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Incalzati da un esercito francese, in ritirata o costretti a una posizione difensiva, gli inglesi hanno sempre dato il meglio: è capitato ad Azincourt nel 1415 e 400 anni dopo a Waterloo. In un caso e nell’altro, grossi match giocati in trasferta: gli antenati di Le Crunch.

All’inizio della campagna Steve Borthwick si era augurato che per il vertice di Saint-Denis – una finale, non è vero? – una moltitudine di tifosi avrebbe passato il Canale (come chiamano gli inglesi la Manica) o sarebbe passata sotto il Canale in quel viaggio rapido, poco più di due ore, che collega St Pancras alla Gare du Nord.

In un suo caustico pezzo sul Guardian, Robert Kitson, recentemente apparso sui nostri canali social, ha scritto che, visto come sono andate le cose, la gita sul Continente dovrebbe privilegiare più un pranzo sulla Rive Gauche, bagnato di vino rosso, che un pellegrinaggio verso lo Stade de France.

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La “caduta di Roma” sta provocando una crisi sfaccettata come un diamante: è tecnica, è caratteriale, è legata al comandante, al capitano, è destabilizzante a un anno e mezzo dalla Coppa del Mondo. E all’origine, non nascondiamocelo, non c’è il fatto di aver ceduto ancora una volta la Calcutta Cup agli scozzesi o di essersi arresi sotto un passivo molto pesante agli irlandesi tornati – almeno a Twickenham – verde smeraldo, ma di esser stati sconfitti dagli italiani, quelli delle 36 sconfitte di fila, gli ospiti invitati a corte ma con l’obbligo di restare in piedi, sullo sfondo. Deve esser capitato una cosa del genere alla Coppa del Mondo di calcio del 1950 quando, alla prima partecipazione, gli inventori vennero battuti dagli improbabili Stati Uniti.

È stata riesumata una frase di Martin Johnson, non un grande oratore ma proprio per questo capace di lasciare il segno con poche parole: “Se uno dispone di una buona squadra non importa quanto buono sia il capitano”. A prima vista, appare come una salvagente lanciato a Maro Itoje, all’ingenuità – chiamiamola così – che è costata all’Inghilterra una doppia inferiorità numerica nel momento più drammatico del match di Roma. Itoje, al secondo giallo negli ultimi due match (il primo con l’Irlanda un minuto dopo aver lasciato la panchina) sta attraversando un momento difficile, legato alla morte della madre. Un periodo di riposo può essere un buon antidoto?

In realtà, in un’opinione ovale tempestata da dubbi e frustrazioni, sta prendendo campo l’ipotesi che un cambiamento al vertice (per il momento affidato ancora ad un’ex-seconda linea) debba essere accompagnato da un cambiamento legato a chi dirige le operazioni non da una cabina ma sull’erba. Deve essere obbligatoriamente un uomo del pack, come nei giorni felici di Johnson, o le chiavi possono essere affidate a chi può avere una più nitida visione del gioco? Ora, in questo momento l’Inghilterra non ha un Dupont, non ha un Sexton (se è per questo non ce l’ha più nemmeno l’Irlanda…), non ha un Tuipulotu, promosso al grado da Gregor Townsend, vecchia apertura cultore di un gioco dagli sprazzi sinfonici. E gli anni passano e anche i due giovani leoni che venivano da un ambiente famigliare molto League – George Ford e Owen Farrell – non sono più ragazzini.

Il rugby inglese è immerso nella sua crisi, si pone domande e non riesce a darsi risposte. E Le Crunch e il timore di una quarta caduta e la vergogna di chiudere appena davanti al povero Galles incombono come avvoltoi.

In copertina: un momento dell’ultima sfida tra Francia e Inghilterra disputa allo Stade de France, nel Sei Nazioni del 2024. Ollie Lawrence segna una delle sue due mete. 

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