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Il ranking mondiale dice e non dice. Attualmente, ad esempio, la classifica maschile dice che dietro Sudafrica e Nuova Zelanda, la terza potenza mondiale è l’Irlanda, davanti alla Francia, entrambe ben staccate dal duo di testa ma anche con un bel cuscinetto rispetto a chi viene dopo.

Eppure, l’impressione è che la stagione 2025/2026 sia stata quella in cui l’Irlanda ha abdicato al podio del rugby mondiale e che oggi la nazionale in verde, pur mantenendo una posizione di tutto rispetto nell’arena internazionale, ha perso terreno nei confronti degli Springboks, degli All Blacks e dei Bleus.

Durante il passato anno sportivo, la squadra allenata da Andy Farrell ha perso a novembre con il Sudafrica e la Nuova Zelanda e vinto contro Giappone e Australia. Al Sei Nazioni ha vinto la Triple Crown per la quarta volta negli ultimi cinque anni, andando al tappeto solo con la Francia. In questo luglio è arrivato un nuovo successo, seppur di misura, sui Wallabies e uno più largo con il Giappone, prima della battuta d’arresto contro gli All Blacks nella terza giornata del Nations Championship.

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I risultati sono uno specchio abbastanza fedele della situazione complessiva della compagine: classe, qualità ed esperienza sono tali da riuscire a porsi al di sopra della maggior parte delle migliori squadre del mondo, ma rispetto alle squadre di vertice del pianeta rugby si è aperto un gap che l’Irlanda, attualmente, non riesce a colmare.

Da una parte il gruppo storico della nazionale irlandese è stato troppo presto dato sul viale del tramonto. A febbraio arrivavano al Sei Nazioni con tanti dubbi sulle loro capacità di performare ancora al livello necessario, data l’età, l’usura e il chilometraggio di alcuni dei principali protagonisti della squadra, ai quali non sono stati trovati rincalzi dello stesso valore. Invece, dati morti e sepolti dopo la sconfitta con la Francia e la fortunata vittoria con l’Italia, hanno saputo infilare tre vittorie consecutive, tra cui un’impressionante vittoria contro l’Inghilterra a Twickenham e una bella affermazione contro una Scozia che sperava di fare la storia.

Il secondo posto nel Torneo ci ha detto che i senatori irlandesi hanno ancora munizione da sparare nel loro arsenale, e che forse il bacino di giocatori da cui Farrell può scegliere è abbastanza buono da pescare giocatori di qualità nel momento del bisogno, come è accaduto ad esempio a Stuart McCloskey, autore di una stagione pazzesca a 33 anni (ne compirà 34 fra qualche giorno), in sostituzione di Bundee Aki e Robbie Henshaw (36 e 33 anni), meno brillanti che in passato.

 

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Thomas Clarkson sta crescendo in un pilone destro davvero solido e continuo per ovviare al declino di Tadhg Furlong. Tom O’Toole si è distinto a sinistra dopo una carriera a destra, dimostrandosi un ottimo sostituto per un Andrew Porter che sta pagando a livello di integrità fisica il chilometraggio degli ultimi anni.

Tra i trequarti, detto di McCloskey, la nazionale irlandese ha ritrovato in Robert Baloucoune un giocatore di valore e in Jamie Osborne un’affidabile alternativa a Hugo Keenan, mentre prosegue la crescita di Sam Prendergast come regista della squadra.

Malgrado tutto questo, però, il collettivo non si è mai riuscito a esprimere con la qualità con cui ha fatto nei suoi anni migliori, come ad esempio quando ha vinto il Sei Nazioni nel 2023 o quando ha vinto 2-1 la serie in Nuova Zelanda nel 2022.

Un po’ probabilmente i rincalzi non hanno (ancora?) raggiunto la qualità dei giocatori che hanno sostituito: senza nulla togliere a Clarkson, è finora un ottimo giocatore, ma prime Furlong era un’altra cosa. E lo stesso vale per un certo numero di posizioni.

Un po’ anche perché il rugby è evoluto, è cambiato e sta cambiando, e questa mutazione non è necessariamente andata incontro alla direzione tecnica imboccata dal movimento irlandese. La squadra con il trifoglio appuntato sul petto ha sofferto il gioco basato sui duelli aerei e l’interpretazione delle situazioni rotte, mentre il suo gioco offensivo molto strutturato si è dimostrato un po’ troppo rigido per poter essere imprevedibile e scardinare le difese con la stessa efficacia del passato.

In questo mese di luglio, la partita contro gli All Blacks è stata l’epifania chiara della condizione dell’Irlanda: la squadra si è battuta con fierezza, ha fatto anche buone cose ed è riuscita a tenere aperta la gara a lungo con le unghie e con i denti, ma è sempre sembrata chiaramente inferiore all’avversaria e, infine, ha ceduto.

E così oggi, a una stagione di distanza dalla Rugby World Cup, l’Irlanda sembra incastrata in una sorta di limbo: una squadra troppo forte per essere ristrutturata e ricostruita, una squadra non abbastanza forte per poter competere davvero con le migliori al mondo.

In copertina: una rimessa laterale di Irlanda-Nuova Zelanda – ph. Joe Allison – Nations Championship/Nations Championship via Getty Images

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