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Gli All Blacks hanno battuto il Sudafrica 33-16 a Johannesburg nella prima partita del Greatest Rivalry Tour. Se i neozelandesi hanno offerto un’ottima prova, lo stesso non si può dire dei padroni di casa, che hanno giocato sorprendentemente male, non riuscendo a vincere malgrado una mischia devastante per 60 minuti, una rimessa laterale che ha rubato un alto numero di touches agli avversari e un sostanziale predominio nelle collisioni.

La sconfitta dei campioni del mondo comporta l’avvicendamento tra le due rivali in vetta al ranking mondiale, con gli Springboks che cedono per la prima volta il primato dallo scorso mese di settembre.

Il periodo chiave della partita è stato a cavallo dei due tempi. Con gli Springboks davanti 13-12, gli All Blacks hanno resistito a tre offensive portate dagli avversari prima dell’intervallo, complice uno sfortunato in-avanti di Malcolm Marx mentre schiaccia in meta alla coda di una maul devastante. A inizio ripresa la meta di Holland, su un calcio stoppato a Williams, porta i neozelandesi davanti a sorpresa e in quel momento il Sudafrica pecca forse un po’ di arroganza: nei successivi attacchi alla zona rossa avversaria proverà sempre il colpo grosso, cercando di scardinare la difesa di forza, senza mai riuscirci.

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La meta di Jacobson, conseguente a un micidiale contrattacco di Damian McKenzie, è quella che sancisce poi il crollo definitivo della squadra di casa, che nel finale vedrà il punteggio dilatarsi ulteriormente.

I meriti degli All Blacks

L’inattesa vittoria della Nuova Zelanda è avvenuta come una naturale prosecuzione delle belle cose fatte vedere dalla squadra di Dave Rennie nelle settimane precedenti, Nations Championship compreso. Gli All Blacks hanno ancora una volta dimostrato la loro voglia di creare con la palla in mano e la propria grandissima capacità di capitalizzare nelle occasioni a disposizioni, tradizionalmente un punto di forza dei neozelandesi che di recente era andato perduto.

L’ottima media di 3.6 punti segnati per ingresso nei 22 metri avversari è la risultante statistica del cinismo degli ospiti all’Ellis Park. Delle cinque mete segnate una è arrivata grazie a un calcio stoppato (Holland), due sulle conseguenze di una mischia a cinque metri da cui Ardie Savea è ripartito con la palla in mano (Jacobson e Jordan 2), una dopo una touche alla stessa distanza dalla linea (Jordan 1) e una (Moorby) grazie a una giocata studiata a tavolino, con un brillante attacco del lato chiuso.

Quest’ultima mette in luce ancora una volta l’incredibile quantità di playmakers a disposizione degli All Blacks, con Jordie Barrett che agisce da apertura aggiunta mentre Ruben Love e McKenzie agivano dal lato aperto.

Barrett è stato tra i migliori in una squadra neozelandese con tante interpretazioni brillanti, dove ha però giocato una partita superlativa Will Jordan. Ha segnato due mete, è vero, ma per la verità piuttosto banali e non sono state certo quelle a definire la sua prestazione. Di lui si ricorda una gara sempre sulla cresta dell’onda, costantemente pericoloso palla in mano e con una grande abnegazione in fase difensiva. In particolare, Jordan è stato decisivo in due situazioni.

La prima quando il Sudafrica, sul 19-16, mette in cielo l’ennesimo calcio conteso: Jordan vince il duello con Kolbe correndo all’indietro, mettendo il proprio corpo tra l’avversario e il pallone e controllandolo con freddezza, per poi mettere in moto il contrattacco letale di McKenzie. Dalle conseguenze dell’azione scaturirà la meta di Jacobson che ipoteca l’incontro.

La seconda quando gli Springboks finalmente riescono a trovare un linebreak con Grant Williams sull’out di sinistra, e Jordan si trasforma in rubapalloni provetto, buttando la testa in due ruck consecutive per poi ottenere un tenuto decisivo.

I demeriti degli Springboks

Se gli All Blacks si sono presentati in una delle loro migliori versioni, gli Springboks hanno invece offerto una prestazione decisamente deludente. Particolarmente rara, per loro, la sostanziale implosione avuta quando la partita è stata sul filo, tra la meta di Holland (48′) e quella di Jacobson (59′).

Il Sudafrica ha sofferto per tutta la partita un’incredibile quantità di errori gestuali. In particolare hanno stupito i numerosi passaggi degli avanti nella tasca per il proprio numero 10, troppo spesso finiti a terra, impedendo di costruire un multifase davvero pericoloso per la difesa. Alla fine saranno ben 23 i palloni persi tra errori di manualità e turnovers concessi.

Particolarmente incisiva è stata la brutta prestazione della linea mediana, dove Sacha Feinberg-Mngomezulu ha dimostrato di essere ancora lontano dalla forma migliore, dopo aver già fatto male contro l’Argentina due settimane fa. Grant Williams ha dato una prestazione opaca, con passaggi poco precisi e la responsabilità del calcio stoppato. Il piano di gioco impostato dallo staff, in più, non sembrava particolarmente esaltare le sue qualità di rapidità di gioco ed esecuzione.

 

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Proprio quello del piano di gioco è un tema interessante. Gli Springboks del 2026 sembrano essere tornati indietro rispetto alla strada percorsa nei due anni precedenti, quando hanno sviluppato un gioco d’attacco sempre più propositivo e a tutto campo. In questa stagione sembrano invece tornati stabilmente a un rugby basato sull’ossessiva ricerca della contesa in aria, principalmente tramite box kick, quando il pallone si trova nella zona centrale del campo.

Se da una parte la strategia ha tutto sommato funzionato, portando il Sudafrica a riuscire a risalire il campo in più di un’occasione con pochi rischi e poco sforzo, dall’altra rimane un’arma a doppio taglio contro una squadra come gli All Blacks, che ha dimostrato di poter fare davvero molto male nelle occasioni in cui le si concede un contrattacco.

A fare la differenza, per gli Springboks, sono stati gli errori in fase di possesso e la mancata capitalizzazione delle occasioni, ma merita chiedersi se oggi un piano di gioco così chiuso sia quello che si adatta meglio ai profili dei giocatori sudafricani e alle competenze a disposizione nel loro staff.

In copertina: Cam Roigard – ph. Joe Allison – Nations Championship/Nations Championship via Getty Images

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