La notizia di questi giorni è il ritorno in Italia di François Mey, nuovo acquisto del Benetton Rugby.
In questa intervista del 2022 firmata da Valerio Vecchiarelli c’è tanto di quello che serve per conoscere il giocatore e la persona. È andato in stampa su Allrugby 166, nel gennaio di quell’anno: sei mesi più tardi Mey avrebbe lasciato l’Italia per la Francia, destinazione Clermont.
Il suo Sudafrica è lontano nel tempo e nello spazio, adesso i pensieri sono qua, colorati di azzurro e di bella gioventù. Franҫois Carlo Mey, classe 2003, trequarti centro del Colorno e della Nazionale U20 che vuole regalarsi un Sei Nazioni da protagonista, è già un veterano.
Gioca da sempre per ius sanguinis, per lui il rugby è parte dell’infanzia, dei pensieri, delle dinamiche familiari. Emiliano di Parma per nascita, di scuola italiana per elezione, è figlio di Riaan Mey, terza linea sudafricano dell’Amatori Parma che, una volta arrivato in Italia, decise che mai sarebbe più tornato indietro in direzione del Paese Arcobaleno. Giocatore, allenatore sempre a Parma, nel frattempo papà di figli italiani (Ruan, il fratello maggiore, è nella rosa del Colorno) che al rugby italiano promettono di regalare spicchi di futuro.
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Franҫois è titolare fisso in quel laboratorio di rugby che sta diventando la squadra allenata da Umberto Casellato, con lui crescono Mannelli e Albert Einstein Batista (2000), Gesi (2001), Odiase (2003) e insieme iniziano a respirare l’aria del gioco che conta. Con qualcosa in più per chi ha le stimmate del predestinato, una speranza di approdare al professionismo condita dai consigli illuminati di papà Riaan: «Certo che proverò ad arrivare più lontano possibile – assicura il ragazzo bloccato a casa da una positività al Covid – ma adesso non è questo il mio pensiero ricorrente. Il futuro si costruisce oggi e allora il mio impegno ora è focalizzato sul Colorno, la Nazionale U20, la crescita personale, poi si vedrà. Se avrò fatto le scelte giuste sarà il campo a dirmelo. Papà non interviene nell’indirizzare questo mio percorso, al massimo dà qualche consiglio quando arriva lo sconforto, sempre in una direzione positiva, costruttiva, mai per spingermi in una o nell’altra direzione. Ci ha cresciuto nella responsabilità, sappiamo che solo noi abbiamo il futuro nelle nostre mani».
La vittoria di quest’estate con la Nazionale U18 in Inghilterra è già un ricordo, il veterano bambino ha davanti a sé altre montagne da scalare: «Non vedo l’ora di poter tornare al campo, la convocazione per l’Under 20 è uno stimolo enorme, ma ho il timore di dover perdere tempo prezioso proprio in questo momento determinante per la mia stagione. Lì un posto da titolare bisogna guadagnarselo. Per noi al primo anno nella categoria, poi, la sfida è durissima. Spero di poter recuperare il tempo perduto».
Trequarti centro, con un passato da mediano di apertura nelle giovanili del Gran Parma e qualche passaggio a estremo: «All’occorrenza posso anche giocare numero 10, mi piace e credo di saper leggere le situazioni di gioco. Ma adesso sono concentrato sul ruolo di secondo centro, lì gioco a Colorno e lì devo migliorare. Anche se spesso vengo schierato vicino all’apertura, proprio per sfruttare la mia abilità al piede in quelle occasioni in cui diventa prezioso un secondo playmaker. I miei punti di forza sono velocità di esecuzione, rapidità nelle scelte in attacco, mi esalto quando c’è da correre con la palla in mano. A volte faccio delle belle letture in difesa, però devo lavorare e migliorare molto sull’impatto, sulla tecnica del placcaggio. Credo di saper giocare discretamente bene anche con il piede, quando c’è da scegliere penso di saperlo fare».
Il rugby riempie le giornate, ma a 18 anni non può essere tutto…
«Per poter partecipare agli allenamenti del mattino seguo lo stesso percorso scolastico di David Odiase. Frequento l’Istituto tecnico per geometri, lezioni al pomeriggio e compiti la sera. E oltre al rugby c’è… tanto rugby, guardo un po’ tutto, con un occhio al Super Rugby australe. Non posso trascurare i weekend sudafricani, anche se mi rendo conto di aver perso un po’ di quello spirito tipico che deriva dall’origine di mio padre. Come abitudini sono molto italiano e allora ci pensano i tre sudafricani arrivati a Colorno a rispolverare le mie origini: mi parlano sempre delle grigliate “lente” che si fanno laggiù, dei weekend di sport e relax, del golf… Sono molto attratto dal basket, dalla Nfl, dal tennis, ma non tanto per le partite, quanto per alcuni particolari nell’allenamento, nella preparazione dei grandi campioni. Da tutti c’è da imparare e quello della metodologia dell’allenamento è un mondo che mi interessa molto».
E allora si può iniziare dal metodo Casellato…
«Eh sì, da lui bisognerebbe apprendere la capacità che ha di motivare ogni singolo giocatore della squadra. Ha la dote naturale di ottenere da ognuno il massimo o qualcosa in più. D’altronde è arrivato in una squadra che lo scorso anno le perdeva tutte o quasi chiedendo solo di volere un gruppo che ogni volta, ogni minuto di ogni partita, desse l’impressione di potersela giocare con tutti. È quello che sta succedendo».
