Questo è solo un assaggio di una lunga retrospettiva sull’argomento che pubblicheremo su Allrugby 211, in uscita a inizio giugno, corredata da foto e interventi di Massimo Giovanelli, Massimo Bonomi, Alessandro Manzoni, Sergio Cerioni, Franchino Properzi, Roberto Fulgoni, Federico Williams, Danilo Beretta e Diego Dominguez.
Una franchigia ante litteram o una squadra di mercenari? Oppure solo un gruppo di amici orfani di quanto conquistato? Esattamente trent’anni fa il Milan Rugby, ovvero l’Amatori Milano, vince a Rovigo il suo diciottesimo scudetto, in rimonta contro il Benetton Treviso, in 14 contro 15. Nessuno lo sa ma sarà l’ultimo della sua storia che, poco tempo dopo, si eclisserà insieme al titolo sportivo, ora in mano alla Federazione.
“Sono in Perù, è il suo momento. Ci sono giocatori di rugby, stanno crescendo”. Diego Dominguez, contattato al telefono, non finisce di sorprenderci, oppure è l’ennesima conferma del suo essere instancabile recruiter, businessman e chi ne ha più ne metta. È uno che ha sempre guardato al futuro ma non ha paura di guardarsi indietro: “perché è la storia che muove le montagne”.
In quel mondo chiamato Milan, ma che affonda le radici nell’Amatori, arriva grazie a Lino Maffi, direttore sportivo di quella stagione in rossonero, che lo ospita i primi giorni a casa sua a Rho, in una villetta con giardino. Da lì Diego spicca il volo e si inserisce a tempo di record in un gruppo che farà faville: “personalità da vendere, erano tutti dei duri. Tutti – ricorda – Alla fine alla base del rugby c’è una cosa sola, il carattere, poi viene tutto il resto”.
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Lui, da Cognac, è gasatissimo, arriva nel paese di origine della sua famiglia, gli ingredienti sono tantissimi, non solo lo sport. “Responsabilità e pressione erano molto alte”. Giocatori diversi, da tutta Italia, gruppi come i bresciani, gli argentini, che iniziano a stare bene insieme. “C’era il numero uno di ogni ruolo, ma anche il numero due, il numero tre, era pazzesco. Infatti hanno fatto – abbiamo fatto – tantissimo per chi è venuto dopo. Nel 1996, prima Coppa Europa, abbiamo giocato contro Tolosa, Wasps, Leicester. Dal punto di vista caratteriale abbiamo tenuto testa a tutti. Perché l’autostima era altissima”.
La società, a pensarci adesso, era molto avanti su molte cose: stipendi, formazione professionale, controlli medici, riabilitazione. Su altri rimaneva una realtà di quel periodo, con uno staff ridotto all’osso: Lino Maffi, Roberto Fulgoni, Filippo Bottiglia, figlio del vecchio Presidente Augusto, l’autista Bosco, un massaggiatore di professione, Carenzio, e uno no, come Lardera. “Era già molto anziano, in maglietta anche a -5°, sempre in bicicletta, tuttofare. Come fai di fronte a uno così a tirarti indietro?”.
E poi il Presidente, Sandro Manzoni: “Preciso, professionale, molto vicino alla squadra, l’ho sempre rispettato molto”. Le sconfitte Diego non le conta neanche: fanno parte del gioco ma vanno subito superate, cancellate, dimenticate. Le vittorie sono invece indimenticabili, quella del 1996 in particolare. “È stato importantissimo quello scudetto. Perché non succede spesso di recuperare in una partita così importante. Poi l’espulsione di Properzi per me fu esagerata ma portò in dote tante cose”. Una di queste è l’ingresso, dopo venti minuti, di Cerioni al posto di Danilo Beretta, a destra perché a sinistra c’era Maus, il capitano. Fece 60 minuti al massimo, da riferimento. “Verso la fine del primo tempo”, ricorda Diego, “loro erano gasati, giocavano facile, noi eravamo sotto 6-17 e non fu semplice gestirlo in spogliatoio: ci siamo detti di tutto. Poi rientriamo e quel drop cambia tutto”.

Diego ha una teoria: quel gesto tecnico, entrato nel linguaggio comune di altri sport, “psicologicamente ti ammazza”. Milan e Benetton, di nuovo a metà campo, ma con i punti di distacco che sono solo otto. E oltre mezz’ora da giocare: è tutto riaperto, anche ciò che sembrava chiuso a doppia mandata.
“A fine primo tempo, sul 17-6, ce lo siamo detti: “non molliamo proprio ora” – Massimo Giovanelli
“Non ho visto la partita, se non un pezzettino alla fine. La meta di Marcello? Non ho neanche esultato. La responsabilità di aver lasciato la squadra in 14 era un peso difficile da sopportare” – Franco Properzi
“Eravamo nati per vincere, molti erano invidiosi ma eravamo un gruppo fortissimo” – Marcello Cuttitta
“Ci chiamavano mercenari ma eravamo uno squadrone che faceva di tutto per vincere. Sempre” – Massimo Bonomi
“Pedroni era numero 8 della nazionale, Giova il capitano della Nazionale. In seconda c’erano Croci e Llanes, anch’essi internazionali… mi girano i coglioni ancora adesso ma dopo il rosso ho capito subito che sarei uscito io…” – Danilo Beretta
“È un ricordo mitico quella finale, quel giorno indossavo il mio solito vestito verde. Per le finali lo indossavo sempre” – Sandro Manzoni
“A Rovigo, in 14 uomini, non sono mai stato pessimista. Sapevo della forza della squadra, ci ho creduto sempre alla rimonta” – Roberto Fulgoni
“Quando ho visto il cartellino a Properzi? Secondo me ci ha dato la benzina” – Federico Williams
Nessuno si ricorda il nome della giocata che decide la sfida, ma era un salto primo con finta di raddoppio: la touche è lanciata da Orlandi (subentrato a Marengoni), Llanes la serve a Gomez, reverse pass per Diego, salto del primo con finta di raddoppio, a quel punto il centro avversario stringe e con un timing perfetto, e quella corsa efficacissima, ecco Federico Williams nello spazio che, come una lama, penetra nella difesa del Benetton, poi serve Cuttitta che schiaccia. “Una giocata limpida, una meta perfetta”, dice Diego, “me la ricordo come fosse ieri”. Sul 14-17 Treviso si spegne, la mischia del Milan non sbaglia più nulla, giocano in 7 ma sembrano 8. “In seconda linea c’erano Pedroni, Berni, Llanes, Croci, Milano… ci pensate? Tati per me, insieme a John Eales, era il migliore di tutti in quel ruolo. Duttilità, fisico, mani. Tutto su due metri di giocatore”. Quel giorno Gustavo Milano è allenatore e, al rosso di Franchino, sa già come andrà a finire: “Abbiamo vinto”.
Ognuno in quel Milan aveva un ruolo, ognuno era importante: “abbiamo riportato dopo quasi cinquant’anni un club a vincere qualcosa”, aggiunge Diego, “c’era mentalità, filosofia, uno stile. Un’energia che avrebbe garantito un altro secolo di vita all’Amatori”. Invece non ci si impegna mai a creare, trovare, finanziare uno spazio per il club e quando le difficoltà diventano insormontabili, ci si ritrova solo con i ricordi. E un titolo sportivo in mano alla Federazione che nessuno può reclamare. Chissà se la storia, prima o poi, avrà il suo riscatto.
Il tabellino della finale scudetto 1996
Rovigo (Battaglini) – 19 maggio 1996
MILAN AM. MILANO – BENETTON TREVISO 23-17
AM. MILANO: Williams; Crotti, Bonomi, Tommasi, Mar. Cuttitta; Dominguez, Gomez; Pedroni, Beretta (21′ Cerioni), Giovanelli; Croci (41′ Berni), Llanes; Properzi, Marengoni (62′ Orlandi), Mas. Cuttitta. All. Milano.
TREVISO: Dotto; M. Perziano, I. Francescato, Mazzariol, L. Perziano; Lynagh, Troncon; Checchinato, Gardner, Cristofoletto (77′ Rigo); Giacheri, Scaglia; Rossi, Trevisiol, Grespan. All. Collodo e Zanon.
Arbitro: Giacomel di Musile di Piave
Marcatori: 5′ e 11′ cp Lynagh; 16′ cp Dominguez; 18′ cp Lynagh; 22′ m. L. Perziano; 32′ cp Lynagh; 42′ (pt) cp Dominguez; 47′ drop Dominguez; 64′ cp Dominguez; 68′ m. Mar. Cuttitta; 72′ e 79′ cp Dominguez.
Note: espulso Properzi al 20′ (scorrettezze)
