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John Milton non giocava all’apertura ma aveva le idee chiare e ci ha lasciato Paradiso Perduto, e così dobbiamo essergli grati ed essere anche commossi per la sua sorte: povero e cieco, vendette i diritti sulla sua opera per dieci sterline, che anche nel 1674 non erano una cifra che cambiava la vita.

Il rugby ha dimenticato la poesia e l’arte in movimento che sapeva esprimere: i passaggi con una torsione, a volte accentuata, del busto; gli attacchi in velocità su un campo che sembrava molto grande, con porzioni libere e invitanti, forse perché i giocatori erano più piccoli: le mischie che si allacciavano in tre secondi e si risolvevano in altrettanti; le punizioni lontane ai pali battute dalle seconde linee con grandi botte di punta; la palla lanciata in touche (non esisteva il corridoio, non era ammesso il sollevamento e il tutto aveva l’aspetto di un temporaneo assembramento) dall’ala o dal mediano di mischia con il movimento dei bilanciere. Era anche un rugby pieno di imperfezioni e i più scaltri ne sapevano approfittare: Gareth Edwards non segnava solo galoppando.

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Cinque Nazioni 1974, Galles-Francia 16-16 (foto Welsh Rugby Union)

E i grossi, che poi non erano tanto grossi, non erano i terminator del nostro tempo, il tempo delle compagnie di ventura, dei tercios, quei reggimenti spagnoli delle guerre del XVII secolo cocktail di valloni, scozzesi, irlandesi, boemi che facevano il loro mestiere, il mestiere delle armi. Guardate una partita del Top 14 e capirete: ora, dopo gli oceanici, i romeni, i georgiani, i moldavi, c’è posto anche per un siberiano che arriva dalle sponde del fiume Yenisei.

Per rappresentare il Paradiso Perduto del rugby occorre rigirare tra le mani i miti e le leggende di eroi e centauri, o un’incisione di Hogarth che contiene il mosaico della società, dell’umanità: gli inglesi delle scuole alte, i gallesi delle miniere basse, i francesi del sud ovest agricolo e vignaiolo, gli scozzesi che avevano una volta l’anno l’occasione di incontrare il Vecchio Nemico, gli irlandesi bene o male riuniti sotto la bandiera dell’ovale. La bandiera dell’oro non veniva ancora sventolata.

Le apparizioni dei neozelandesi, dei sudafricani, degli australiani erano così rare che era sufficiente un limitato numero di stereotipi per disegnarli e designarli, uno per tutti l’allenamento degli All Blacks che correvano portando sulle spalle un vitello o un agnellone da carne, prodotto di punta del loro export. E le Fiji erano riassunte in una fotografia nel libro di Tognetti: palme al vento e una mischia tra avanti a piedi nudi.

Dicono che Samuel Beckett, quando sentiva che la corteccia del suo volto e il resto del suo corpo sarebbero presto diventati cenere, guardava partite di rugby: erano i suoi giorni felici, un ultimo approdo oltre la terra desolata del suo lascito letterario.

Quando le mie forze residue giungeranno all’esaurimento, farò lo stesso. In tutta sincerità, lo sto già facendo concedendomi a metà pomeriggio, invece di un tè, mezz’ora di match tra la fine degli anni Sessanta e il rigoglio dei Settanta. È un canale gallese e chissà quanti vecchi abitanti di Cymru fanno lo stesso in questi giorni di decadenza, di ricordo di un Paradiso Perduto.

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