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danilo fischetti

Sabato a Twickenham, stadio sold out, si gioca la finale di Prem fra Northampton Saints ed Exeter Chiefs. In campo, con ogni probabilità, ci saranno quattro azzurri: Ross Vintcent, Stephen Varney e Andrea Zambonin con Exeter, Danilo Fischetti con Northampton.

Andranno ad allungare la lista degli Azzurri che hanno partecipato agli atti conclusivi del massimo campionato inglese nella storia: Carlos Nieto, Alejandro Moreno, Martin Castrogiovanni, Matias Aguero, Fabio Ongaro, Michele Campagnaro, Matteo Minozzi, Dino Lamb, Marco Riccioni.

Quando risponde, Fischetti è in auto, sulla sua Audi A4, guida verso casa dopo l’allenamento. “La guida a destra? Non è un problema, se non quando devi affrontare gli svincoli e le rotonde. Allora bisogna concentrarsi per non finire contromano”.

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Danilo, ti sei sentito con con qualcuno degli azzurri di Exeter?

“Sì, con Zambonin. Ci siamo presi in giro sull’essere nemici fino a sabato sera, sulle botte che ci daremo, poi si torna dalla stessa parte”.

Exeter: bella squadra, no?

“La partita che hanno giocato contro Bath in semifinale (27-26) è un bel biglietto da visita. Una squadra che difende quaranta fasi senza concedere un calcio agli avversari è bella solida, anche mentalmente. Hanno una grande mischia, sarà dura batterli”.

Ma i favoriti siete voi.

“Non possiamo nasconderci, vincere la Prem per noi è l’obiettivo della stagione. Abbiamo lavorato tutti questi mesi per essere in finale e ci siamo arrivati. E nessuno gioca una finale per dire ‘io c’ero’, si gioca per vincere”.

Vincere, una parola che di solito si evita. Si parla più di prestazione. Poi sì, certo, se si vince, meglio.

“Guarda, la differenza più grande che ho trovato qui a Northampton è proprio questa: la vittoria come scopo. La prestazione è finalizzata a quello, senza mezzi termini, senza sotterfugi. Certo, questo crea pressione: su di noi, sulla società, su tutto il gruppo. Ma Northampton vive di rugby e questa pressione è anche bella, è bello sentirla. Quindi sì, vincere è diventata un bella parola per me”.

 

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Avresti mai pensato di giocare a Twickenham con la maglia di un club e non della nazionale?

“Se guardo indietro negli anni era una cosa impensabile, ma da quando sono qui è diventato lo scopo. Lo stadio è sold out, sarà un’emozione molto forte”.

La tua quinta finale titolo. Due nell’Under 18 con la Capitolina, perse entrambe, due con Calvisano, l’ultima vinta, e ora la Prem.

“Sì lo spettro della sconfitta me lo sono tolto a Calvisano. Ma, ripeto, qui è tutta un’altra cosa”.

Come vi state preparando alla partita?
“Come sempre. Abbiamo rivisto i nostri errori contro i Leicester Tigers…”.

Errori? È stata una partita stratosferica la vostra, una sfida bellissima, un 45-31 da sogno.

“Sì, avevamo perso in campionato con loro e siamo entrati in campo belli carichi, era un derby e una partita che portava a Londra, alla finale: c’era una bella motivazione. Ma ci sono sempre errori, cose da cambiare, correggere, la partita perfetta non esiste. È stata bella ma non tutto è andato come avevamo previsto”.

Qualcuno dice che il rugby anglosassone sia il rugby della pianificazione, dove tutto è deciso prima, dove il piano di gioco è quello e basta.

“Noi Saints su questo siamo un po’ atipici. Ci è data la possibilità di esprimerci liberamente, pur mettendoci nel sistema. Perché l’imprevedibilità a questo livello fa la differenza e noi abbiamo grandissimi giocatori che sanno essere imprevedibili. C’è libertà di chiamare una giocata al posto di un’altra, l’importante è mantenere la scelta fatta, il resto della squadra poi si adeguerà”.

Torniamo alla preparazione.
“Lunedì e martedì allenamento leggero, mercoledì riposo, giovedì allenamento duro, venerdì captain’s run, molto leggero, anche scherzando, ma restando concentrati e connessi fra di noi”.

Connessi: anche la testa conta molto in una stagione come la vostra.

“Sì, conta. Al campo c’è sempre un mental coach con cui parlare se ti senti di averne bisogno”.

Allenatore degli avanti hai trovato Pienaar, la via sudafricana alla mischia chiusa.

“Con Jaco mi sono trovato subito bene. Ho imparato molto, corretto errori, tutti noi abbiamo lavorato molto e la mischia ora è un nostro punto di forza”.

Potrai portare questa visione anche nell’Italia.
“La visione italiana della mischia chiusa mi pare che vada già molto bene così”.

A proposito, è cambiato l’allenatore degli avanti con gli Azzurri. Ora c’è Roberto Santamaria.
“Ci ho giocato contro, ci conosciamo, sono contento di lavorare con lui”.

Hai giocato quasi 30 partite, quindi il limite stagionale previsto per un giocatore dell’alto livello. Ti piacerebbe che la trentesima fosse contro gli All Blacks a Wellington?

“Allora partiamo dal presupposto che io giocherei sempre, tutte le partite, contro qualunque avversario, perché giocare mi diverte. Se mi chiameranno, sarò felice di giocare dove e quando servirà”.

Se? Pensi che potresti essere escluso dalle convocazioni?
“Mi auguro di esserci, ma la certezza ce l’hai solo quando ti arriva la mail”.

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