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Il primo contatto fra Italia e Inghilterra in termini di rugby porta la data del 1932 ed è documentato da una lettera inviata dalla Federazione Italiana Palla Ovale alla Rugby Football Union, conservata al Museo di Twickenham nei registri delle riunioni londinesi dell’International Board.

Inizia allora una vicenda fatta di corteggiamenti e ritrosie, un amore che da parte nostra si sarebbe voluto alternativo a quello per i maestri francesi ma scarsamente corrisposto e mai veramente sbocciato. Il recente successo azzurro sull’Inghilterra (novantaquattro anni dopo il primo contatto!) ha così il senso di un allunaggio, di uno storico aggancio a fronte di una faticosissima rincorsa.

Il 10 dicembre 1932, dunque, la FIPO scrive agli omologhi di Londra, richiedendo assistenza tecnica allo sviluppo della disciplina appena trapiantata nella Penisola. Non sfuggivano ai dirigenti italiani i rischi di un legame troppo stretto con la Francia, con cui gli anglosassoni avevano interrotto i rapporti esecrandone il professionismo mascherato e la violenza del gioco. Ammessi nel Cinque Nazioni nel 1910, i transalpini ne erano stati espulsi nel 1931.

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La progenitrice della FIR si spinge a proporre la nascita di un organismo sul modello della FIFA, che governa il calcio. La risposta inglese del 18 aprile 1933 è perentoria. Se l’International Board si percepisce come unico detentore delle regole del gioco, l’ipotesi della “formation of such a body” (cioè di una federazione delle federazioni) era vista come “neither workable nor desiderable”, né fattibile né auspicabile. Scartata pure la possibilità di match internazionali. Liquidando le richieste, l’avvocato irlandese Robert Gibson Warren, segretario del Board, si dichiara contento di sapere che il rugby sia giocato in Italia e manda i suoi migliori auguri.

È di un paio di mesi più tardi un nuovo approccio agli inglesi. A Roma viene contattata l’ambasciata britannica in vista dei Giochi Mondiali Universitari in programma a Torino, ai quali il regime dedica impegno ed enfasi. L’addetto stampa William McClure si prende la briga di inoltrare al Foreign Office la richiesta di una rappresentativa, premettendo con motivato scetticismo che “it seems a ridiculous time for the playing of rugby in Italy”. Scontata la risposta.

Quando poi ai Giochi Universitari la Francia travolge l’Italia (in maglia nera), il cronista romano e giocatore Romolo Marcellini afferma sulle colonne del quotidiano Il Littoriale che “i rapporti con il rugby francese, se il rugby francese non saprà trovare in se stesso la forza di reagire a uno stato di cose malato, possono essere dannosi e molto”. Si auspica di rivolgersi direttamente alla fonte ancora incontaminata degli inglesi, agli inventori del “gioco riservato alle élite morali e intellettuali, degli studenti e dei lords”.

Il programma della prima partita fra una selezione della RFU e una italiana

Nel gennaio 1934 di nuovo l’addetto stampa dell’ambasciata McClure informa il suo referente a Londra di essere stato avvicinato da dirigenti della squadra universitaria del Guf Roma, con la preghiera di intercedere per l’organizzazione di un match con Oxford. Nella lettera a Sir Reginald Leeper scrive che gli italiani “vogliono giocare il rugby all’inglese, e sono disperatamente preoccupati dell’influenza francese, sanno che il gioco francese è molto dirty”. Il Foreign Office ribadisce di non essere disponibile ad alcun coinvolgimento, officially o unofficially.

Mentre a conflitto ormai terminato si vedranno giocare in Italia ottime selezioni di militari inglesi occupanti, bisognerà attendere il dopoguerra per tornare a parlare di contatti diretti fra FIR e RFU. Gli atti della riunione londinese del 6 ottobre 1950, conservati sempre al Museo di Twickenham, informano della lettera inviata da Roma con la richiesta di un tecnico inglese. I consiglieri della RFU sottolineano come l’invio di un allenatore sia contrario ai principi dilettantistici che reggono il gioco (va ricordato che la Nazionale della Rosa avrebbe avuto il suo primo coach solo nel 1969). Da Londra si delibera l’invio di copie del manuale Why the Whistle Went.

Eppure qualcosa si stava muovendo. Pur confermando l’intenzione di non concedere statuto ufficiale alle sfide, la RFU si sarebbe impegnata negli anni successivi ad incontrare nazionali italiane di vario livello. Così, il 16 aprile 1955, per la prima volta si sarebbero aperte la porte di Twickenham per una selezione in maglia verde opposta a London Counties. “Se in Francia possiamo contare da tempo su simpatiche amicizie”, poteva così scrivere il presidente Mauro Lais sul bollettino federale, “in Inghilterra possiamo affermare di essercene create di nuove e non meno importanti”.

In copertina: Twickenham, 1995, sfida tra Italia e London Counties. Ad inseguire la palla è il padovano Ponchia

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