in mischia, però non si è sentita questa differenza. Devo dire però che i trequarti hanno fatto delle cose veramente interessanti, delle belle mete; in ogni partita ne abbiamo segnate più di quattro, un bel segnale.”
Adesso si entra in una nuova stagione, la Romania sarà impegnata nel Rugby Europe Championship e poi a ottobre ci sarà il mondiale all’orizzonte. Ci hai pensato al fatto che se tu dovessi essere convocato poi ti troverai nel girone contro l’Italia?
“Ho visto il girone, però è una cosa che vedo ancora molto lontana, perché ci sono tanti altri appuntamenti e non do niente per scontato, so che è un’opportunità che andrà guadagnata sul campo. Cerco sempre di avere questa mentalità, di fare un passo dopo l’altro.”
Però inevitabilmente la possibilità di giocare contro i ragazzi in maglia azzurra, tanti magari con cui hai condiviso delle stagioni, ti darà delle emozioni.
“Ti dico la verità: sarebbe davvero divertente, una figata. È uno stimolo positivo alla fine, mi piacerebbe un sacco e sarei contento di poter giocare contro di loro.”
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Questa è stata la tua ultima stagione alle Zebre. Come vi siete lasciati e come vedi il tuo rientro nel massimo campionato italiano con Rovigo?
“Le stagioni a Parma sono state un bel percorso per la mia crescita personale. Non ho rimpianti. Il campionato di URC penso sia uno dei più duri al mondo perché ti trovi ad affrontare i più forti, letteralmente. Sono contento di averci partecipato a lungo, sei stagioni più due da permit, e voglio riportare quello che ho imparato a Rovigo, che è la prima squadra che mi è venuta in mente quando ho saputo che non sarei più rimasto a Parma.”
Perché proprio Rovigo?
“La mia prima trasferta da professionista, con le Fiamme Oro, fu al Battaglini, a Rovigo. Mi ricordo che ero assieme ad Andrea Bacchetti, che giocava con me ma è di Rovigo. Rimasi impressionato dall’atmosfera, gli dissi: io qui prima o poi ci vengo a giocare. Ed è stato proprio così, loro si sono dimostrati interessati a prendermi dopo la fine dell’esperienza alle Zebre. E peraltro Andrea adesso è il team manager del club e siamo in buoni rapporti di amicizia. È un cerchio che si chiude.”
