Robertson sacked, Robertson esonerato.
Nel calcio capita di frequente, nel rugby quasi mai, in Nuova Zelanda mai. È capitato in mezzo al guado, tra una Coppa del Mondo e un’altra, a un pugno di mesi dal Grand Tour in Sudafrica, un viaggio lungo e complesso con quattro partite contro le franchigie, tre test e un quarto su terreno neutro. Scommettere non più di un penny sulla sede, gli USA.
Perché e cosa ha pagato il bel Scott, amante del surf, gran condottiero dei Crusaders? Se diamo un’occhiata ai risultati, sul piatto della bilancia deve aver pesato in libbre e in quella loro unità di misura che si chiama “stone” (sei chili abbondanti), il 10-43 rimediato in casa dagli Erasmus Ovaltrotters.
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Mai capitato che gli All Blacks fossero fatti così neri. La caduta a Twickenham ha reso lo smottamento una frana.
Il fatto è che si può perdere una partita, la si può perdere anche rovinosamente, ma non ci si libera di un commissario tecnico per un rovescio. O due. La verità solida, determinante è che gli All Blacks di Robertson erano di un nero tendente al grigio, mediocri, protagonisti di secondi tempi senza lampi, senza furie, spesso senza punti.
Non è, la loro, una crisi strutturale come quella che sta attraversando e minando le fondamenta tecniche (e persino sociali) del Galles, ma un imbarazzo antipodale: il rugby neozelandese è come la Cordoba di Garcia Lorca, lontana e sola, fuori dallo sviluppo frenetico di Francia e Inghilterra, incapace dell’integrazione di cui è stato capace il Sudafrica post-apartheid e in particolare di quest’ultimo ventennio, rassegnato a veder partire giocatori importanti per un campionato poco importante ma lucroso, sostenuto dalle corporazioni giapponesi.
È un isolamento che ha cancellato una superiorità per lungo tempo indiscussa, imperniata su genialità, strapotere fisico, novità tecniche e regolamentari (che spesso hanno trovato sostenitori nell’emisfero nord), elementi che gli altri hanno finito per assorbire proponendoli in ambiti più ricchi, in continua espansione.
Ma ridurre certi fenomeni al dato economico – o all’imitazione – può apparire superficiale e poco convincente di fronte ai progressi dell’Argentina, costretta ad ogni appuntamento importante a radunare giocatori sparsi per le migliori delle dimensioni europee possibili. I Pumas non hanno bisogno di equiparati (semmai ne hanno esportati…) o di nativi perché laggiù sono tutti nativi, in un melting pot spagnolo, basco, italiano, tedesco, lituano etc etc
La Nuova Zelanda del nostro tempo ha perso in gran parte la sua componente pakeha, ha smarrito lo slancio vitale che ha scandito 120 anni di storia spesso sconfinata nella leggenda. È a un bivio. E stupisce che tra i successori possibili non sia stato indicato Warren Gatland, mai un cap con i Blacks, mai un test da allenatore con la squadra del suo paese. Nessuno è profeta in aria, si dice. Nel suo caso, proprio così.
