Ci sono delle parole chiave nella nuova avventura di Marco Riccioni con l’Union Sportive Arlequins Perpignanais, i giallorossi del Top 14: appartenenza e libertà.
“Il campionato parte il 5 settembre e nei giorni scorsi Laurent Labit, il direttore generale della squadra, ci ha portato in giro per il territorio – ha raccontato il pilone della nazionale italiana – ‘Dovete sapere chi rappresentate, chi c’è dietro di voi’, ha detto”.
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E chi c’è?
“Un mondo, una passione incredibile, migliaia di tifosi. Abbiamo fatto un allenamento aperto agli abbonati: si sono presentati in quattromila. Io una cosa così non l’avevo mai vista. Certo, i tifosi inglesi dei Saracens erano competenti e ci seguivano con passione, ma come qui…”.
Si sentono catalani.
“È stata la prima cosa che mi hanno rimproverato, non aver citato i catalani nel mio saluto. Qui non si sentono catalani, sono catalani. Bisogna entrare presto in questa mentalità, in questo senso di appartenenza, prima catalani e poi francesi”.
Appartenenza significa responsabilità?
“Sì, quest’anno con i nuovi arrivi e la crescita del gruppo ci si è dati un obiettivo ambizioso: entrare nella top 10 del campionato. Non sarà facile, lo sappiamo. Questo è il torneo più difficile del mondo, ma abbiamo uno staff di prim’ordine e io mi trovo benissimo con loro, con le idee che ci stanno trasmettendo”.
Vedi delle squadre favorite per questo Top 14?
“Sono arrivato da poco, ma per quello che ho visto sono tutte squadre fortissime. Poi, certo, Tolosa e Bordeaux lo sono un po’ di più, ma anche le altre non sono da meno”.
Differenze con il rugby inglese?
“Una, fondamentale: qui ci viene chiesto di giocare a rugby, di essere bravi proprio nel gioco. Anche in Inghilterra dovevamo saper giocare, ma c’era una preparazione minuziosa di tutto, una schematicità, sapere sempre quello che devi fare, in ogni momento. Qui no, qui dobbiamo essere in grado di fare delle scelte personali, anzi ci viene chiesto. Grande studio della partita, ma anche libertà di prendere le tue decisioni. Poi bisogna adattarsi a quella decisione, certo”.
E a livello di staff?
“Simile a quello dei Saracens, ma qui ci sono più specialisti. I piazzatori, il gioco al piede, i numeri nove”.
C’è pure un allenatore dei numeri nove?
“Sì. Tra l’altro una conoscenza del rugby italiano: Florian Cazenave, due anni a Reggio Emilia. Aveva perso l’uso dell’occhio sinistro [e in Italia poteva continuare a giocare perché era il primo paese che permetteva l’utilizzo degli speciali occhiali protettivi]. Oggi allena i nostri mediani”.
Avere in nazionale un tecnico come Gonzalo Quesada che il rugby francese lo conosce bene e lo ha formato come allenatore in qualche modo ti può aiutare a entrare nella mentalità del gioco francese?
“Gonza è storicamente di stampo francese, ma il lavoro che ha fatto su di noi è il suo lavoro con la nazionale, è stato bravo a capire il nostro gruppo le sue dinamiche. Prima ci ha voluto conoscere bene, poi ha settato il suo gioco su di noi. E i risultati si sono visti”.
Stai seguendo le sfide tra Sudafrica e All Blacks? Cosa ti ha impressionato di più?
“Ovviamente l’intensità delle gare colpisce. Poi io butto sempre un occhio sulle mischie ordinate ed è bello vedere come si comportano le prime linee e quali sono le strategie che adottano nello specifico le due squadre più forti del mondo.”
A Perpignan siete tre italiani, tre azzurri: tu, Paolo Garbisi e Peko Ceccarelli. Come va il rapporto fra voi?
“Peko è stato decisivo per farmi capire la mentalità del club e per scegliere anche dove andare a vivere. Per me passare dall’Inghilterra alla Francia non è stato semplice. Finalmente sono tornato alla guida a sinistra, ma mi capita, davanti alle rotonde, di avere ancora dei dubbi. E poi c’è la lingua, ma imparo in fretta. Paolo invece è un veterano, parla francese come un francese, in campo e fuori. Sono felice per lui, ha avuto una stagione difficile, poco minutaggio, ha bisogno di stare in campo, di giocare. Per sé e per la nazionale. Nella prima uscita (amichevole vinta contro Bath, ndr) ha anche segnato una meta. Ceccarelli, dal canto suo, è una forza della natura”.
Dicevi della scelta di dove andare a vivere.
“Perpignan è una città, ma tutto intorno ci sono posti in campagna o sul mare dove si sta molto bene. Io dopo cinque anni a Londra avevo bisogno di aria, quando ho visto che potevo stare al mare non ho potuto fare altre scelte. Mi sono stabilito a Canet, in macchina dallo stadio sono tredici minuti”.
Da solo?
“Con la mia ragazza, Marta, ci sposeremo la prossima estate. È una personal trainer specializzata nel recupero di persone che hanno avuto disturbi alimentari, ma ora sta prendendo la seconda laurea in psicologia. Una che ha studiato anche per me, insomma, se vogliamo dirla tutta”.
Beh, tu sei un pilone. (Una vecchia battuta da trequarti, me ne scuso).
“Invece sono pronto a stupirvi (ride). Grazie all’associazione giocatori e all’Università di Parma, fra qualche tempo vi lascerò a bocca aperta”.
Anche in Francia per i giocatori sono previsti molti benefit.
“Ecco, questa è una cosa molto positiva, diversa dall’Inghilterra. Qui il club si prende cura a livello sanitario, assicurativo e sociale anche delle famiglie dei giocatori. Ti senti più tutelato, più parte di un qualcosa”.
La tua settimana tipo?
“Domenica, se si è giocato il sabato, c’è riposo. Lunedì allenamento leggero, si provano anche giocate, ma camminando. Il martedì si prova più gioco, più velocemente, ma a velocità moderata. Il mercoledì solo la mattina, ma l’intensità è quella vera, ci sono anche mischie, contatto, è il giorno più intenso. Il giovedì riposo e il venerdì team run. E poi partenza. E questo è solo il campo. Poi ci sono riunioni di reparto, videoanalisi, skills, palestra”.
L’avvio di Top 14 sarà contro un tuo compagno di prima linea, Giacomo Nicotera, Stade Français.
“L’ho provocato per telefono, non so se sarò in campo o meno. Mi piacerebbe esserci, certo. Perché non vedo l’ora di poter giocare con questa nuova libertà, divertirmi a fare qualcosa che mi sento. Giocare a rugby: è per questo che siamo qui, no?”.
