L’obiettivo concreto, e non certo semplice, è un posto all’università, ma il sogno è chiaro: conquistare un contratto con la prima squadra degli Harlequins al termine dell’Under 18. “Il migliore è quello biennale, poi ci sono accordi più brevi, da un anno o addirittura di pochi mesi, quasi come un periodo di prova. Ma qui la conferma te la giochi ogni due o tre mesi quindi è davvero molto presto per parlarne, meglio concentrarsi sugli studi”.
Andrea Parodi ha appena concluso la sua stagione a Whitgift, il college nella Outer London dove studia Business, Psicologia (anche dello sport), Francese ed Educazione fisica. “Di fatto faccio solo queste quattro materie. Niente matematica, niente italiano e neanche inglese”. E cosa si studia in educazione fisica? “Anatomia, ad esempio, ma anche la storia dello sport dalla Rivoluzione industriale a oggi. La parte pratica è il rugby, che qui a Whitgift è lo sport numero uno”.
Con la squadra della scuola ha disputato una stagione di alto livello, arrivando fino alla semifinale del torneo scolastico più importante del Paese. “Abbiamo perso di pochissimo. È un grande rimpianto, perché eravamo un gruppo speciale. Quando arrivi al punto di sapere che puoi battere chiunque, provi una sensazione rara”. Rara come l’emozione del successo nei quarti contro Gloucester, arrivato all’ultimo secondo: “Pensavo mi sarebbe venuto da piangere. È stato bellissimo”.
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Con la squadra della scuola Andrea giocava primo centro, anche perché era uno dei più giovani della squadra. Nell’Academy degli Harlequins, invece, ha indossato la maglia numero 10 con l’Under 17, affrontando un doppio impegno non semplice. I campi di allenamento del club di Premiership distano infatti un’ora e mezza di macchina, o quasi due di treno. “Alcuni Under 18 della mia scuola guidavano già, mentre con la 17 soltanto uno. A volte rientravo in foresteria dopo mezzanotte e alle 6.30 suonava già la sveglia: alle 7 c’è sempre la palestra prima delle lezioni”.
In foresteria vivono poco più di cento studenti, quasi tutti stranieri. Le lezioni terminano alle 15.45, poi chi pratica sport si allena e la giornata si chiude tutti insieme a cena. “È una vita intensa, ma bellissima. Mi sono ambientato subito e probabilmente giocare nel primo XV della scuola mi ha aiutato. Qui quando scendi in campo tutti gli studenti, dagli 11 ai 18 anni, vengono a tifare per te. I più piccoli fanno il corridoio, ti chiedono il cinque. Un’atmosfera che non avevo mai vissuto”.
Di Andrea avevamo già parlato qualche mese fa raccontando il percorso di Edoardo Todaro. Come il milanese, anche lui ha scelto di trasferirsi in Inghilterra dopo un provino e forte di un ottimo percorso scolastico. Prima c’erano stati i due anni all’Accademia di Verona, un’esperienza fondamentale per imparare a vivere lontano da casa.
L’adattamento rugbistico, invece, è stato immediato. “All’inizio ho trovato un rugby molto aggressivo e più veloce rispetto a quello cui ero abituato in Italia. Nella mia prima partita con gli Harlequins la terza linea avversaria mi cercava continuamente, mi buttava a terra anche dopo aver scaricato il pallone per rallentare il gioco. Poi ci fai il callo e ti adegui”.

Nell’Academy, nonostante l’età, si viene trattati da professionisti. Lo si capisce già dal numero di persone presenti a un allenamento: preparatori atletici, tecnici, addetti ai GPS, ai video, al materiale. “Facciamo tantissima review delle partite con lo staff e sulla piattaforma trovi anche tutti gli allenamenti. Quelli di solito li riguardi da solo. Lavoriamo molto sulle skills specifiche, sulla transizione, sul gioco al piede, ma anche sulla postura al contatto, sulla gestione della partita e sui tempi di gioco. È una fase che considerano fondamentale”.
L’esperienza inglese ha permesso ad Andrea di entrare anche nel radar federale. Fa parte del progetto Exiles seguito da Maurizio Zaffiri e quando rientra in Italia si allena con il Leone XIII di Milano. “A febbraio ho partecipato a un raduno congiunto con l’Under 18. Molti ragazzi si conoscevano già, per me è stata l’occasione di farmi nuovi amici”.
Secondo Andrea le differenze tra rugby inglese e italiano non sono così marcate come spesso si pensa. “Si gioca molto la situazione sia qui sia in Italia. Forse da noi c’è un po’ più di struttura e di tattica, mentre in Inghilterra lavorano di più sullo sviluppo individuale e sulle variazioni del tuo gioco. In Academy mi insegnano a battere velocemente un calcio di punizione nei nostri 22 metri: in Italia non l’avrei mai fatto. Da noi un ruolo come il mio è più legato alla gestione territoriale, qui vogliono che si giochi di più”.
Dal punto di vista tecnico, i coetanei inglesi non gli sembrano superiori. La differenza, semmai, è nella maturità. “Sono più preparati culturalmente (a livello rugbistico, ndr) e più grandi nel modo di rapportarsi tra loro. Basta un anno e sembrano già uomini”.
La maggior parte dei compagni di squadra lascerà Whitgift per andare all’Università e il gruppo cambierà profondamente. È forse l’aspetto che gli dispiace di più. “Mi sono trovato benissimo e sono riuscito a costruirmi il mio spazio. Però erano quasi tutti del 2008 e adesso li ho dovuti salutare”.
Dell’Italia, invece, cosa gli manca? “Gli amaretti e i canestrelli delle mie zone. Per fortuna mia mamma riesce sempre a spedirmene qualcuno. E poi il mare, il clima. Anche se non è così terribile come immaginavo. Ricordo ancora il mio esordio: siamo partiti con il sole, poi è arrivato un diluvio, poi di nuovo nuvoloso, ancora pioggia e infine sole. Tutto nell’arco di poco più di un’ora”.
Perché il rugby è solo una parte dell’esperienza: “Quest’estate voglio concentrarmi anche sullo studio. Ad aprile mi hanno confermato il posto sia a scuola sia nell’Academy per la prossima stagione, quindi posso iniziare a pensare alle applications universitarie. Bath, Exeter e Durham sono le mie prime scelte. Non coltivo sogni particolari: mi piacerebbe essere convocato con l’Under 18 azzurra quest’estate e trovare posto in una buona università. Dal rugby, quello che verrà, verrà”.
Sabato a Twickenham saranno diversi gli italiani in campo a giocarsi il titolo della Prem, il massimo campionato inglese. Mentre sugli spalti o davanti alla televisione ci saranno ragazzi come Andrea Parodi, che osservano quel palcoscenico da vicino e provano a immaginarsi lì un giorno. Non è più un sogno lontano: è un percorso già tracciato. E forse la notizia più importante non è che tanti italiani siano arrivati a una finale inglese. È che altri stanno già crescendo per raggiungerli.
