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Simone Ferrari

Simone Ferrari ha vinto il premio di man of the match al termine di Italia-Scozia del Sei Nazioni 2026. 

Un uomo chiamato pilone è il titolo dell’intervista a lui rivolta da Gianluca Barca e apparsa per la prima volta all’inizio del 2025 su Allrugby 199.

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Degli otto avanti, il pilone destro è l’ultimo a staccarsi dalla mischia ed è quello che regge sulle sue spalle il peso del pilone sinistro e del tallonatore avversari.

È l’architrave della mischia chiusa, se cede lui, per gli altri sette non c’è speranza di reggere confronto alcuno.

“Per me il rugby è prima di tutto il pilone destro – dice Simone Ferrari, 31 anni il prossimo 28 marzo -, poi viene il pilone sinistro, un ruolo che di tanto in tanto non mi dispiace interpretare, e poi viene tutto il resto”.

Sembra di sentir parlare Manuel Ferrari, grande guru della mischia chiusa, che Simone ha avuto come tecnico nei primi anni della sua carriera a Treviso e al quale manda un pensiero di grande riconoscenza e affetto.

“Manuel è un malato di mischia come me – dice il numero 3 di Benetton e Nazionale -, negli anni che abbiamo trascorso insieme non mi ha mai fatto un complimento che fosse uno, ma aveva una grande competenza, una grande attenzione per i dettagli, ho enorme rispetto per lui, gli devo tanto”.

Componente di una prima linea che, con Danilo Fischetti sul lato sinistro, nella prima parte del Sei Nazioni ha ancorato l’Italia ad alcune certezze solide, Simone Ferrari dice non essere amante dei riflettori. E infatti, nel tunnel fuori dagli spogliatoi dell’Olimpico, dopo la vittoria con il Galles, a intrattenere la platea di giornalisti che volevano carpire ai protagonisti del match qualche emozione era soprattutto Fischetti, più disinvolto quando c’è da prendere il centro della scena.

“Il pilone destro deve tenere la testa incassata fra le spalle degli avversari e spingere – scherza Ferrari – non ha tempo per mettersi in mostra. Il sinistro è più abituato a stare in primo piano”.

Peraltro, nella sua carriera, Simone ha avuto occasione di giocare anche con la maglia numero uno: “ogni tanto non mi dispiace cambiare punto di osservazione – spiega -, anzi, qualche volta giocare a sinistra mi aiuta a capire come mettere in difficoltà l’avversario quando torno a destra, nel mio ruolo”.

Non sono tanti quelli che a lui hanno fatto piegare la schiena. “I più duri sono ovviamente i sudafricani – dice – Mtawarira, Kitshoff, Ox Nche, che non ho mai affrontato con gli Springboks, ma solo con gli Sharks. E poi i neozelandesi che pure hanno una mischia molto forte e prime linee enormi: Tamati Williams, Ethan de Groot per citarne due.”

Perché si diventa pilone?
“Per passione. Avevo forza, certo, e una struttura fisica adatta al ruolo, ma le mie doti le ho affinate con il tempo e con il duro lavoro, e forse anche sapersi sacrificare e lavorare con impegno è una qualità. Ecco quella non mi manca”.

Però hai confessato spesso di essere pigro.
“Lo ero. Tante volte mi è mancata la spinta per fare qualcosa in più. Poi l’infortunio al ginocchio sinistro (rottura del legamento crociato, ndr) che ho subito contro le Zebre a gennaio del 2021 e che mi ha tenuto fuori dal campo per più di un anno è stata, credo, la svolta nella mia carriera. Stare tanto lontano dal campo non è facile. Poi, quando ero prossimo al rientro, verso novembre, sempre del 2021, ho avuto una ricaduta e i tempi si sono allungati. Non è stato un bel periodo. Ero un po’ giù, mi sono venuti un po’ di dubbi, mi sono chiesto se sarei tornato mai a giocare. E da lì in poi credo di aver capito il valore dell’impegno quotidiano, del lavoro, non ho più mollato”.

Com’è la vita da pilone?
“Faticosa, ma io mi diverto un sacco. Mi piace la mischia, mi piace il mio lavoro. Con il Galles avrò toccato sì e no un pallone, ma il gioco di un pilone è così e non mi dispiace”.

Dicevi che l’infortunio del 2021 ti ha cambiato la mentalità.
“Ho capito che se volevo diventare il giocatore che avevo l’ambizione di essere dovevo fare di più. Ero ingrassato, pesavo 130 chili, ne ho buttati giù una quindicina abbondante, ora sono intorno 112/113 e questo sicuramente mi permette di muovermi di più in campo, di non fare solo mischie e touche. Uno sforzo che è valso la pena affrontare”.

Nella sua carriera Simone Ferrari, tra Treviso e nazionale, ha avuto diversi contendenti per la maglia di titolare: Cittadini, Pasquali, Zilocchi, Riccioni. Alla fine con il passare degli anni, in entrambe le formazioni, si è affermato come il più affidabile nel ruolo.
“Un po’ me l’aspettavo – confessa -, i piloni maturano con il tempo, sapevo che se avessi continuato a lavorare prima o poi avrei raccolto i frutti”.

Nel 2014 ci fu il tuo famoso, controverso, passaggio al Tolone, un’esperienza durata poche settimane.
“Con il senno di poi, qualche volta ho pensato che forse avrei potuto provare a tenere duro un po’ più a lungo. Ma ero molto giovane ed è stata un’esperienza troppo complicata per l’età (20 anni, ndr) che avevo allora. Non ho rimpianti, perché è difficile immaginare come avrebbero potuto evolversi le cose se fossi rimasto lì. Quel trasferimento in Francia per me fu un passo troppo precoce. Ma, alla luce di come è andata dopo, posso dire che è andata bene così”.

Con Sebastian Negri, Niccolò Cannone, Giosuè Zilocchi, Federico Ruzza e Marco Riccioni, Simone Ferrari è uno dei sei giocatori della attuale squadra del Sei Nazioni che hanno esordito in azzurro durante il periodo di tenenza di Conor O’Shea. “Un grande organizzatore – sottolinea Ferrari -, un uomo capace di tenere sotto controllo molte diverse situazioni. E infatti oggi è il director of rugby della RFU. Secondo me ha fatto molto bene qui da noi, ha lavorato molto sul gruppo nel suo insieme e con lui ho esordito contro il Sudafrica, una delle tante partite di cui ho avuto la fortuna di essere protagonista, insieme a quella con l’Australia a Firenze e altre ancora. Contro gli Springboks entrai nel secondo tempo al posto di Cittadini, vincevamo, cercai di fare meno danni possibile: mischie, touche, il mio lavoro”.

Poi è arrivato Franco Smith. “L’allenatore sbagliato nel periodo sbagliato. C’era il covid, era un momento difficile. Era un uomo che puntava molto sul lavoro, sull’impegno, era manicale nella sua passione. La competenza non è in discussione, basta vedere i risultati che sta ottenendo con Glasgow, i giocatori scozzesi lo adorano. Diciamo che ne ho rivalutato le qualità a posteriori. Ma con lui le cose qui non avevano funzionato”.

Crowley e Quesada: “Kieran l’ho avuto anche a Treviso dove, quando è arrivato, ha ribaltato tutto. Personalmente mi ha aiutato molto, anche se non era un uomo di molte parole. Però l’impianto attuale di attacco in nazionale è ancora il suo. Gonzalo gli sta dando equilibrio, sta sviluppando il lavoro su quella base. Ed è molto bravo con il gruppo”.

Più che una squadra votata all’attacco ultimamente però abbiamo visto una squadra razionale.
“Sia a Murrayfield, per il tipo di pressione che ci hanno messo gli scozzesi, che a Roma per le condizioni del tempo, non erano partite da attaccare a tutto campo con ogni pallone, erano sfide da vincere con attenzione, disciplina e con il gioco al piede. La nostra maturazione passa anche dal capire le situazioni, attaccare quando è opportuno, ed essere un po’ più conservativi quando muovere il pallone conviene meno”.

La vita fuori dal campo: c’è Chiara, la compagna da diverse stagioni, la passione per le auto (“ma solo per guardarle – scherza – ho una Audi A4 da padre di famiglia…”), il piacere di una buona cena con gli amici. “Mi piace invitare la gente a casa, una bella grigliata sul terrazzo, la macelleria è proprio qui sotto, in linea diretta con la mia cucina”. La facoltà di Economia: “procedo molto lentamente, anche se il tempo per studiare e fare gli esami, volendo, ci sarebbe, ma poi c’è sempre un buon motivo per rimandare le cose”.

Quanto pesa il doppio impegno, quasi senza soste, tra club e nazionale?
“Per me non molto, ho quasi trentun anni, e stanno arrivando molti giovani forti, Hasa, Gallorini, Neculai, senza contare che anche Zilocchi e Riccioni hanno tre anni meno di me. Non so quanto potrò giocare ancora a questi livelli, per carità, non metto limiti…ma insomma non voglio perdermi nemmeno un momento di quello che mi sta offrendo il rugby. Per cui ben vengano il Sei Nazioni, la Champions Cup, l’URC. Io non mi tiro indietro, quando chiamano ci sono”.

I libri: “me li porto sempre dietro. Ma oramai sono più che altro un…portafortuna. Li metto nella borsa e tornano senza che abbia aperto una sola pagina. L’ultimo? La biografia di Leonardo Del Vecchio, il fondatore di Luxottica”. Del Vecchio vedeva lontano. Simone spinge per spostare più avanti i suoi confini.

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Presente
Spagnolo, Di Bartolomeo, Hasa: dal Petrarca all’Italia di Giacomo Bagnasco – da Allrugby 171

Futuro
Marcos Gallorini, il futuro della prima linea azzurra di Valerio Vecchiarelli – da Allrugby 178
Destiny Aminu, da Udine all’Azzurro di Valerio Vecchiarelli – da Allrugby 179

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