In questi giorni che seguono alla seconda giornata del Sei Nazioni 2026 si è parlato spesso del passaggio in avanti di Tommaso Menoncello a Louis Lynagh in Irlanda-Italia, l’azione che avrebbe potuto ribaltare le sorti della gara dell’Aviva Stadium di Dublino.
Si sono cimentati in tanti e a tutte le latitudini, attraverso molteplici media: è un passaggio in avanti, non è in avanti anche se il pallone viaggia in avanti, esce dalle mani all’indietro, esce dalle mani in avanti.
Sul campo la parola finale l’ha avuta Ian Tempest, esperto TMO inglese della partita. Ha sentenziato che la palla è uscita in avanti dalle mani di Menoncello, e pertanto il suo passaggio è da considerare in avanti al di là di ogni legge fisica.
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Una decisione che può legittimamente non lasciare tutti concordi, ma tutt’altro che scandalosa. Probabilmente fosse andata in senso contrario staremmo qui a parlare delle lamentele dei tifosi, degli appassionati e degli addetti ai lavori irlandesi per il chiaro passaggio in avanti non fischiato all’Italia.
Il fatto che situazioni simili non siano state giudicate allo stesso modo da arbitri differenti non fa altro che sollevare l’annosa questione della continuità e dell’uniformità di giudizio da parte dei direttori di gara, che però è un problema di difficile soluzione e che non appartiene peraltro soltanto al rugby. Basta guardare appena fuori dal rettangolo verde con i pali ad acca per trovare altri sport, di squadra e non, dove si riscontrano situazioni di simile disomogeneità.
Sulla partita, poi, quell’episodio ha pari rilevanza a ogni altro singolo episodio dove sono stati invece gli errori dei giocatori dell’una o dell’altra squadra a determinare l’andamento della gara e il risultato finale. Leonardo Marin che perde il possesso a un metro dalla linea nell’ultima azione del primo tempo, Tommaso Menoncello che sceglie di non giocare davanti alla difesa una netta superiorità numerica, il famigerato rimbalzo del calcetto di Paolo Garbisi, mettiamoci anche l’offload non chiuso da Lorenzo Pani dopo quel delizioso calcetto a scavalcare nel primo tempo: sono solo alcuni esempi.
Insomma, diamoci una calmata: Irlanda-Italia non si è decisa tutta lì. L’ossessività con la quale si è rivista l’azione di Menoncello e Lynagh da sabato scorso fino a qui ha a che fare più con il bisogno di attirare l’attenzione che con qualche supposto scandalo sportivo.
Ci sono state analisi attente e sensate, sia ben chiaro, ma anche tanto ragebait, quella tecnica ormai imperante di coinvolgimento dell’audience basata sulla sua indignazione.
La comprensibile frustrazione dei tifosi italiani per un risultato che poteva essere storico e non è arrivato ha potuto così trovare la sua echo chamber in discutibili contenuti, principalmente riversati sui social, dove la decisione degli arbitri sul passaggio di Menoncello viene etichettata come assolutamente incomprensibile, con una poco velata allusione alla disonestà di chi ha diretto la gara. Fino a chi si spinge a dichiarare che è stata rubata una meta all’Italia.
Per cercare di dare un giudizio scientificamente inattaccabile in questi giorni si sono scomodate la fisica, la velocità cinetica e altro ancora, ma lo sport è imperfetto per sua natura e, a volte, risposte certe non è possibile darne. Non ha senso dopo 26 anni di partecipazione al Sei Nazioni continuare a pensare che gli arbitri abbiano pregiudizi o malanimo nei confronti dell’Italia: gli errori, se ci sono, sono uguali per tutti.
Che nessuno si senta davvero derubato. A Dublino sabato si è giocata una splendida partita. L’ha vinta la squadra che nel computo degli 80 minuti ha fatto meglio. L’Italia ha reso ancora una volta estremamente orgogliosi i propri tifosi, collezionando una serie di cose splendide sul campo da gioco. Sarebbe bene parlare di quelle, invece di svilirle per cullare la rabbia nelle pance degli sconfitti e inseguire le facili critiche a chi fa uno dei mestieri più difficili e meno apprezzati del gioco.
In copertina: Tommaso Menoncello contro l’Irlanda nel 2025 – ph. Danilo Di Giovanni/Federugby via Getty Images
