Gli All Blacks sono considerati una delle cinque formazioni sportive in assoluto più famose, insieme alla nazionale brasiliana di calcio, ai Chicago Bulls (basket), ai Dallas Cowboys (football americano) e ai New York Yankees (baseball), ma adesso sono alle prese con l’anno più nero, o uno dei più neri, della loro storia, archiviato con tre sconfitte molto dolorose: con l’Argentina a Buenos Aires, con il Sudafrica a Wellington (10-43, la loro più pesante sconfitta di tutti i tempi) e con l’Inghilterra a Twickenham a novembre, 19-33.
E poi quell’impressione di non essere mai completamente in controllo della partita, come con la Scozia a Murrayfield, un match su cui ancora gli scozzesi recriminano.
Non è bastato a Scott Robertson aver vinto il 74% delle 27 partite disputate. Gli All Blacks devono comandare.
Sembra la stessa storia di Xabi Alonso, cacciato deal Real Madrid perché i Blancos, come i Tuttineri, non devono solo vincere, devono dominare il gioco.
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Laurie Mains che guidò la nazionale neozelandese di rugby dal 1992 al 1995, lasciò la squadra con il bilancio più basso degli ultimi trent’anni, 23 vittorie in 34 partite, una statistica che la gran parte delle altre squadre possono solo sognare.
Nessun allenatore francese ha mai vinto più delle 65% delle partite affrontate sulla panchina dei Coqs e solo Clive Woodward ha portato l’Inghilterra, tra il 1997 e il 2004, al 70% di vittorie. Negli ultimi vent’anni gli All Blacks si erano attestati ben sopra l’80%, il picco con Steve Hansen, un ex poliziotto, come coach: 93 vittorie in 107 partite, una sconfitta ogni undici match disputati. Tra l’agosto 2015 e il novembre 2018, 18 successi consecutivi.
I record della formazione con la felce sul petto non si contano: il più eclatante, 509 settimane e sei giorni in testa al ranking mondiale, dal novembre 2009 all’agosto 2019, nemmeno il miglior Federer (310 settimane, secondo dietro a Djokovic, 373) si è avvicinato a quei numeri.
Tutti questi risultati, hanno dato anche un valore economico al rugby neozelandese nel suo assieme: due miliardi e mezzo di dollari, secondo la valutazione del fondo di investimento americano Silver Lake diventato nel 2022 partner commerciale della federazione ovale della Nuova Zelanda.
Solo che il rugby moderno corre veloce, il business non aspetta: quest’anno si inaugura il Nations Championship, nel 2027 ci sarà la Coppa del mondo in Australia. Non vincere può significare perdere appeal sul piano commerciale, ricevere meno attenzione dagli sponsor e dalle televisioni. E al di là degli eventuali errori tattici e degli occasionali rimbalzi imprevedibili della palla ovale, i tifosi degli All Blacks cominciano a temere che le radici del malessere della squadra siano più profonde e vengano da più lontano.
Il covid, certo, (chi non dà la colpa al covid di questi tempi?). La pandemia ha costretto il rugby neozelandese a un lungo isolamento, soprattutto a livello di club, durato per tutto il 2020 e 2021 In questo periodo, le cinque franchigie che alimentano gli All Blacks (Blues, Crusaders, Chiefs, Highlanders e Hurricanes) hanno giocato esclusivamente tra di loro, per evitare contatti con il mondo esterno, dando vita al Super Rugby Aotearoa.
Ne è scaturita una manifestazione di grande impatto spettacolare, apprezzata dagli appassionati di tutto il pianeta e che ha illuso molti che quel rugby, basato su straordinarie qualità individuali, estro, talento e inventiva, potesse essere anche la ricetta per continuare a trionfare in campo internazionale.
Nel frattempo il Sudafrica ha cominciato a trarre immenso vantaggio dal confronto permanente delle sue squadre migliori (Sharks, Stormers, Bulls e Lions) con il rugby europeo, e dalla loro partecipazione nello United Rugby Championship.
Tutto ciò ha messo gli All Blacks davanti all’amara realtà: di fronte a difese molto ben organizzate, al cospetto di rivali dotati di una potenza da far paura, la tecnica individuale diventa sterile e non produce vittorie.
A forza di specchiarsi nella propria bravura, insomma, i neozelandesi non si sono accorti, come accadde al cervo di Fedro, che nel folto di quel contesto feroce che è la foresta stregata del rugby internazionale, quel bel palco di corna che rappresentava motivo di vanto nella radura, in battaglia dà più problemi che soddisfazioni, non aiuta a vincere e impone un cambio di strategia se si vuole tornare a battere i migliori.
Il problema è che, nel frattempo, seguendo i dettami rigidi del professionismo sportivo anche il rugby neozelandese ha cominciato ad accorpare le sue forze migliori, nelle scuole, nelle franchigie, nei club più prestigiosi, perdendo gran parte di quelle specificità provinciali (Taranaki, Waikato, Otago, Canterbury, per citare solo le più famose) che costituivano altrettante scuole ovali e fornivano ciascuna, nell’emergenza, una potenziale risposta diversa davanti alle difficoltà e alle sfide degli avversari. Da questo mix di approcci diversi al gioco del rugby nasceva la grande leggenda All Black.
Adesso che gli standard sono diventati (quasi) tutti uguali, con poco confronto fra teorie e pratiche diverse, cambiare impostazioni e tattica nel momento di crisi diventa difficile ma essenziale.
Il rugby sudafricano, dopo i lunghi anni dell’apartheid, sposa a meraviglia le qualità atletiche dei suoi giocatori neri, di origine africana, con la durezza degli afrikaners, discendenti delle prime migrazioni europee, olandesi, francesi e inglesi.
La Francia si avvale di numerosi giocatori nati e cresciuti nelle colonie, il trequarti centro Moefana e il tallonatore Mauvaka vegono addirittura, rispettivamente, da Wallis e Fotuna e dalla Nuova Caledonia, i territori d’Oltremare che più distanti che ci siano.
Il rugby neozelandese per anni si è nutrito di robuste iniezioni isolane, tongani, samoani, figiani. Tutte realtà dove il rugby è di grande tradizione: combattimento, fisicità, fantasia. Non a caso le Fiji hanno vinto la medaglia d’oro nel rugby (Seven) maschile sia alle Olimpiadi di Tokyo che a quelle di Rio. Ma in un paese di soli 5 milioni di abitanti come la Nuova Zelanda l’equilibrio è precario. Attratti dalle borse di studio delle scuole più prestigiose di Rotorua, di Wellington, di Auckland i ragazzi delle isole del Pacifico hanno trovato nel rugby uno strumento importante di identità e un mezzo di integrazione sociale. La loro enorme prestanza fisica ha permesso loro di imporsi fin dalle categorie giovanili e, davanti a questo strapotere, molti giovani pakeha, gli eredi della migrazione anglosassone, hanno cominciato a preferire il calcio al rugby (ricordate il pareggio della Nuova Zelanda con l’Italia ai Mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica?).
Morale: il rugby anche ad Aotearoa è diventato più “pacifico” (nel senso di oceano) che bianco. I poderosi “farmer” di origine europea, figli dei primi immigrati scozzesi, irlandesi, britannici, piano piamo sono stati sostituiti nelle formazioni dei club, nelle franchigie e, infine in nazionale, dai fantasiosi interpreti di un rugby più spensierato, meno rigoroso, più individuale che collettivo.
Insomma la Nuova Zelanda ha perso nel tempo una parte di quel rigore contadino, occidentale, europeo che ne faceva una delle culle della tradizione e dell’innovazione ovale. In termini calcistici è come dire Brasile (che non vince i Mondiali dal 2002) contro Germania, attacco contro difesa, che tanta parte conta ormai nel rugby moderno: il Sudafrica vincitore delle ultime due Coppe del Mondo ne è diventato il nume tutelare. Il genio di Rassie Erasmus ha aggiunto ulteriori elementi all’impianto agonistico di un paese che può contare su 65 milioni di abitanti. Francia e Inghilterra ne hanno più o meno altrettanti. Può essere che presto gli All Blacks ripristinino una parte del loro dominio. Ma per tornare ad essere gli incontrastati numero uno probabilmente ci vorrà più tempo, con la giusta capacità di dosare risorse ambientali, storiche, atletiche e sportive.
La Nuova Zelanda ha solo 5 milioni di abitanti, un bacino piccolo anche commercialmente. Silver Lake aspetta grandi ritorni dal suo investimento milionario, in un angolo delle terra dove il rugby è ancora religione. Basterà pregare il dio degli ovali?
