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Giovedì 27 agosto inizia la stagione della ProD2, la seconda divisione del rugby francese. È il primo grande campionato professionistico europeo ad aprire i battenti, forte di un calendario serrato che vede le ben sedici squadre figuranti ai nastri di partenza sfidarsi per trenta lunghe giornate, più l’appendice dei playoff.

È un campionato estremamente internazionale, capace di raccogliere giocatori da tutto il mondo, compresi i paesi di seconda fascia. È anche un campionato estremamente francese, con stadi colmi di tifo locale e città che vivono intensamente il loro rapporto con la palla ovale.

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L’Italia, che fino allo scorso anno presentava un piccolo plotoncino di rappresentanti nel campionato, mette in campo nella competizione il solo Pablo Dimcheff, tallonatore del Colomiers. Tuttavia, da questa stagione, c’è anche un allenatore che prova a farsi strada: è Tomaso Parrini, passato da Verona, Milano e Belluno prima di approdare, da poco, a Narbonne, squadra neopromossa in ProD2 ma dalla lunga storia (compirà 120 anni nel 2027) e che ha peraltro visto alcuni Azzurri indossare la sua maglia: Cristian Stoica, Marco Bortolami, Federico Pucciariello e Massimo Giovanelli. E, peraltro, fu anche il primo club europeo di Gonzalo Quesada, l’attuale ct della Nazionale.

“La stagione per Narbonne inizia con una trasferta a Dax – racconta Parrini – Partita che potrebbe essere subito importante perché si tratta di una delle ipotetiche avversarie nella lotta salvezza.  Le volontà del club sono quelle di sopravvivere in questa categoria, quindi sicuramente i primi arrembaggi devono essere quelli vincenti.”

“Io sono arrivato qui da un mese e mezzo circa per occuparmi della formazione espoirs e, in parte, del centro di formazione del club, ma poi collaboro anche con la prima squadra. In particolare assisto Gilles Bosch, l’allenatore dei trequarti, e lavoro sulle skills con i giocatori infortunati che stanno affrontando il loro percorso di rientro.”

“Per la prima squadra l’inizio di stagione è stato incoraggiante, in particolare l’amichevole con Beziers, squadra molto più quotata di noi, persa all’ultimo secondo. Lo spogliatoio è completamente cambiato durante l’estate: rispetto alla squadra che ha ottenuto la promozione ci sono stati più di 20 innesti e altrettanti au revoirs. È stato bello lavorare con loro, anche se ora mi sono dovuto concentrare maggiormente sull’inizio della stagione degli espoirs, che hanno un campionato duro a loro volta.”

Quando inizia l’avventura con gli espoirs?

“Sabato prossimo, trasferta ad Aix-en-Provence. Lo scorso anno la squadra non è riuscita a mantenere la massima divisione espoirs, ma proveremo a tornarci subito. La rosa è per la stragrande maggioranza francese, con qualche innesto internazionale, in particolare dalle isole del Pacifico. Ci sono, a grandi linee, tre tipi di giocatore: i giocatori che stanno al centro di formazione, si allenano con la prima squadra e poi se hanno bisogno di giocare si aggregano agli espoirs; ci sono i giocatori che ottengono un rimborso economico e un alloggio, con diversi livelli di ingaggio; e poi ci sono quelli che vengono da fuori, da Perpignan o Montpellier, che vogliono esserci per provare a sfondare. Dei ragazzi che alleno meno della metà devono fare un altro lavoro che non sia giocare a rugby per riuscire a mantenersi: la realtà dei fatti è che la categoria espoirs è quella che traccia la linea tra il successo e il ci ho provato.

Nella categoria espoirs quanto accento c’è sulla formazione e sullo sviluppo del singolo giocatore e quanto invece sulla prestazione del collettivo?

“Ti direi 5% singolo, 95% collettivo. Il giocatore arriva alla categoria espoirs già formato. Sono atleti con una volontà di ferro, si sono già fatti il mazzo per essere lì. L’obiettivo diventa costituire una squadra che gira, che si supporta, che sappia ridere e scherzare assieme, ma soprattutto che voglia vincere assieme e che non cerchino poi, come spesso succede quando hai tante individualità da far convivere, di risolvere tutto da soli. Lo scopo in questa categoria non dico che sia psicologico, ma si tratta comunque di dire al giocatore: sei arrivato fin qui tagliando le felci col machete nella giungla, ora sappi che sei arrivato in un posto dove puoi abbassare le armi e puoi giocare. Un po’ come Zanna Bianca, no? Dalla sopravvivenza all’amore.”

Narbonne si trova in una zona ad alto tasso di rugby. A metà strada tra Perpignan e Montpellier, non lontana da Tolosa. Che impressione ti ha fatto la città?

“È tutto festoso, tutto felice, tutto tranquillo. Il tempo scorre più lentamente e puoi fare qualsiasi cosa, ci sono mille possibilità per lo svago, a 20 minuti di distanza trovi tre spiagge che sono chilometriche, tutta spiaggia libera, pochissimi lettini, tutto molto vivo. E poi è una città che respira rugby. Matt Williams, australiano che ha allenato anche Ulster e la Scozia, una volta mi ha detto: this is Rugby Town. Al di là di questo, comunque, va sottolineato che comunque le cose qui, per uno come me che è appena arrivato, sono impegnative. Primo anno, ti dicono: ti diamo una baguette, una brandina e ti annusiamo un anno e poi vediamo se resisti. Ci si sveglia alle 5:45, si va in ufficio alle 6:30, si fa allenamento fino alle 11:00, si torna indietro, si mangia, si ritorna indietro a fare campo. Poi c’è una pausa, se non devi lavorare con il centro di formazione puoi riposarti un’oretta, e poi si allenano gli espoirs. E così in repeat.”

Si può immaginare che l’ambiente sia stimolante non solo per poter lavorare con giocatori di un certo livello, ma anche per riuscire ad acquisire competenze ed esperienza dalla collaborazione con gli altri membri dello staff.

“Il rapporto con gli allenatori sicuramente è cambiato rispetto a quello a cui ero abituato. C’è molta condivisione: per la prima volta qualcuno chiede a me cosa ne penso, posso dare un feedback sul lavoro fatto e a me viene dato sul mio. Quindi, diciamo, questo rapporto forse è più genuino nel rugby francese. Anche dal punto di vista tattico ci sono degli spunti molto interessanti: un accento pazzesco sulla vitesse, sull’intensità; una ricerca costante del gioco dal lato chiuso; un focus enorme su tutta la strategia al piede. L’altro giorno, ad esempio, lo staff ha avuto una call con l’allenatore dell’attacco della nazionale francese [Patrick Arlettaz] per chiedergli delucidazioni tattiche su situazioni specifiche dopo un calcio. Un momento di condivisione di livello pazzesco. E poi c’è il lavoro con il tecnico che dà una mano alla difesa con la prima squadra e allena con me gli espoirs, che si chiama Jordan Rochet, che è pazzesco. Lo definiscono un po’ vecchia scuola, ma devo dire è un allenatore con una sensibilità acuta, con i calli sulle mani ma con una capacità di allenare nella maniera più capillare e oculata possibile.”

Questo ambiente iper-professionistico ha ancora qualcosa dello spirito di condivisione del rugby di base a cui siamo affezionati, in particolare in Italia? O assomiglia più ad altri contesti dove arrivi, poggi il borsone, ci dai dentro per due ore e torni a casa? 

“Assomiglia decisamente di più al secondo caso. Tutti si disperdono immediatamente alla fine dell’allenamento. Magari è solo questo ambiente, o forse è solo che sono arrivato da poco, ma l’impressione è che la parte di condivisione, dello stare insieme sia un po’ tramontata. Anche perché comunque passiamo insieme già molto tempo insieme in un contesto lavorativo, e alla fine della giornata sei solo stanco e hai voglia di tornare a casa.”

Per chiudere: cosa ci dobbiamo aspettare da questa stagione di ProD2? 

“L’altro giorno sono stati pubblicati i budget delle squadre di ProD2 e, onestamente, la scala gerarchica più o meno rispecchia quella lista. Alla fine penso che la promozione se la giocheranno squadre come Provence, Brive, Colomiers. Per quanto riguarda Narbonne, credo che la salvezza sia alla portata. Ci sono almeno un paio di squadre decisamente al nostro livello, ma tolto questo il discorso è soprattutto improntato alle qualità della nostra squadra, che ha individualità pazzesche. Ci sono giocatori con un X-factor incredibile, come l’estremo Lubabalo Dobela, l’apertura Thibault Santoro. Caleb Timu, il numero 8 arrivato dal mercato, a mio modo di vedere è un fenomeno. Sono dei giocatori che riescono a fare la cosa giusta sotto pressione nei momenti più difficili. E tutta la squadra poi lavora molto bene quando si trova sotto pressione, una cosa che può fare la differenza, anche contro squadre di un altro livello.”

 

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