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Italia Inghilterra huddersfield 1998

L’Italia, checché se ne dica, ha già battuto l’Inghilterra e persino in Inghilterra. Quel giorno brumoso, il 22 novembre 1998, l’abbiamo vista tutti la vittoria degli azzurri sui bianchi: tutti i pochi italiani, pochissimi i cronisti, e tutti i tanti inglesi sulle tribune del veramente bello McAlpine Stadium di Huddersfield.

L’hanno vista ancora meglio i 30 giocatori in campo e le riserve e gli allenatori, Georges Coste per l’Italia e il non ancora Sir, ma già parecchio altezzoso, Clive Woodward per l’Inghilterra.

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Svista

L’unico, ma proprio l’unico a non avere visto quel giorno quella prima storica vittoria italiana sull’Inghilterra è stato un signore francese, Didier Mené, che si trovava ugualmente da quelle parti e che per un dettaglio dispettoso del destino aveva il ruolo dell’arbitro.

Arbitro al tempo aiutato solo dai due guardalinee e non ancora dal Tmo: questione di poco, meno di tre anni, ma nel 1998 niente: valeva solo la vista dell’arbitro e quel giorno Mené non vide nulla perché la carica degli avanti azzurri, in quell’avvio del secondo tempo, era cosi arrembante che lui aveva perso la bussola, si era smarrito, si trovava da lato opposto del raggruppamento rispetto a quello da cui il mediano di mischia Alessandro “Tronky” Troncon raccolse il pallone si tuffò in meta. Meta bellissima, solare anche se il cielo era di piombo, meta rapidissima, d’istinto e di talento, di gran classe nella sua costruzione e nella sua esecuzione.

Gli Azzurri esultarono, i fedeli italiani in tribuna alzarono i pugni, gli inglesi, in campo e sulle gradinate, abbassarono le testa: mancavano ancora 35 minuti e il punteggio, con quella meta, si compattava (16-13).

Soprattutto fu subito chiaro all’intero stadio che la meta di Tronky avesse definitivamente frantumato la confusa resistenza inglese.

Vantaggio

I bianchi di Woodward, fin dall’inizio di quel match di qualificazione ai Mondiali 1999, avevano subìto il gioco dell’Italia quadrata, coerente, ben orchestrata da Troncon e Dominguez, già in grado nel primo tempo di lanciare in meta l’ala Roselli che era stata fermata – palla in mano e solo 10 metri di prato deserto da colmare – dal suddetto Mené, che non concesse un colossale vantaggio agli Azzurri. Una fischiata surreale che nemmeno un vigile urbano si sarebbe concesso. Va bene, ok, sul vantaggio la discrezione dell’arbitro è effettivamente discreta, ma poi invece di discrezionalità sulla successiva meta di Troncon non avrebbe dovuto essercene nemmeno un grammo.

L’arbitro Mené, di fronte alle facce stupite dei giocatori (italiani prima felici poi basiti, inglesi prima atterriti poi miracolati) per quella meta non assegnata, scrutò per un istante verso il guardalinee, ma costui tenne educatamente lo sguardo fisso sulle proprie scarpe quando avrebbe invece dovuto scattare verso i pali in attesa della trasformazione. Ma in realtà, come di prammatica nel 1998 e senza TMO, quando mai un guardalinee avrebbe sbugiardato l’arbitro facendogli fare la figura dello sbadato sprovveduto fuori posizione? E nemmeno Mené poteva tenere conto del brusio simile a un tumulto che stava crescendo dalla tribuna stampa, dove i cronisti vedevano e rivedevano in tv il replay della lineare meta di Troncon.

“È chiaramente meta” disse Stephen Jones, del Sunday Times, il più autorevole dei cronisti britannici. L’ala inglese Tony Underwood, in tribuna, allargò le braccia: è meta.

Statistica

Invece amen, niente meta, niente prima vittoria dell’Italia sull’Inghilterra: un anatema che perdura tutt’oggi. E che Dio abbia in gloria l’arbitrò Mené che in tutta la carriera diresse solo 12 test matches e che ha prematuramente passato il fischietto nel 2023 a 59 anni. Una dannata statistica: solo 12 test matches fra i quali proprio quello della meta reale di Troncon, ridotta a meta fantasma in quella cattedrale del Rugby League di Huddersfield.

Il primo tempo si era di fatto chiuso sul 9-6 (piazzati di Grayson e Dominguez) ma al terzo minuto di recupero l’ala Luger sfruttò l’unica incertezza difensiva degli Azzurri, fra i quali lottava come un Titano un diciannovenne padovano che non aveva ancora debuttato in Serie A, il che non importava nulla al ct Coste che ne aveva già intravisto in filigrana il talento.

Mauro Bergamasco, terza linea, in pratica al primo test match vero, si presentò caricando a testa bassa contro quella muraglia umana di Jason Leonard, pilone già leggendario anche nei Lions. Non conquistò il vantaggio, il giovane azzurro, ma nemmeno perse il possesso: a fine partita Leonard volle scambiare la maglia con lui. Sono soddisfazioni.

Il sorpasso

Dopo il tè, sul 16-6, l’Italia schiaccia di nuovo gli inglesi e segna la meta del quasi pareggio. Anzi no.

Fa niente, la partita è nelle mani degli Azzurri, l’Inghilterra non passa mai la metà campo, si difende con affanno e indisciplina: Dominguez butta dentro altri due penalty e pure un drop, 16-15 fino al 78’, con quei maledetti 7 punti mancanti al tabellino italiano che avrebbero fatto tutta la differenza contro quei bianchi in balìa del pack italiano guidato dal capitano Giovanelli. In tribuna, fase dopo fase, tutti ci attendiamo il sorpasso, una conseguenza logica di quanto avviene in campo. Una conseguenza logica di quanto avvenuto il quel portentoso 1998 in cui l’Italia di Coste, ammessa al Sei Nazioni il 16 gennaio, ha già battuto Scozia (urca), Georgia, Russia, Croazia, Argentina (compreso un certo Quesada, urca urca) e Olanda.

Avrebbe battuto in realtà anche il Galles a Llanelli (il Millennium Stadium a Cardiff è in costruzione), ma nel commovente Stradey Park finisce 23-20 perché qualcuno, l’inglese Lander, si inventa – con enorme dispendio di fantasia e con altrettanta sudditanza all’establishment – un in-avanti durante un fraseggio tra Vaccari e Marcello Cuttitta galoppanti in meta. Ok, ok, lasciamo perdere, in ogni articolo ci si può rammaricare, e senza esagerare, solo di un arbitro.

Niente applausi

Intanto a Huddersfield, sul 16-15 a due minuti dalla fine, l’Inghilterra, che in tutta la ripresa non aveva segnato nemmeno un punto, si affaccia per la prima volta nella metà campo italiana: il centro Will Greenwood, un ragazzone peraltro innamorato dell’Italia per esservi cresciuto per molti anni al seguito del padre Dick, allenatore della Roma, vede che buchi nella linea azzurra non ve ne sono, calcia a scavalcare in maniera sbilenca con la palla che gli rimbalza provvidenzialmente in mano proprio di fronte ai pali. Ergo finisce 23-15: dai 20mila inglesi in tribuna non si ode un applauso. Il capitano Martin Johnson guadagna gli spogliatoi scuro, scurissimo in volto.

Non si avesse fatto il callo a queste amare peripezie, per noi italiani ci sarebbe stato da fare il bagno nelle gelide acque dell’adiacente fiume Colne che bagna la tribuna Nord, ma invece ci si trascina stancamente nella sala delle conferenze ignari del magnifico pandemonio che avrebbe reso memorabile la giornata. Altro che la svista dell’arbitro Mené.

Woodward, come vuole la logica, è incalzato senza pietà dai reporter inglesi: avere salvato lo scalpo, e proprio contro l’Italia, solo grazie a un infortunio dell’arbitro non era molto incoraggiante a un anno di distanza dalla Coppa del Mondo. E volete sapere come ha tentato di cavarsela quel futuro baronetto? “Colpa degli italiani che hanno giocato solo per distruggere il nostro gioco!”. Un’inqualificabile oscenità, il solito, sbiadito escamotage di chi, con la puzza sotto il naso, non accetta l’evidenza della realtà. Un film inscenato mille volte, in particolare dai ct inglesi.

Lions

Con i radi suiveurs italici quel giorno c’era anche il professor Mario Diani, dell’Università di Edimburgo e di Trento, e oggi colonna di Allrugby, che con il suo perfetto inglese chiese a Woodward di almeno argomentare in maniera articolata quella tesi con cui cercava di nascondere le carenze del suo squadrone zeppo di assi.

Ma niente, l’ex centro dei Lions, insisteva con insopportabile affettazione. E la meta negata all’Italia che avrebbe ribaltato la partita? “Quale meta? No, l’Inghilterra non è stata fortunata, ha meritato pienamente di vincere”, la replica stizzita e reiterata a ogni domanda.

A quel punto il collega Carlo Bruzzone, con il suo perfetto genovese, sbottò: “Tu non ci prendi per il culo, belinone, con quel tuo sorrisetto di merda”. Scusate la franchezza, ma quando ci vuole ci vuole. E in questo caso ci voleva davvero, magnifico Brucar, che ci ha lasciato nel 2016 a 82 anni dopo avere seguito 234 partite della nazionale. Woodward non poteva certo comprendere il significato testuale della frase, ma la prossemica dell’alto e paonazzo cronista italiano era inequivocabile per lui e anche per l’incalzante, ma azzimata stampa britannica. “Dillo che ti sei cagato addosso!”, continuò con voce tonante Carlo davanti a Woodward che adesso esibiva meno sicumera e più spazio tra la mandibola e la mascella. Offrire l’onore delle armi sarebbe stato sufficiente e rispettoso per gli italiani, ma evidentemente il ct inglese non ne voleva sapere.

Energumeni

La scena: Carlo Bruzzone in piedi che inveisce, Woodward impietrito, sala stampa (tutta) che rumoreggia in favore del giornalista spiritato. Due energumeni del servizio d’ordine dello stadio sollevano di una spanna Carlo e lo portano fuori dalla stanza inseguiti dai cronisti italiani che per solidarietà se ne vanno dalla conferenza tentando nel contempo di strappare il collega dalle grinfie dei due marcantoni dai modi assai spicci. Alla fine Bruzzone, posato a terra, si sistema la giacca, stringe il nodo della cravatta, recupera in pieno l’aplomb che lo contraddistingue e sorride: “Non potevo mica accettare quella presa in giro”. Già, non si poteva.

Il giorno dopo Sky Sport sforna gli highlights della partita: fa male al cuore sentire il commentatore dire: “Perfectly good try disallowed”, annullata meta perfettamente valida.

Diciannove anni dopo, nel 2017, Carlo Bruzzone non c’è più: la FIR ha almeno fatto in tempo a donargli un cap per quelle sue 234 partite “coperte”, una innovativa meritoria iniziativa.

Sir

Dallo schermo del computer sbuca Sir Clive Woodward, che intanto ha vinto Grand Slam e Coppa del Mondo nel 2003, che è stato responsabile per il CIO per gli sport d’élite, che è stato scelto da Lord Sebastian Coe per un alto ruolo dirigenziale per le Olimpiadi del 2012, che ha scritto l’eccellente autobiografia “Winning”, che ha pure toppato alla grande il tour dei Lions nel 2005 in Nuova Zelanda (3 ko su 3). Beh, cotanto Sir sulle colonne del seguitissimo Daily Mail se ne esce con questa frase: “Prima della loro ammissione al Sei Nazioni nel 2000, gli italiani hanno sconfitto, e più di una volta, tutte le cinque nazioni tranne l’Inghilterra. E noi ce l’abbiamo fatta per un pelo quando ci hanno teso un’imboscata in una partita di qualificazione ai Mondiali nel 1998 a Huddersfield. Ero allenatore dell’Inghilterra, abbiamo vinto 23-15, ma l’Italia avrebbe dovuto vincere. Era mentalmente e fisicamente fantastica”.

Pentimento

Alleluia: il pentimento dopo quasi venti anni, l’ammissione che gli sarebbe valsa empatia e rispetto se fosse stata espressa nel 1998 a Huddersfield. Meglio tardi che mai: da lassù, nel Paradiso del rugby, Carlo Bruzzone avrà gradito. Insomma, sì, meglio di niente anche se poi a leggere tutto l’articolo il sommo Woodward dall’alto della sua altissima cattedra ha piazzato quel mea culpa in maniera un po’ strumentale, diciamo pure in maniera un po’ vile. Mica possiamo pretendere da un baronetto troppe concessioni.

Sì, perché l’ex ct inglese in realtà ha piazzato quella confessione non per battersi il petto, ma per sostenere che nel Sei Nazioni “un meccanismo di retrocessioni avrebbe favorito miglioramenti nell’Italia che nel Torneo non vinceva una partita dal 2015”. Mannaggia a lui, eggià ci mancava proprio Woodward per tirare fuori per la milionesima volta lo spareggio con la Georgia. Aveva ragione Carlo, mai fidarsi dei baronetti.

Le squadre di Inghilterra-Italia 1998

Inghilterra: Perry; Luger, Greenwood, Guscott, Healey; Grayson, Dawson; Corry, Back, Clarke (51’ Hill); Archer (51’ Rodber), Johnson (cap.); Garforth (51’ Rowntree), Cockerill, Leonard.

Italia: Pini; Roselli, Stoica, M.Dallan, Martin; Dominguez, Troncon; Caione, Mauro Bergamasco (61’ Arancio), Giovanelli (cap.); Cristofoletto (44’ Lanzi), Checchinato; De Carli, Moscardi, Massimo Cuttitta (54’ Castellani).

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