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Matthieu Jalibert

Nel rugby, dice l’antico adagio, c’è chi suona il pianoforte e chi lo sposta.

Matthieu Jalibert è uno di quelli che il pianoforte lo suonano. E lo suona in un modo tutto suo, unico e un po’ speciale, come Debussy.

Sono nati nella stessa città, Matthieu Jalibert e Claude Debussy, a distanza di centotrentasei anni. Saint-Germain-en-Laye non è lontana da Parigi, nel dipartimento degli Yvelines. Ha una grande foresta, un tempo riserva di caccia del re di Francia, e un castello gigantesco che faceva le veci di Versailles prima di Versailles. Oltre che ai due pianisti, ha dato i natali al Paris Saint-Germain e alla salsa bernese (burro chiarificato, tuorlo d’uovo, scalogno, dragoncello e cerfoglio).

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Debussy è stato un artista acclamato per tutta la sua carriera, ma per arrivare al successo vero e proprio ha dovuto lavorare a lungo. È passato alla storia come colui che è stato capace di riportare in musica le pennellate degli impressionisti, ma solo a quarant’anni, ormai nella piena maturità, il suo talento è stato unanimemente riconosciuto.

Jalibert è applaudito da tanti, ma per lui, a 27 anni, la consacrazione vera e propria non è arrivata. Certo, in molti apprezzano le sue opere, per l’appunto simili a pennellate di luce, come quelle degli impressionisti. L’ultima proprio contro la squadra di Parigi, sabato scorso in Top 14: ricevuto un pallone conquistato dagli avanti in rimessa laterale ha mandato al bar Giacomo Nicotera con uno step all’interno, ha superato l’ultimo giocatore con un calcetto a scavalcare di incredibile coordinazione e fluidità, ha raccolto il pallone ed è volato oltre la linea senza che nessuno potesse neanche sfiorarlo.

 

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Ciononostante c’è sempre un eppure quando si parla di lui, perché malgrado le 35 presenze in nazionale Jalibert non ha mai conquistato del tutto la maglia numero 10 del XV de France.

Una storia di amore burrascosa e controversa, quella con la maglia dei Bleus, iniziata quando Jacques Brunel decise di consegnargliela per la prima volta il 3 febbraio 2018, poco dopo il suo diciannovesimo compleanno. La sua prima presenza durò 29 minuti: un placcaggio di Bundee Aki gli lesionò il legamento crociato posteriore.

Per tornare in campo ci volle un anno, quella volta; in nazionale francese ce ne vollero due. Per rivedere il numero 10 sulla sua schiena la pandemia, quando Fabien Galthié fece la controversa scelta di far giocare quella Autumn Nations Cup (trofeo con le squadre del Sei Nazioni giocato in novembre con gli stadi a porte chiuse) a una nazionale rimaneggiata.

Da lì sempre un ruolo di seconda scelta in nazionale, dove sembrava impossibile poter scalzare Romain Ntamack, l’apertura di Tolosa. Almeno fino a quando il figlio di Èmile non è finito in un tunnel di infortuni dal quale deve ancora uscire: contro la Scozia, in una delle partite di preparazione alla Rugby World Cup 2023, Ntamack si rompe il ginocchio.

Al mondiale Jalibert diventa la prima scelta, gioca molto bene nella partita di apertura contro gli All Blacks ma il sogno dei transalpini di portare a casa il mondiale casalingo si infrange contro lo scoglio del Sudafrica, ai quarti di finale. È ancora titolare all’inizio del Sei Nazioni 2024, ma i risultati altalenanti della nazionale francese attirano su di lui diverse critiche: giocatore fortissimo nel club, ma che con la nazionale fa fatica; non difende abbastanza; gli manca il carattere per imporsi, dicono.

A novembre del 2024 viene messo in panchina contro il Giappone e Thomas Ramos assume il ruolo di apertura. Una settimana dopo non è neanche nei 23 per l’attesa partita contro gli All Blacks. Lascia il ritiro di Marcoussis, dove si allena la nazionale francese. Fabien Galthié e lo staff si affrettano a minimizzare, ma è chiaro che c’è stato uno strappo.

Al Sei Nazioni 2025 gioca una sola partita, quella contro l’Inghilterra, quella che la Francia perde e che mette in dubbio la possibilità di vincere il Torneo. Una gara che gli riporta ancora una volta addosso le critiche di chi pensa che non sia all’altezza.

Ed eccoci, finalmente, ad oggi.

Romain Ntamack non ce la fa. Sarà fuori almeno per la prima giornata del Sei Nazioni 2026 a causa di un infortunio patito a dicembre con la maglia del Tolosa. Sembra giunto, ancora una volta, il momento di Matthieu Jalibert. Il ragazzo venuto dagli Yvelines non gioca in nazionale da un anno, ma con il Bordeaux ha vinto la Champions Cup e sta giocando una stagione senza mezzi termini formidabile: dicono le persone competenti che è il mediano di apertura più in forma del momento.

La Francia si presenta ai nastri di partenza del Sei Nazioni da campione uscente, con tutte le intenzioni di far restare il trofeo a Parigi. Fabien Galthié, però, ha sorpreso un po’ tutti con una lista dei convocati piena di esordienti e con alcune vistose esclusioni. Sembra il momento in cui lo staff ha deciso di mettere alla prova i giocatori più in forma per scegliere se vale la pena includerli nella corsa alla Rugby World Cup 2027. Sembra anche un gruppo di giocatori costruito per andare d’amore e d’accordo con le caratteristiche tecniche di Jalibert, per giocare un rugby sfrontato, ad alto ritmo e a viso aperto.

Per il numero 10 del Bordeaux il momento della maturità è qui: il Torneo rappresenta l’opportunità di consacrarsi a novello Debussy, imponendo la sua estetica, la sua idea di bellezza così spesso in contrasto con i dettami di un capo allenatore che nel recente passato ha scelto come suo prediletto il concorrente Thomas Ramos. Un’idea che possa essere qui per restare e non per essere, ancora una volta, ridotta a una dimensione minore. Per essere qualcosa di più di un artista impressionista, una moda passeggera, un reel di highlights colmo di likes su un canale TikTok.

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