Una nuova ossessione corre sul filo delle immagini, dei replay e dei rallentati e dei rallentatissimi (slomo e superslomo, secondo il nuovo linguaggio) che ingigantiscono il gesto, che fanno alzare il volume della disapprovazione del pubblico, che scatenano le reazioni di chi si sente defraudato. Come Johann van Graan, allenatore del Bath, dopo la semifinale che ha spedito il Bordeaux a giocarsi un bis in Champions contro i dublinesi del Leinster, sbarcati sulla loro nona finale.
Van Graan ha dato i numeri: 19, 23, 42. Sono i minuti in cui Alfie Barbeary, il suo numero 8, è stato fermato da Maxime Lamothe, dal gigantesco Adam Coleman e da Maxime Lucu. Con contatti che hanno interessato la testa? Nessun intervento è stato preso in considerazione. “Nika Amashukeli ha fatto un buon lavoro, idem Ben Whitehouse, con le immagini che aveva a sua disposizione” ha detto van Graan.
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Ma c’era qualcosa che il TMO non aveva a disposizione? “Una completa quantità di angolazioni”. Perché, a curare quest’aspetto in Champions – contrariamente a quanto capita nel Sei Nazioni e nello URC – accanto al TMO non sedeva un regista indipendente, ma un francese, proprio come la tv che produceva il match e che non ha messo a disposizione tutte le immagini possibili. Durante la diretta, la stessa osservazione era stata fatta da Lawrence Dallaglio, commentatore tecnico del match: “in Francia, lo sappiamo, ti fanno vedere quello che gli fa comodo”.
Per la finale Bordeaux-Leinster del 23 maggio a Bilbao, la voce insistente indica in un inglese – neutrale – colui che siederà accanto al TMO. L’uno e l’altro armati di ogni possibile quantità di riprese. I sezionatori, i periti, i patologi.
Dopo questo interminabile preambolo, non resta che provare a distillare una morale. Poco meno di trent’anni fa il rugby era stato applaudito per aver approvato un intervento tecnologico che chiarisse la “bontà” di una meta. Una delle prime sperimentazioni – se la memoria non vacilla – investì una segnatura di Dan Luger. L’arbitro e il pubblico guardavano le immagini trasmesse dal maxi-schermo. A seguire, la decisione. Tutto qui.
Oggi tutto è cambiato, ma parafrasando al contrario Yeats, nessuna terribile bellezza è nata. Partite interminabili, paradenti che trasmettono informazioni (la salute dei giocatori innanzitutto è il vanto di World Rugby), uomini giganteschi che si scontrano, immagini che si sovrappongono alle immagini e che non bastano mai, arbitri sempre più in balia degli eventi, realtà e subitaneità di un gesto affettate sottili a creare un nuovo tipo di verità. Oggi il rugby – e non solo il rugby – è questo. E domani?
C’è sempre l’intelligenza artificiale (le minuscole non sono un errore…) per ottenere il migliore dei rugby possibili. Nei Campi Elisi (qui le iniziali sono maiuscole…) i vecchi cavalieri, gli eroi di un giorno, i condottieri, i santi, i peccatori ridono felici: hanno avuto i loro giorni e l’hanno scampata bella.
In copertina: Maxime Lucu protagonista del match tra Bordeaux e Bath – ph. Loic Cousin/Icon Sport
