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In questi giorni si sta parlando molto del destino della squadra femminile del Colorno, terza potenza del rugby italiano destinata a scomparire, di quello delle numerose giocatrici azzurre che ne indossano la maglia e di quale squadre ne prenderà il posto. Allrugby contribuisce al dibattito rendendo disponibile questo articolo di Paolo Ricci Bitti, che gli abbonati alla rivista hanno già potuto leggere sul numero 211 del magazine.

Partiamo dalle conclusioni: la FIR deve spendere di più per il rugby femminile. Soldi, progetti (franchigia? accademia?), formazione allenatori, sostegno ai sempre meno club per allargare la piccola base. Sì, sì, lo sappiamo: il bilancio da sprofondo rosso ora sta meglio, ma resta sempre in territorio negativo, la congiuntura economica generale è quella che è, bisogna fare i salti mortali per fare tornare i conti. Certo, tutto vero e onore al merito a chi sta guidando il movimento ovale italiano con questo scenario.

Ma l’ottimo Sei Nazioni femminile 2026 ha detto una sola, grande verità: i passi in avanti fatti sin qui per sostenere il rugby femminile sono senza dubbio meglio di niente, ma non bastano né per garantire nel breve termine la posizione raggiunta dalle miracolose Azzurre e da chi le coordina, né, soprattutto, a consentire di guardare la prossima decade con qualche minima speranza.

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Nulla potrà rendere quanto il rugby femminile, come ritengono del resto quasi tutti i paesi nei primi 12 posti del ranking: dalla piccola Scozia che ha messo sotto contratto 17 giocatrici che militano nei campionati inglese e francese, più 11 rimaste in patria, al Sudafrica che ha allestito da zero un intero campionato di 10 club, per non dire dell’Irlanda e senza soffermarsi sulle fuori-categoria Inghilterra e Francia. Per il rugby femminile italiano ovviamente non si parla (per adesso) di ritorni economici, che forse solo nella magna Inghilterra sono al momento tangibili, ma di quello che innescherebbe nei club e quindi nella Nazionale la crescita del numero delle giocatrici, nel 2026 ridotte a meno di un decimo dei giocatori: 4.316 dall’Under 6 alle Seniores rispetto ai calanti 48.481 maschi, dati FIR al gennaio 2026. Le seniores sono 1360, in sensibile calo rispetto alle 1496 dell’anno prima. In fatto di seniores in 3 Regioni non salta fuori nemmeno una squadra a 7, in altre 2 regioni giusto quella.

E adesso il perché di queste conclusioni.

Really (davvero)?” ha chiesto sgranando gli occhi l’autorevole Elma Smit, cronista sudafricana che fa base a Londra, inviata dalla BBC a coprire Italia-Inghilterra a Parma. Sorpresa, incredulità e ammirazione, tutto insieme. La giornalista aveva appena appreso che la nazionale del ct Fabio Roselli è il distillato di poche centinaia di atlete seniores che in Italia praticano il rugby con qualche regolarità in appena 25 club, più il drappello delle Azzurre all’estero.

“E le partite della nazionale e del campionato vengono trasmesse dalla tv pubblica?” ha chiesto l’ala inglese Claudia Moloney-MacDonald, campione del mondo 2025 nonché vincitrice di sei Sei Nazioni. Una ragazza anche dal forte impegno sociale e ambientalistico con il blog Let’s talk 1%.

Ecco, la tv: come ha scritto la campionessa olimpica Antonella Bellutti, su Domani, lo sport femminile sulla Rai non è andato oltre il 17% negli ultimi cinque anni, figuriamoci la quota del rugby di Giordano e compagne. Secondo l’ex ciclista si tratta di un vero e proprio “fallimento culturale” da parte della tv pubblica.

Già. Poi arriva Dagospia che nel riprendere l’appello della campionessa (si era nei giorni in cui teneva banco la querelle sulla Sinner-finale degli Internazionali di Roma non in onda sulla Rai, ndr) lo liquidava con un “lo sport è meritocratico anche nell’interesse che suscita”. Ergo: Primum vincere, deinde philosophari?

Una massima spietata se l’applichiamo alle gerarchie ingessate del rugby non solo femminile, ma in realtà è la stessa capitana Elisa Giordano a non nascondersi dietro a un dito: “Abbiamo dei contratti, ma per vivere dobbiamo andare a lavorare”. La terza linea ha ricordato che le università non riconoscono le convocazioni in Nazionale come giustificazione per le assenze e che bisogna sperare nella comprensione dei datori di lavoro per i permessi. E per la disparità di genere? “L’unica cosa che possiamo fare è vincere”.
In questa situazione volare alla fine del Sei Nazioni dal 9° al 6° posto nel ranking è stato un risultato strabiliante, considerato che la Scozia ha perso due posizioni mentre il Galles è restato a un ancor più sbiadito 12° posto. Inghilterra (ok, ok, che altro poteva fare?), Francia e Irlanda non si sono schiodate dal primo, quarto e quinto posto. Un salto di tre caselle nella top ten del ranking ovale vale un invito al Quirinale? Magari.

Ma una bambina dell’Italia del Sud oppure una ragazza che decide di passare, mettiamo, dal volley o dall’atletica al rugby che possibilità ha di trovare un club pronto ad accoglierla anche se ha più di 12 anni? Per 20 milioni di abitanti (Sardegna e Sicilia comprese) abbiamo 101 club (sempre dati FIR 2026) fra i quali solo 3 (Catania si è ritirata alla vigilia) competono nelle uniche due serie femminili (Élite e serie A). Una franchigia per il Sud? Un’accademia? Eh, costerebbero tanto. Certo, ma qualcosa bisognerà inventarsi ricordando anche (tema che riguarda anche in maschi) che nel 2025 sono nati in Italia solo 355mila bambini, nuovo primato negativo. Come sarà possibile, nella maggioranza delle comunità locali, mettere insieme almeno 15 ragazze per fare una squadra?

“Sono restata impressionata dalla determinazione e dalla bravura delle Azzurre davanti ad avversarie così forti, mi hanno ricordato le prime fasi della mia carriera in cui il calcio mi chiedeva un impegno da professionista senza avere la possibilità di compensare minimamente quello sforzo” ha detto sempre a Parma dopo il match con l’Inghilterra la star internazionale del calcio Elena Linari.

Dalle idee ai fatti: la forza trascinante delle azzurre in uno sport, in un ambiente come il rugby è enorme e basata su risultati eccellenti, la forza di un XV femminile in un club è portentosa a proposito di coinvolgimento di famiglie e di realtà locali. Fra l’altro, in queste ristrettezze, la Serie A Élite femminile ha squadre a Roma, Milano, Torino e Napoli, le quattro maggiori città italiane, palcoscenici da decenni ignoti all’Élite maschile.

La FIR tutto questo lo sa bene e dovrà agire di conseguenza. Il suo stesso futuro lo richiede e lo fa con la grinta, il sorriso e il senso di sacrificio delle rugbiste.

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