Quando Carletto Bruzzone, imbattuto collezionista di presenze alle partite dell’Italia, nel 1999 partì per la sua campagna estiva in Sudafrica, chiamò il giornale: “Se c’è bisogno, posso fare qualcosa”. Dopo il primo match a Port Elisabeth, 74-3 per i Boks sugli Azzurri, la richiesta non andò più in là della notizia: il Sudafrica era una potenza, campione del mondo in carica, il punteggio era pesante, pesantissimo, ma non ci si spinse oltre la quindicina di righe.
Una settimana dopo, il 19 giugno, la partita che avrebbe segnato l’adieu di Georges Coste andò in scena al Kingspark di Durban. Chiamò Carletto, a sue spese, e quando annunciò il punteggio, 101-0, nessuno ebbe un dubbio: 60 righe. Le Waterloo, le Caporetto hanno sempre avuto un’estesa letteratura. Segnò a ripetizione un giocatore che aveva un nome da leader dell’apartheid, Terblanche, e il ct era un uomo dalle grandi mani destinato a finire sulla panchina azzurra, Nick Mallett.
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Come se a governare gli eventi, si fosse installata Crudelia de Mon, quella porzione del ’99 si trasformò nella carica dei 101, che non erano giovani dalmata destinati a fornire una pelliccia alla cattivona, ma punti nella colonna dei subiti dalla squadra che nel frattempo era passata a Massimo Mascioletti: il 14 ottobre, a Huddesfield, 101-3 con gli All Blacks, terza “stazione” di una salita al calvario iniziata con l’Inghilterra e proseguita con Tonga durante la peggiore delle Rugby World Cup azzurre.
Dalla fossa delle Marianne, toccata sulle rive dell’Oceano Indiano, l’Italia salì su un ascensore che in diciassette anni la portò a un Paradiso all’improvviso, al 16 novembre 2016, alla gloriosa giornata di Firenze, celebrata da Sergio Parisse come la più grande vittoria nella storia del rugby azzurro. Ora, dopo aver battuto l’Inghilterra, il dibattito si è riaperto.
Immagini da un caleidoscopio di emozioni: la meta di Giamba Venditti che rompe e va; i calci, degni del miglior Diego, di Carlo Canna; la segnatura negata, quasi allo scadere, alla maul azzurra avanzante.
Gli incontentabili dissero che non era un gran Sudafrica, ma in squadra c’erano Damian De Allende, un giovane Du Toit, Tendai Mtwarira etc.
Più che altro era un Sudafrica confuso, disposto a concedere poca fiducia al ct Coetzee. Il tour fu un disastro: tre sconfitte e un pari con i Barbarians. Carpe diem, e gli azzurri di Conor O’Shea lo carpirono.
Come li chiamerebbe Shakespeare, i compagni in armi di quel giorno si ritroveranno sabato allo Stadium bianconero per ricordare quel che è stato: favole di giganti e un po’ di commozione. Nel frattempo il Sudafrica ha trovato un allenatore-tattico-stratega con pochi eguali in questi ultimi duecento anni ed è diventato colossale. Chi si chiama Erasmus non sa scrivere solo magnifiche utopie.
