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Per i buongustai del rugby, partita a tre stelle; per Rassie Erasmus, alchimista, stratega, analista, il traguardo delle 55 presenze sul ponte di comando; per Gregor Townsend la gioia, ancora una volta limitata, di avere una squadra che sa offrire squarci di gioco di assoluta bellezza. Il risultato, 42-28, dice e non dice la verità: a tratti sono stati gli scozzesi i padroni e Scott Cummings potrà raccontare a figli e nipoti questo pomeriggio memorabile al Loftus Versfeld. Potevano gli scozzesi trasformarsi nell’uomo che morde il cane? Potevano.

Gli scozzesi non hanno paura: al riguardo esistono storie che pescano nel profondo e non soll nel rugby. Colorati come un fiore di cactus, tra il rosa e il lilla, attaccano, cercano e trovano spazi e intervalli (una delle loro specialità), avanzano. Gli Springboks pensavano a un avversario malleabile? In ogni caso cominciano a lavorare di mazza, a recuperare palloni, ad affacciarsi finalmente dopo dieci minuti passati a penare. Sono pronti a vibrare i loro colpi, a scompaginare il pack scozzese, ad andare vicino al bersaglio con Roos. Curiosamente la porta non si apre di fronte ad un’azione di forza ma a un numero di alta scuola di Papier che, raccolta la palla da una ruck, inventa uno slalom. I fiori di cactus hanno vita breve, è noto, e pare sia proprio così, perché un paio di minuti dopo, Wiese e de Villiers vanno a invadere il territorio per la meta di Roos. Un uno-due in tre minuti, da atterramento senza possibilità di rialzarsi. E invece la Scozia si rialza dando ritmo e intensità a una partita che quanto a ritmo e intensità (e qualità) viaggiava già sul gradazioni degne del miglior whisky delle isole.

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Inventano una maul che fa strabuzzare gli occhi a Erasmus e che partorisce la meta di Matt Fagerson, obbligano i Boks a una lunga serie di falli, non tutti rilevati da Brousset, e pareggiano allo scadere dopo un ardito e artistico passaggio di Russell per Tuipulotu che, a sua volta, apre la strada a Rowe che va in mezzo ai pali.

L’inizio della ripresa è il periodo in cui il mondo potrebbe cadere: Dixon assesta una testata a Cummings, giallo (che tale rimarrà) e fuori; Steyn va vicino dopo una delle sue secche volate e la mischia scozzese mette qualche dubbio ai padroni della specialità. Dopo quasi un’ora, mentre Erasmus dà il via a un carosello di cambi e inalbera un’espressione nervosa, i Boks ritrovano la capacità di avanzare e stritolare con Louw e, subito dopo, di costringere gli avversari a radunarsi per poi trovarli scoperti al largo, con Willemse. La meta di uno dei nuovi virgulti, Porthen, chiude la pratica, 35-14. Che viene riaperta dalla furia di Cummings che passa nella difesa dei Boks come Mosè il Mar Rosso e offre a Baileys. Ancora ruggiti, ancora pressione, giravolta a segno di White e scozzesi a contatto. Sarebbe incontro ravvicinato dell’ultimo tipo se Steyn agganciasse il pallone speditogli con eleganza da Russell. Ed è proprio un piede a risolvere la battaglia: Pollard, rasoterra per Kriel ed è fatta. Ma dal Nord era molto tempo che non arrivava un avversario del genere.

In copertina: la meta di Elrigh Louw nella ripresa – ph. Johan Rynners – Nations Championship/Getty Images)

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