Il documentatissimo sito degli All Blacks ricorda Ken Carrington come one of the first of New Zealand rugby’s nomads.
Da allora in poi – era il 1975 – mettersi al servizio della palla ovale sarebbe diventato per molti giovani kiwis un modo per finanziare il tanto desiderato viaggio in Europa, alla scoperta di cosa ci fosse al di fuori di un paese sì dai paesaggi incantati ma culturalmente isolato e provinciale. Un rito di passaggio, una specie di Erasmus che viene chiamato OE, overseas experience.
Primo All Black a giocare nel campionato italiano, Ken Carrington finì curiosamente con la moglie Rosemary in un paese di settemila abitanti di un Veneto ancora contadino, con strutture sociali forse non così dissimili da quelle lasciate. Si ambientò infatti perfettamente a Casale sul Sile, che poi con il tam tam divenne la destinazione di una ventina di giocatori neozelandesi di vario livello, da qualche vacanziero dimenticato a mostri sacri come Wayne Smith, Craig Green, Zinzan Brooke.
Altro su ALLRUGBY:
→ Mondiale U20: Italia KO con la Nuova Zelanda, probabile il terzo posto, di Valerio Vecchiarelli
→ Chi sarà il Muhammad Ali degli Springboks?, di Gianluca Barca
→ Nations Championship: contro il Giappone, l’Italia al suo peggio, di Lorenzo Calamai
“A venticinque anni non avevo più nulla da chiedere al rugby e, freschi di matrimonio, io e Rosemary volevamo la nostra overseas experience – racconta in un buon italiano Carrington, insegnante in pensione, un settantacinquenne in gran forma – il nostro sogno era il sud della Francia, per come l’avevamo immaginato vedendo i tour degli All Blacks. Vivevo ad Auckland, il rugby l’avevo conosciuto fra la scuola e il mio club, il Waitemata. Ero veloce, buona tecnica. Il primo riconoscimento è con i New Zealand Maoris, grazie alla discendenza di mia madre Tarati, poi a vent’anni la chiamata per giocare tre partite contro i Lions negli All Blacks capitanati dal leggendario Colin Meads, con Going e Kirkpatrick.”

“Ma emergevano talenti come Robertson, Batty e Bryan Williams, non ho trovato più spazio. Era un rugby totalmente amatoriale, guadagnare non era neache concepibile, c’era solo il gusto di giocare e qualche volta di darsele forte, come in certe sfide durissime fra i farmers di Waikato e i nostri di Auckland, che facevano magari i camionisti. Spedii lettere a molti club francesi offrendomi come giocatore, e ne spedii anche una alla Federazione italiana. Mai nessuna risposta.”
“Mesi dopo capitò di ricevere una telefonata da un tale Giovanni Fiorin (dirigente del Casale), capivo poco il suo inglese ma ci accordammo. Io e Rosemary ci licenziammo, mettemmo in affitto la casa e preparammo le valigie”
A Carrington il Gasparello Casale offre vitto e alloggio, viaggio, una Fiat 850 per gli spostamenti e un mensile di 170mila lire al mese, poco più della paga base di un operaio. Un “contratto” sulla fiducia, che sarebbe stato da modello a lungo. “Arrivarono a casa due biglietti aerei da Auckland a Melbourne. Era tutto un’incognita, del campionato sapevamo solo quello che ci aveva detto un amico, “Zuk” Marinkovic che aveva giocato a Parma, non avevamo idea di dove si trovasse Casale sul Sile, non eravamo neanche sicuri che al desk dell’Alitalia a Melbourne avremmo trovato i biglietti per l’Europa. Ma siamo stati davvero fortunati a ricevere quella telefonata.”

“Ci sistemarono in un appartamento da condividere con l’inglese Paul Callow e siamo stati adottati immediatamente dalla comunità del rugby, la gente era accogliente e gentile. C’era però un problema enorme con la lingua. Noi parlavamo solo inglese, a Casale si parlava italiano, ma soprattutto dialetto. Dopo le prime tre partite avevo pensato di chiuderla lì, mi dicevo “non può funzionare”. Ma ci convinsero a restare e pian piano nonostante tutte le differenze culturali scoprimmo che ci piacevano le stesse poche cose da fare insieme: qualche ora di sport, mangiare, bere qualche birra, le risate. Un’avventura meravigliosa, ben al di là del rugby”.
Ciò che Carrington troverà in Italia sono il campionato dagli umori viscerali degli anni Settanta e un club con pochi mezzi ma infinita passione, capace del miracolo di cinque anni consecutivi di serie A. Dopo la stagione 1975-76 l’All Black rientra ad Auckland per la nascita del figlio Matt (un passaggio a Calvisano fra Highlanders e Bristol), ma si rivedrà nel ’77 insieme alla seconda linea Chris Baker, compagno nel Waitemata. In quel torneo è capitano-allenatore, arriva un nono posto che sembra uno scudetto.
“Casale aveva pochi soldi e pochi giocatori, Gigi Bos lo mettemmo in squadra che aveva solo diciassette anni. Incontravamo avversari molto più forti, ricordo i 50 punti subiti nella mia prima partita in Italia, a Brescia, contro i campioni d’Italia di David Cornwall. Ma la nostra salvezza la costruivamo sul nostro campo, dove giocavamo con una grinta incredibile, trascinati dal capitano “Cobra” Bettiol e da “Biondo” Barbon. Nella seconda stagione non c’era più neanche lo sponsor.”
“Mi fu chiesto di allenare le giovanili e di andare nelle scuole a promuovere il rugby. Capitò anche di finire in questura per qualche problema di documenti di lavoro, ma “il dottor” (il presidente Gianni Sartorato) sistemò tutto. C’era una bella differenza con la Nuova Zelanda a livello tecnico, ma era del tutto diversa soprattutto la mentalità. Faccio un esempio: trasferta a Frascati con un pullman di tifosi al seguito. Capisco che più che la partita lo scopo del viaggio è la visita a varie cantine e l’acquisto di vino locale, naturalmente dopo la degustazione. Tornammo con fiaschi pieni e porchette.”
“Poi c’erano altre trasferte al sud alle quali i giocatori non volevano partecipare, in quella settimana si davano infortunati. Giocare a Reggio Calabria era un inferno. Finita la partita si saliva direttamente sul pullman, ancora in divisa da gioco, e via a casa”.
Conclusa l’attività sportiva nel ’78, Carrington ha dedicato tutta la vita all’insegnamento presso il King’s College di Auckland, mantenendo intanto sempre vivo il legame con l’Italia. Tre volte genitori e otto volte nonni, Ken e Rosemary sono tornati in questi giorni ad abbracciare la famiglia rugbistica in riva al Sile.

“Al ritorno ad Auckland chiamammo il nostro cane “Trippa”… Feci da passaparola per diversi giocatori. Roy Bish mi chiese una terza linea da affiancare ad Haden nella Roma e mandai Maurice Trapp, che è stato anche presidente della Federazione neozelandese. Nella stagione in cui mancai da Casale feci arrivare Greg McGee, diventato uno scrittore di successo, e Bruce Munro, che giocò poi per molte stagioni nel vostro campionato. Con gli amici di Casale non abbiamo mai smesso di sentirci e di scambiarci visite. L’affetto e la simpatia per l’Italia sono rimasti per sempre”.
In copertina: Ken Carrington e Chris Baker assieme con la maglia del Casale – ph. Claudio Bonazzon
