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Italia Scozia 1996

Il problema più urgente in vista di quel 6 gennaio di 30 anni fa non era in realtà la voglia matta dell’Italia di entrare nel Torneo delle Cinque Nazioni, ma era come diavolo suonare allo stadio di Rieti l’inno della Scozia.

Lo struggente Flower of Scotland era stato adottato dagli highlanders solo sei anni prima, nel 1990, e per di più l’accompagnamento musicale era nato per essere eseguito solo con le cornamuse.

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Dannate cornamuse

Dannate cornamuse: oggi ci sono fior di bande di cornamuse in Italia, ma in quei primi giorni del 1996 non se ne trovava una. Compresa di suonatore, eh. E tantomeno c’era il becco di una lira (soldi, non strumenti musicali) per ingaggiarne una a Edimburgo e dintorni e trasportarla fino in Sabina. Un rompicapo che toglieva il sonno agli organizzatori del test match fra Italia e Scozia, ovvero a quel gruppo di fulminati dirigenti del Rieti Rugby che mai si sarebbe rassegnato a infilare un asettico cd nell’impianto audio dello stadio.

No, l’inno scozzese deve essere suonato dal vivo dalla banda dei Carabinieri al pari dell’Inno di Mameli: la favolosa accoglienza allestita per la squadra in kilt non poteva essere menomata proprio nella fase più emozionate prima del calcio d’inizio.

Tre vittorie storiche

Un momento: avete letto “test match” ma in verità nel giorno dell’Epifania di 30 anni fa si giocò “solo” una partita fra selezioni A, ovvero, alla lettera, fra i rincalzi di quelle nazionali.

Una richiesta, quell’etichettatura, voluta all’ultimo momento dagli scozzesi. Ecco, parte da quella ipocrisia la grandezza del trionfo degli azzurri di Georges Coste davanti ai 5mila fedeli dello stadio Scopigno di Rieti, davanti a tutto il mondo del rugby che strabuzzò gli occhi per il 29-17 che Dominguez e compagni stamparono sulla faccia degli altezzosi rivali.

Ora, senza nulla togliere alla grandiosità della vittoria dell’Italia a Grenoble sulla Francia nell’anno seguente, va detto che il successo a Rieti sta indiscutibilmente sul podio dei risultati che hanno aperto agli azzurri le porte del Sei Nazioni.

Stringi stringi, prima del 6 gennaio 1996, si possono indicare solo tre vittorie a pro dell’ingresso dell’Italia nel Torneo: Italia-Francia A1 16-9 a Treviso nel novembre 1993; Italia-Scozia A 18-15 il mese dopo a Rovigo e Italia-Irlanda 22-12 a Treviso nel maggio 1995. Stop. Certo, tutte e tre vittorie storiche, ma una sola contro una squadra di titolari del Cinque Nazioni, gli irlandesi.

A Rieti, aveva garantito la Scozia, sarebbe arrivata la squadra delle prime scelte perché, insomma, l’Italia di Coste stava crescendo e meritava l’onore del cap. Nessun replay di tre anni prima a Treviso, quando da Edimburgo era arrivata una squadra con solo una piccola rappresentanza di stelle. Effettivamente nel capoluogo sabino atterrò la Scozia vera, quella che di lì a un mese avrebbe giocato nel Cinque Nazioni. Solo che all’ultimo momento l’Union scozzese declassò a selezione “A” quel gruppo di formidabili titolari. Il solito meschino espediente: in caso di sconfitta la fedina penale scozzese sarebbe restata immacolata, in caso di vittoria sarebbero scattate le tipiche sbruffonerie: “Avete visto, basta la squadra A per battere questi italiani che vagheggiano il Sei Nazioni”.

I dirigenti del Rieti Rugby in Municipio

L’ipocrisia scozzese

La Fir protestò, il ct Coste sbraitò, gli azzurri sacramentarono, ma più di tanto non si poteva fare: anche la federazione italiana etichettò la squadra azzurra come “formazione A”. E rispose come si fa in questi casi: lasciò a Coste la possibilità di convocare tutti i titolari esattamente come aveva fatto la Scozia. In altre parole, ogni formazione presentava solo una matricola (Tommaso Visentin per l’Italia) ficcata nel foglio partita insieme a 14 titolari di comprovata esperienza. Ricapitolando: sulla carta “formazioni A”, in campo le nazionali vere, in campo un vero test-match.

Quella Scozia vera fu annichilita degli azzurri sempre dominanti: 4 mete (Arancio, Gardner, Vaccari e Visentin) a una (Redpath), Dominguez sempre una spanna sopra “Fulmine” Townsend (attuale ct scozzese) e il pack timonato da Gardner sempre in avanzamento su quello del capitano-chirurgo Wainwright.

Un’apoteosi che rimbombò in tutta Ovalia, anche perché lo sgretolamento della Scozia avvenne sotto gli occhi di Jim Telfer, team manager che aveva allenato in precedenza la stessa Scozia e persino i Lions. Un guru di prima grandezza del rugby mondiale che divenne testimonial degli Azzurri nei salotti esclusivi del rugby anglosassone. E sotto gli occhi di Allan Hosie, già arbitro internazionale di rango e ora, soprattutto, potente segretario del Comitato del Cinque Nazioni. Non a caso nell’autunno del 1997 fu proprio lo scozzese Hosie ad anticipare al Messaggero che l’Italia sarebbe stata ufficialmente invitata ad aggiungersi al Torneo, invito recapitato al presidente Giancarlo Dondi il 16 gennaio 1998.

Ombelico d’Italia

Rieti ombelico d’Italia e del mondo ovale, allora, quel 6 gennaio 1996 in cui però non si trovavano né le cornamuse né le partiture di Flower of Scotland per gli strumenti dei maestri della banda di Carabinieri. Una generazione fa lo strumento tecnologico più potente per comunicare era il fax e di richieste ne partirono decine verso Edimburgo, Londra e persino Dunedin, enclave scozzese in Nuova Zelanda.

Consultata anche l’ambasciata britannica. Macché, solo risposte di circostanza. All’epoca la percezione del rugby in Italia era del resto assai labile, così come la reputazione degli Azzurri rispetto ad oggi: il Sei Nazioni era ancora un sogno che poggiava su gambe traballanti e solo nelle isole ovali in Veneto e in Abruzzo il rugby vantava un seguito concreto e costante.

Trent’anni dopo è tutto più facile: l’attuale comitato organizzatore non ha faticato a trovare una cornamusa e, alla peggio, si sarebbe rassegnato a diffondere il file audio dell’inno. All’appello, rispetto al 1996, manca anche il programma, il libretto che presenta il match, una sacra tradizione nel rugby, aperto dal saluto di un grande del rugby mondiale quale Gavin Hastings, asso della Scozia e dei Lions, che venne avventurosamente rintracciato al telefono (fisso, ovvio) di un pub nelle isole Shetland e il cui testo, commovente e carico di rispetto per l’Italia, venne portato come una reliquia alla tipografia.

Italia Scozia 1996
La locandina della partita

Manca anche una locandina come quella disegnata dal pittore reatino Francesco Sacco, un artista che ha poi firmato anche le copertine di AllRugby: niente a che vedere con gli attuali post sui social di ispirazione cinquecentesca realizzati con l’intelligenza artificiale. Il manifesto di Sacco andò a ruba e venne affisso in tutte le vetrine dei negozi, numerose virate sul tema della partita. La città di 45mila abitanti, dove il rugby era sbarcato solo nel 1961, si appassionò davvero all’evento, si trasformò in Treviso, Padova o Rovigo, forse qualcosa di più perché c’era il profumo della novità.

I bagliori dell’unica stagione in serie A nel 1981/1982 del Rieti Rugby si erano ormai spente e solo il Meeting internazionale di atletica leggera del patron Sandro Giovannelli, artefice di strabilianti record del mondo, metteva Rieti nel radar dello sport internazionale. Ma quelle due nazionali, anzi quattro perché era previsto anche il confronto fra Under 21, che stazionarono per tutta la settimana in città, quell’atmosfera sconosciuta da Cinque/Sei Nazioni innescarono davvero un entusiasmo che sorprese gli stessi scozzesi.

Il maestro della banda

Intanto però il maestro della banda dei Carabinieri incalzava, mancava il tempo delle prove, come avrebbe potuto suonare l’inno scozzese senza partiture degli strumenti? Fenomeni reatini nell’arte di arrangiarsi per il bene del rugby quali Dino Giovanneli, Mimmo Ubertini, Franco “Stellino” De Angelis avevano mobilitato decine e decine di volontari, illustri e meno illustri reatini, giornalisti, staff di cucinieri e factotum, avevano pressato giorno e notte l’amministrazione comunale che non si era tirata indietro, avevano recuperato persino un rosso autobus londinese a due piani che svettava in piazza Battisti, avevano fatto i salti mortali per allestire il terzo tempo anche per i tifosi, per trasformare la partita in una vetrina scintillante per il rugby reatino e nazionale, avevano scalato montagne per racimolare qualche finanziamento. Tutto il possibile, di più. Ma quell’inno restava un incubo.

In zona Cesarini gli dei del Rugby, davanti a tanta fede, diedero un segno. Il maestro della banda di Contigliano, Bruno Frangiolini, si impietosì lanciandosi nell’impresa di “tradurre” e scrivere le partiture per tutti gli strumenti della banda dei Carabinieri. Gli venne fornita una cassetta in VHS registrata dalla tv, compreso il commento di Paolo Rosi, e in un paio di notti decine di fax con le partiture vennero spediti ai Carabinieri, un lavoro titanico considerato il tempo e i mezzi a disposizione.

Intanto gli azzurri e la nazionale scozzese erano stati accolti alla grande dall’intera cittadinanza, orgogliosa di diventare per qualche giorno centro dell’universo ovale e non solo d’Italia. Il rugby, come scrisse Il Messaggero, si rivelò ancora una volta il lievito di una comunità in cui negli anni così tante famiglie prima o poi avevano avuto a che fare con la palla ovale.

I giocatori, a cominciare dal condottiero e futuro architetto Massimo Giovanelli, infortunato ma al seguito della squadra, e dal capitano scozzese Rob Wainwright, cardiochirurgo, diventarono splendidi e torreggianti ambasciatori del rugby nelle strade, nelle scuole, nei pub. Generosa, come da tradizione pre-professionismo, la disponibilità dei giocatori italiani e scozzesi nei confronti delle reatine.

Marcia funebre

Non è dato infine sapere quanto contò per il trionfo azzurro la disastrosa esecuzione di Flower of Scotland da parte della banda dei Carabinieri: nonostante tutte le raccomandazioni e la fornitura dei miracolosi spartiti e di cd e di videocassette, la banda suonò in diretta Rai quell’inno guerresco con la cadenza arci-rallentata di una marcia funebre. La parola Floooooooower durò un minuto sulla bocca degli impettiti scozzesi, prima stupiti e quindi spazientiti e infine infuriati. Ma di ciò Mimmo Ubertini e il maestro Frangiolini colpe non ne avevano.

Italia-Scozia 1996: il tabellino

Italia A: 15. Massimo Ravazzolo, 14. Paolo Vaccari, 13. Tommaso Visentin, 12. Ivan Francescato, 11. Nicola Mazzucato, 10. Diego Dominguez, 9. Alessandro Troncon, 8. Julian Gardner, 7. Andrea Sgorlon, 6. Orazio Arancio, 5. Mark Giacheri, 4. Pierpaolo Pedroni, 3. Franco Properzi, 2. Carlo Orlandi, 1. Massimo Cuttitta (cap.).

Scozia A: 15 Rowen Shepherd 14 Craig Joiner 13 Scott Hastings 12 Ian Jardine 11 Kenny Logan 10 Gregor Townsend 9 Bryan Redpath 8 Stuart Reid (66′ George Weir) 7 Eric Peters 6 Rob Wainwright (cap.) 5 Stewart Campbell 4 Scott Murray 3 Peter Wright 2 Kevin McKenzie 1 Dave Hilton.

Marcatori: Italia: 4 m. Arancio, Gardner, Vaccari, Visentin; c.p 1 e 3 tr. Dominguez. Scozia: m. 1 Redpath; c.p. 3 Shepherd 1 Townsend

Arbitro: Simmonds (Galles)

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