Grant Batty era sempre il più piccolo e il più veloce in campo e così lo chiamarono Pocket Rocket, il razzo tascabile.
Molti anni dopo la stessa etichetta sarebbe stata appiccicata addosso a Shelly Ann Fraser, velocista giamaicana, un’impressionante collezionista di medaglie olimpiche e mondiali. Shelly è data a 1,60, Grant, che se n’è andato qualche giorno fa a 74 anni, toccava gli 1,65. Velocissimo, di quelli che si accendono come una miccia, all’istante, combattivo, bravo nel gioco aereo. Cheslin Kolbe deve aver imparato da lui. O forse è un’ispirazione dei piccoli puntare verso l’alto.
Era in campo in uno dei “giorni dei giorni” del rugby, il 27 gennaio 1973, Barbarians-Nuova Zelanda all’Arms Park di Cardiff e segnò la seconda meta degli All Blacks che cedettero 23-11 a Lions mascherati da Baabaas. Tutti ricordano la META di Gareth Edwards ma oggi è il caso di riesumare anche quella di Grant che ne andava molto fiero e nella classifica delle segnature che l’avevano reso felice e orgoglioso la piazzava al primo posto, seguita da quella contro il Nuovo Galles del Sud, nel ’74 (20-0 per i Blacks) e dall’ultima, dell’annata 1977, a Wellington (un prato che conosceva bene), contro i Lions: palla intercettata al gallese Trefor Evans e cinquanta metri di corsa, inseguito invano dallo scozzese Andy Irvine.
Grant raccontava che quella volata gli era costata una grande sofferenza: un ginocchio era già sinistrato e l’avrebbe costretto a dire addio al rugby di lì a poco, prima di arrivare ai 26 anni.
Batty era nato a Greytown, parte meridionale dell’isola Nord, aveva giocato per Wellington e Bay of Plenty e tra partite provinciali e match con o senza cap per gli All Blacks chiuse con 109 mete in 102 presenze. Numeri degni di un Pocket Rocket partito per un lungo viaggio.
