“Lascio questa Lega perché mi ha causato solo noie e problemi che di conseguenza sono ricaduti sul club” ha dichiarato il presidente della Lega Italiana Rugby Giulio Arletti, come si legge in un’intervista riportata da La Voce di Mantova dello scorso 10 giugno.
Arletti, presidente anche del Viadana, la cui partecipazione alla prossima Serie A Elite è improvvisamente e sorprendentemente data per incerta, avrebbe rassegnato proprio mercoledì le sue dimissioni dall’organismo nato poco tempo fa per cercare di curare gli interessi dei club del massimo campionato.
Niente di nuovo sotto il sole. La Lega Italiana Rugby vive la stessa travagliata esistenza delle sorelle che l’hanno preceduta. Dall’avvento del professionismo in poi, i problemi del rugby italiano rimangono eternamente gli stessi: un corpo esile e storto, con i quattro arti enormemente più robusti (Veneto, Lombardia, Toscana e Emilia) rispetto al resto della struttura e una testa smisurata (la Nazionale) che impartisce ordini a un fisico riottoso, incapace di andare d’accordo con gli impulsi che gli arrivano dal vertice.
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Dalla fine dello scorso millennio la lega dei club muore e risorge senza riuscire minimamente a intaccare la realtà entro la quale opera.
Negli ultimi anni Novanta, quando era presidente della lega, Gianluigi Vaccari disse: “Voglio fare una premessa che sgombri subito il campo da ogni equivoco: ho la nazionale nel cuore e ne sono il primo tifoso. Ma è dai club e dal nostro impegno quotidiano che viene la sostanza su cui si può reggere tutto il movimento. Dondi, evidentemente, la pensa in modo diverso. Per lui sarà la nazionale a fare da motore, anche economico, per tutto il rugby italiano. È un’ipotesi che io mi auguro corretta, ma sulla quale non sono affatto ottimista”.
Su questo disaccordo la lega chiuse i battenti, per risorgere qualche anno dopo come LIRE (Lega Italiana Rugby di Eccellenza), sotto la guida commerciale di Roberto Ghiretti e la presidenza di Alessandro Manzoni. Si arrese nel 2009 quando Benetton e Calvisano ne boicottarono la presentazione della stagione organizzata a Venezia senza le due finaliste dell’anno prima.
Adesso Giulio Arletti annuncia le dimissioni da presidente dell’ultima creatura, chiedendo regole chiare e parità di opportunità per tutte le squadre.
Le criticità verso le quali ha puntato più volte il dito sono, tra le altre: la presenza delle Fiamme Oro, società professionistica a capitale pubblico, in un contesto di sport amatoriale, l’asse Mogliano-Benetton, che farebbe della prima, di fatto, la Cadetta del Treviso.
Ma la questione rimane sempre quella di un quarto di secolo fa: il rapporto tra club, franchigie (che allora non esistevano) e nazionale.
In questi venticinque anni, o poco più, innumerevoli club storici hanno festeggiato successi e vissuto cadute fragorose: il primo a cedere il campo fu il Milan che aveva dominato insieme al Benetton gli anni Novanta. Lo si disse vittima della megalomania di Berlusconi. Ma la verità è che non c’è club in Italia le cui ambizioni possano essere ripagate dall’interesse del pubblico, dagli sponsor e dai diritti televisivi.
Il terzo millennio si è aperto con la vittoria in campionato della Rugby Roma, oggi dispersa nelle serie minori. Il Calvisano, sette scudetti, due volte si è volontariamente retrocesso e ora sogna per la prossima stagione una nuova promozione, con budget ridimensionato, giocatori-lavoratori e allenamenti la sera. La gloriosa L’Aquila è passata attraverso travagli vari, il San Donà tornerà dal prossimo campionato in A2. Il Petrarca annuncia un ridimensionamento sostanzioso dopo che Alessandro Banzato ha deciso di inseguire nel calcio una vecchia passione. Viadana è alle prese con i debiti della precedente gestione. E dopo due finali (e ora un titolo U16) potrebbe fare ugualmente un passo indietro.
Cose che succedono anche altrove, per carità: Wasps, London Irish, Worcester Warriors sono i nomi di vittime illustri in Inghilterra.
Mentre World Rugby magnifica per il rugby un grande futuro globale, tra Nations Championship e altre nuove competizioni, qui, e non solo qui, servirebbe una visione chiara che sposi il presente con il domani, la periferia con il vertice, le ambizioni del magnate momentaneo con un ritorno certo che renda tutto meno precario.
Il titolo U16 del Viadana potrebbe essere l’assicurazione migliore per il domani. Il ridimensionamento del Petrarca sarà solo marginale, perché Padova dispone di un vivaio tra i più ricchi d’Italia. Questa dovrebbe essere la ricetta su costruire le basi del rugby in Italia: sostenibilità sportiva, magari premiata dalla FIR con incentivi per la formazione e l’impiego di giocatori provenienti dalle proprie giovanili, salary cap e limiti agli stranieri. Il tutto espresso alla luce del sole, senza sconti, né scorciatoia alcuna. Vasto programma si potrebbe dire. Ma è un programma da cui dipende tutto il rugby italiano.
In copertina: una azione di Rovigo-Viadana della scorsa Serie A Elite – ph. Lega Italiana Rugby
