Ricordo la prima volta che l’ho visto giocare, Luca Morisi. Sarà stato in Under 16, a Rho, e recuperava i palloni direttamente dalle ruck, poi contrattaccava.
Mi è sembrato di percepire subito una delle sue caratteristiche: una corsa efficacissima, potente, che a quel livello in pochi riuscivano a contenere. Parlando con l’allenatore, Paolo Sale, mi disse subito: “Lui non lo sa ancora ma andrà in nazionale”.
Passano un paio d’anni e su quell’orribile campo che era il Valvassori Peroni prima dell’arrivo del sintetico, la seconda squadra – in cui militava il sottoscritto – fa opposizione alla giovanile di Luca. Lui da centro-apertura-factotum prendeva un buco ad azione e lo scrivente, estremo, capì subito l’andazzo. Era imprendibile. Non per forza ma per lettura del gioco. Non stupì nessuno quando nel 2008/09, in uno degli anni più scalcagnati per l’ASR Milano, l’inserimento di Luca in prima squadra per poco non consentì di evitare una retrocessione data per certa.
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Purtroppo per lui si fece male: tibia e perone, il primo infortunio grosso della carriera. L’ASR tornò in C dopo venti anni di B. E Luca non indossò più la maglia biancorossa in competizioni ufficiali, mancando la possibilità di giocare insieme al fratello Marco, bravissimo mediano di mischia che avrebbe meritato qualcosa di più.
Noi del club soffrimmo a vederlo in maglia Grande Milano, perché emanazione dei rivali del CUS, mentre ci rincuorò poi vederlo giocare in Eccellenza con i Crociati. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, insomma.
Poi il Benetton e la Nazionale. Tutto così in fretta.
“L’ASR Milano è una piccola squadretta piena di talenti e nessuna altra squadra italiana ha questo: noi siamo tutti legati a questa città, ci conosciamo tutti, diamo sempre il massimo e non temiamo mai nessuno”, così parlava Luca Morisi in un documentario del club nel 2009. Luca è figlio di Riccardo, uno dei primi ragazzi che nel 1969 iniziarono a giocare agli ordini di Ezio Cozzaglio, un gruppo passato dal rugby educativo alla promozione in Serie A. Riccardo, poi medico, lo ha sempre seguito: “Allenatori erano i nostri genitori. Prendevamo una botta alla gamba ‘non è niente, non hai un cazzo, torna dentro’. E continuavi a giocare. Un’abitudine allo sforzo, alla sofferenza. Comunque penso che se avessi militato in una squadra come Calvisano, più seria, avrei smesso prima di giocare. Mi sarei stancato prima. A Milano l’ho sempre vissuta più tranquilla”.
Dovete sapere che l’ASR Milano, già Rugby Milano, ha dato tanti giocatori alla Nazionale. Ma era da Massimiliano Capuzzoni, mancato nel 1995, che nessuno indossava la maglia azzurra. Così, nel freddo di Roma, anno 2012, vederlo entrare e placcare alle caviglie gli inglesi, fu qualcosa di enorme e che probabilmente ha aiutato un piccolo club a diventare quello che è adesso: una realtà solida, con tantissimi tesserati e una collaborazione con il Benetton Treviso.
Prima, nessuno ci metteva sulla mappa del rugby.
Ci riuscì questo ventenne che uscì dagli spogliatoi dell’Olimpico senza sapere neanche cosa fosse una zona mista – infatti era già in smoking, completo di papillon – e per prima cosa ringraziò il capitano della prima squadra di allora che “mi ha mandato una frase che terrò ben stretta perché mi ha colpito molto” e poi, visibilmente emozionato, che “mi sarebbe piaciuto esordire all’estero perché avrei sentito meno pressione”. Quel giorno a Roma fu indimenticabile, infatti nevicò.
“Personalità forte ma carattere sensibile. E timido. Ma sul campo, zero”, lo descrisse bene Jacques Brunel, che lo fece esordire quel giorno al posto di Gonzalo Canale. Saranno poi 50 i caps con la Nazionale, l’ultimo al Mondiale 2023 contro la Francia. Ma chissà cosa sarebbe stato senza il doppio infortunio al ginocchio (uno gli costò il mondiale inglese del 2015) e soprattutto senza l’asportazione della milza durante Italia-Fiji a Cremona nei test 2013. Ricordo come fosse ieri: dovevamo intervistarlo per la rivista, ci eravamo messi d’accordo a Torino dopo la sfida con l’Australia. Causa operazione al posto suo intervistai Michele Campagnaro. E quando vidi sbocciare Michele, pensai che Luca non avrebbe più recuperato il posto.

Invece un anno e mezzo dopo sono in piedi sul divano per la sua doppietta a Twickenham con l’Inghilterra. Finisce tanto a pochi (47-17) per gli inglesi, ma quelle due mete sono un compendio di Luca: cambi di direzione, forza fisica, corsa nello spazio al doppio degli altri.
Albione ce l’ha nel cuore Luca (“Ho sempre avuto una predilezione per l’Inghilterra: da piccolo volevo sempre la loro maglietta e andare a vedere le loro partite”), infatti coronerà il sogno di giocarci dopo undici anni di Benetton: è la stagione 2022/2023, contratto con i London Irish. Ci sono anche Fischetti e Zilocchi. Morisi vuole testarsi fuori dalla comfort zone. Dopo alcuni mesi, alla domanda “Com’è?”, risponde “È fico”. Ad avere dubbi sono solo i genitori (“con tutti gli infortuni che ho avuto in carriera andare in un campionato duro come la Premiership non gli sembrava una buona idea”), lui è felice e lo sono anche gli Exiles. Purtroppo, come troppe volte gli è capitato in carriera, il destino decide al posto suo e il ritorno in Italia, alle Zebre, è forzato dal fallimento della società londinese.
Per riassumere, 50 presenze in azzurro, cinque mete (tre agli inglesi, una all’Irlanda, una alla Russia), oltre 100 presenze (6 mete) in URC tra Benetton e Zebre. Ma per noi rimane quello della frase detta al telefono, in settimana, ai suoi genitori prima dell’esordio: “Se faccio una brutta figura non rimaneteci male”.
In copertina: Luca Morisi affronta Billy Vunipola e Ben Te’o in maglia azzurra – ph. FIR
