Sabato 18 aprile, durante la seconda giornata del Sei Nazioni femminile, l’Inghilterra si è presentata in Scozia con una formazione ampiamente rimaneggiata.
Non solo una questione di turnover, quella a cui ha dovuto rispondere l’head coach John Mitchell: due giocatrici ritirate, quattro assenti per gravidanza, sette per infortunio rispetto alla rosa delle Red Roses che ha vinto la Rugby World Cup 2025.
Ciononostante, la partita è finita con un roboante 84-7 che non ha lasciato un singolo briciolo di speranza alle padrone di casa a Edimburgo.
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Il dominio dell’Inghilterra sul rugby femminile, se possibile, sembra essersi rafforzato dopo la vittoria della Rugby World Cup 2025, ma non è sempre stato così. Certo, la palla ovale inglese è sempre stata la più forte tra quelle europee e una delle principali a livello mondiale: ventuno titoli del Sei Nazioni su trentuno stanno lì a dimostrarlo, così come le nove finali mondiali su dieci edizioni.
Tuttavia negli ultimi anni il gap tra la nazionale inglese e le altre si è ampliato a dismisura, tanto che negli ultimi quattro anni le Red Roses hanno perso una sola partita, la finale della Rugby World Cup 2021 (giocata nel 2022), e sono probabilmente la squadra più dominante dello sport mondiale, di qualsiasi genere.
Prime professioniste
Il motivo principale a fare la differenza per la nazionale inglese femminile rispetto alla concorrenza risale al 2019. Per prima la Rugby Football Union decide di programmare un massiccio investimento nel settore, mettendo sotto contratto full time 28 atlete. Una mossa rivoluzionaria scaturita da una relativi crisi di risultati, che aveva visto le Red Roses portare a casa un solo Sei Nazioni nei precedenti sei anni.
The impact of the Red Roses 🙌
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— Red Roses (@RedRosesRugby) April 22, 2026
Non si parla di contratti capaci di portare le atlete ai livelli di guadagno dei colleghi uomini, ma comunque di cifre che valgono di occuparsi soltanto di rugby e che nel corso degli anni sono notevolmente cresciute: nel 2019 il Guardian scriveva che il più importante dei contratti valeva circa 28mila sterline più premi e bonus, oggi si parla di una cifra poco meno che raddoppiata.
Compiere questo passo nel 2019 ha messo l’Inghilterra in una condizione di vantaggio che ancora oggi, a sette anni di distanza, le altre federazioni faticano a recuperare. Merito anche del circolo vizioso innescato da questo investimento, che non ha solo drasticamente innalzato la qualità delle giocatrici e migliorato i risultati, ma ha anche avuto una ricaduta sulla crescita del movimento.
Un campionato che fa la differenza
Un ruolo centrale e crescente lo ha assunto il massimo campionato inglese, la PWR (Premiership Women’s Rugby). Si tratta oggi del più importante torneo per club del mondo, capace di attrarre giocatrici da tutto il mondo: ci militano tantissime delle migliori del panorama internazionale, non solo da Galles, Irlanda e Scozia, ma anche dal Canada, dagli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda e, non ultima, dall’Italia.
Malgrado questo suo profilo da superlega, la PWR è funzionale al ruolo d’avanguardia del movimento inglese. Le giocatrici che arrivano dall’estero contribuiscono ad alzare il livello, ma tutte le squadre mantengono un nocciolo di giocatrici inglesi: in questo modo l’incremento di qualità e profondità del bacino delle atlete disponibili per la nazionale diventa sempre più ampio.
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Attualmente quella della Premiership è una storia sportiva di successo che affonda le proprie radici in una serie di decisioni prese nell’ultimo decennio. A partire dal 2017, infatti, la federazione inglese ha stabilito dei requisiti di base per la partecipazione dei club al campionato, come un budget minimo che ne garantisse la sostenibilità e determinate strutture sportive. Da allora i criteri si sono fatti sempre più ambiziosi e stringenti: nel 2020 sono stati inseriti ad esempio requisiti relativi al settore medico dei club; nel 2022, in vista della stagione 2023/2024, è arrivato l’obbligo per ogni club di avere almeno un allenatore capo a tempo pieno, un preparatore atletico dedicato e un responsabile medico specializzato.
Oggi la PWR non è più una emanazione della RFU, ma una lega con una CEO dedicata. Ogni giornata di campionato vede una partita trasmessa da BBC, una dalla pay TV TNT Sports e le altre in streaming gratuito su YouTube. I club hanno un salary cap da rispettare che serve a mantenere un livello equo di competizione, evitando che un asso pigliatutto si porti a casa tutte le giocatrici migliori grazie a un maggiore potere economico. E il costo dei diritti TV è schizzato in alto, promettendo un ciclo virtuoso di crescita destinato a non arrestarsi a breve.
Altri investimenti
Di fianco a una rosa di professioniste full time aduse a giocare ai più alti livelli nel miglior campionato del mondo, l’Inghilterra ha messo a disposizione delle proprie atlete uno staff ampio e qualitativo: le Red Roses sono allenate da John Mitchell, head coach neozelandese con una carriera ai massimi livelli nel rugby maschile, già allenatore della difesa dell’Inghilterra maschile di Eddie Jones; alle dipendenze di Mitchell lavorano altri quattro allenatori e allenatrici, il reparto di preparazione atletica è composto da almeno quattro figure e altrettante compongono il gruppo dell’area medica.
Un investimento importante e senza paragoni tra i competitors, alla stregua di una qualsiasi nazionale del rugby maschile.
In più, il rugby inglese, nella sua doppia sfaccettatura RFU e PWR, ha promosso una serie di investimenti nella ricerca scientifica che oggi lo pone all’avanguardia su alcuni temi legati alla performance sportiva femminile, come l’impatto del ciclo mestruale. Questo si abbina alla più generale attenzione al welfare delle atlete, mostrato con la decisione di introdurre dal 2023 un’ampia policy di maternità con 26 settimane di stipendio pieno che consente alle giocatrici di non dover scegliere tra sport e genitorialità.

Completa il quadro una filiera di sviluppo del talento attraverso una rete di centri di formazione, nove in tutto il paese, che si occupano della formazione dei migliori prospetti under 16 e under 18 nel paese (i Player Developmente Groups, PDG). Una base di lavoro atletico, tecnico e di esperienza che porta da un lato le giocatrici inglesi ad essere pronte per il salto nel rugby senior, dall’altro consente allo staff federale di monitorare il più possibile le migliori atlete sul territorio per non perdere di vista i talenti migliori.
È un sistema complesso e sfaccettato, dunque, quello che pone l’Inghilterra al vertice del rugby femminile mondiale. Una macchina composita allestita nel corso dell’ultimo decennio, partendo già da un livello vicino al top mondiale e portato ad anni-luce dai più immediati inseguitori grazie soprattutto alla decisione di investire risorse economiche nel settore. Un investimento ripagato dal fatto che oggi quello delle Red Roses è un brand autonomo e riconosciuto come tale anche dagli sponsor, che non investono nel rugby inglese, ma nella nazionale femminile, dandole una autonomia economica e una forza difficilmente pensabili per le rivali.
Il grande successo della Rugby World Cup 2025, con il trionfo finale di fronte a 80mila persone a Twickenham, non è il coronamento conclusivo del progetto, ma il carburante che sembra in procinto di portare l’Inghilterra definitivamente su un altro pianeta.
