Sarà pure vero che il tetto del Principality Stadium si apre per far vedere a Dio gli attacchi del Galles, come recita una vecchia battuta di Max Boyce, ma sotto la sua cupola chiusa, alla mezzora del primo tempo, – chiedete agli Azzurri – Dewi Lake l’altro giorno è sembrato essere spinto in meta da tutto lo stadio.
Sessantanovemila tifosi, levate gli italiani (tre-quattromila?), a dare agli avanti gallesi il loro assordante – non è un’iperbole – supporto vocale. Tutti spingevano, anche la coppia di anzianotti, marito e moglie, seduti alle nostre spalle. Lei con la cuffia gialla che simboleggia il narciso, uno dei tanti simboli del paese. Lui, of course, con una pinta in mano.
A Cardiff, a quello che una volta si chiamava Arms Park, il giorno di una partita si arriva portati dalla corrente, non c’è bisogno di chiedere indicazioni, né di affrettare il passo, a indirizzarvi ai cancelli, tra i quali c’è n’è uno dedicato a Warren Gatland (“the Gatland’s Gate”), è il flusso rosso dell’intera città che quando gioca il Galles si raccoglie intorno allo stadio come i fedeli sotto il campanile della chiesa.
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Del resto, come diceva Paolo Rosi, al centro della capitale del Principato, sulla riva del fiume Taff, non c’è un duomo o una basilica, ma il Millennium Stadium, ora ribattezzato Principality. La cui struttura in tubi bianchi è la prima cosa che vi colpisce uscendo dalla stazione, se a Cardiff arrivate in treno. Lo stadio svetta, ma neanche troppo, tra le case alle quali sembra appoggiato. E infatti al Principality Stadium non c’è parcheggio: tutto il Galles, quando gioca la nazionale, vi si trasferisce a piedi. Sciamando fin dal primo mattino su St Mary’s Street, Westgate Street e Queen Street, dove c’è la statua di Aneurin Bevan, uno degli architetti del Servizio sanitario nazionale britannico e rappresentante della sinistra del Partito Laburista, dopo la guerra. Popolo di minatori, i gallesi non dimenticano chi in politica ha pensato anche a loro. O almeno non lo dimenticavano, prima che la Brexit li illudesse che le colpe della povertà del Paese fossero tutte dell’Europa.
Nel centro commerciale di St David’s Street invece c’è un’altra statua, a grandezza naturale, di Gareth Edwards: il rugby è la vera religione laica del paese.
E così, di pub in pub, di birra in birra, senza nemmeno accorgervene, si arriva allo stadio, tra tifosi in costume: copricapi con gli yellow daffodils, come la signora di cui sopra, o da Welsh lamb, l’agnello gallese, un altro dei simboli del Principato, e maglie da rugby rosse, tutti il giorno della partita ne indossano una, vecchia o nuova che sia.
E anche chi non è gallese, in quell’atmosfera, finisce per provare simpatia per the lady un po’ appesantita che vi apostrofa con un sorriso e vi dice c’mon Wales, o Cymru am byth nella vecchia lingua che ancora insegnano a scuola. Lì la parlano ancora in tanti, specialmente allo stadio.
Dove si canta insieme al coro che, prima della partita, scalda i cuori, non solo dei tifosi di casa: Calon Lân, Bread of Heaven, Sosban Fach e altre canzoni della tradizione popolare. Una volta le tribune ondeggiavano soprattutto con Delilah di Tom Jones. Adesso non si può più menzionarla, il testo è quello di un femminicidio per gelosia. Ma chi ha provato l’emozione di urlare a squarcia voce, insieme ad altri sessantamila, my my my Delilah, Why, why, why, Delilah… quelle note non le può più scordare.
Calon Lân 🏴 performed by @TheRealLukevans featuring the Treorchy Male Choir. 🎵🎵🎵#StDavidsDay #WelshRugby pic.twitter.com/mPw9qjeXyW
— Principality Stadium (@principalitysta) March 1, 2023
“Lo stadio non è pieno”, dice qualcuno. Macché: al fischio di inizio non c’è un posto vuoto, si aspetta l’inizio della partita facendo il pieno di birre in uno dei 30 bar dello stadio. Nel 2010, durante Galles-Australia, fu spillata la cinquemilionesima pinta. Il Millennium era stato inaugurato nel 1999, facendo i conti fa una media di 500 mila pinte all’anno (!).
E poi quando la banda intona l’inno, Hen Wlad Fy Nhadau, e tutti in coro urlano a pieni polmoni Gwlad, Gwald! – la mia patria, la mia patria – al neofita che la per la prima volta si è affacciato allo stadio scende una lacrima sul viso: “benvenuto nella confraternita dei Beati della commozione” diceva Giorgio Cimbrico, amico, giornalista e cultore della parola e di una tradizione che dal presente pare sempre più lontana.
Poi la partita, con il boato Waaaales, Waaaales, che sale ad ogni azione della squadra di casa. E se gli avversari commettono un errore, il ruggito di giubilo e scherno è assordante: chi è in campo necessita di carattere e nervi saldi per non farsi coinvolgere in quel vortice di emozioni. Lo ha sperimentato su di sé l’altro giorno l’Italia. “Loro forse hanno voluto il successo più di noi”, ha detto dopo la partita Michele Lamaro: c’era tutta la nazione a reclamare la vittoria.
Poi la notte di Cardiff diventa vietata ai minori e torna a popolare le strade, le stesse percorse al mattino verso lo stadio. E il quadro pittoresco si trasforma in una rappresentazione che pare disegnata da Hieronymus Bosch, tra fate trasformate in streghe, scene di degrado umano, fiumi di alcol lungo i marciapiedi. Ma al mattino non ci sarà più alcuna traccia della notte brava. Cardiff si risveglia dal suo sonno, o dal suo incubo, delusa o con il sorriso. Il rugby da quelle parti fa miracoli.
In copertina: un lato del Millennium Stadium di Cardiff – ph. mattbuck con licenza CC BY-SA 3.0
