Dopo aver perso contro la squadra dodicesima nel ranking mondiale a marzo, l’Italia è stata nuovamente sconfitta a luglio dalla squadra issatasi nel frattempo sul gradino numero 12 della classifica internazionale.
Al Sei Nazioni il Galles aveva atteso la partita contro gli Azzurri come lo showdown definitivo, lo stadio pieno e carico di tifosi e tifose pronti a ruggire per trascinare i propri beniamini a un successo che mancava da tanto, troppo tempo.
È stato simile l’approccio del Giappone alla gara di sabato scorso, con il catino di Tokyo con oltre 20mila tifosi, quasi al pieno della capienza. Se i tifosi giapponesi sono mediamente meno focosi dei corrispondenti gallesi, la squadra nipponica ha comunque interpretato la gara con un fuoco particolare, giocandola come una finale, consapevole che sarebbe stata questa la sfida dove provare a portare a casa una vittoria in un Nations Championship dove interpretano il ruolo della Cenerentola.
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Ce l’hanno fatta, complice un’Italia troppo brutta per essere vera e malgrado una formazione vittima di tantissime assenze e piena di giocatori inesperti.
Dall’altra parte perplime la prestazione degli Azzurri, la decima squadra al mondo, reduce da un Sei Nazioni in cui ha battuto Scozia e Inghilterra, stavolta disarmante nella totale incapacità di farsi trovare pronta a un appuntamento che avrebbe dovuto essere, parimenti, il punto focale di questa tournée estiva.
La cosa più lampante sono stati i 25 palloni persi dalla compagine italiana, una cifra astronomica fatta registrare soprattutto per una quantità incredibile di errori gestuali, mancati controlli, passaggi imprecisi, difetti di tecnica individuale che non dovrebbero appartenere a questo livello in questa quantità. Ovviamente, questo ha fatto sì che gli Azzurri non potessero imbastire niente a livello offensivo. Ma la partita dell’Italia è stata negativa anche sotto il profilo dello scontro fisico: di fronte a una squadra che notoriamente patisce il gioco di trincea e ha bisogno di palloni rapidi per avanzare gli Azzurri non sono mai riusciti a rallentare il possesso avversario, e al contempo non sono riusciti a forzare di potenza la linea avversaria nelle occasioni a disposizione (misteriosi i due calci di punizione a cinque metri giocati con un tap, quando il drive stava mettendo in difficoltà la difesa avversaria, anche per merito del cambiamento regolamentare).
Il gioco tattico, pure, è andato a favore della squadra di casa: su ogni calcio di Naoto Saito dalla base il Giappone ha portato pressione per contendere, spesso riuscendo a ottenere il possesso sulle seconde palle dopo il duello aereo, mentre l’Italia ha sempre calciato troppo lungo, in particolare con Stephen Varney, autore di una prova piena di imprecisioni al piede e alla mano dopo una stagione encomiabile a Exeter. Ryunosuke Ito, all’esordio internazionale, ha mantenuto la pressione sugli avversari, calciando intelligentemente dietro la schiena delle ali azzurre. In più, come detto, il Giappone ha potuto beneficiare di un’Italia drammaticamente imprecisa nella gestualità, la cui efficacia sui lanci del gioco si è autoannullata e che ha quindi consentito ai nipponici di calciare in rimessa laterale senza pagare dazio.
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In campo a Tokyo c’era una squadra al picco della forma, con già una partita alle spalle contro gli All Blacks XV che, malgrado una sconfitta in extremis per 38-31, aveva dato tanta fiducia, e che ha giocato la gara col coltello tra i denti per ottenere un risultato importante. Dall’altra, l’Italia si è presentata con il serbatoio delle energie già in riserva e, forse, con un briciolo di inconscia tracotanza, visto come erano andate le ultime sfide contro il Giappone.
La sconfitta è grave, ma non cambia niente nel valore della squadra azzurra e potrebbe avere conseguenze limitate, così come praticamente nulle furono quelle dopo la sconfitta contro le Samoa nel 2024. Questo a patto di riportare la tournée sui binari e dimostrare qualcosa di più nelle sfide a Nuova Zelanda e Australia.
Quello che lascia questa partita è la conferma di un trend che si ripete ormai da qualche anno. Quando l’Italia non è al meglio delle condizioni atletiche, fisiche e mentali, inciampa. E cade piuttosto rovinosamente, anche. Samoa 2024, Galles e Giappone 2026 (ma anche Cile 2025, vinta solo per il maggiore divario rispetto agli avversari, e il primo tempo della partita contro la Georgia nel 2024) sono la dimostrazione che l’Italia non può mai dare niente per scontato e che, in confronto a tutte le altre squadre di questo Nations Championship, la forbice fra una buona e una cattiva prestazione è davvero enorme. Perché se gli Azzurri al loro meglio possono battere qualsiasi avversaria, quando non sono focalizzati al 100% non esiste squadra che non possa superarli.
