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Gonzalo Quesada che si scopre conservatore, il titolo di un vecchio film che sembra calzare a pennello e un Sei Nazioni in formato test autunnali. Da Lille, spiegando le sue scelte sulla formazione, il ct azzurro cerca di smorzare le polemiche, ma si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa.

“Senza tetto né legge” è il titolo di un film del 1985. Lo firmò Agnes Varda, regista visionaria nata a Ixelles, Belgio, 100 chilometri da Lille. Viene in mente per assonanza nella vicenda del tetto dello Stadio Pierre Mauroy che, domenica, per Francia-Italia resterà chiuso. La regola parla chiaro, per giocare al coperto (l’altro stadio in cui questo può succedere è il Millennium di Cardiff) ci vuole l’assenso di entrambe le squadre. In caso contrario resta aperto. “Dieci giorni fa il nostro team manager, Giamba Venditti, mi chiede come voglio il tetto dello stadio di Lille e io rispondo: lo preferirei chiuso. Dieci giorni fa, non so che tempo farà a Lille, non so che partita faremo, so solo che mi piace giocare a rugby all’aperto. Già non capisco perché si giochi qui e non allo Stade de France, a Parigi. Dicono che è per promuovere il rugby a nord, a Parigi il problema del tetto non si sarebbe posto: non si può chiudere”.

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“Poi – prosegue Quesada – Giamba mi ha detto che lo volevano chiuso e che, quindi, si sarebbe giocato al coperto. A me è stato chiesto dieci giorni fa e ho detto aperto, e la regola è chiara”. Parafrasando, con tetto e senza legge. Qualcuno dice che sia stato lo stesso Six Nations a perorare la causa del giocare al chiuso.

“Sulla questione non ho problemi e sono stupito di quanto scritto da alcuni giornali francesi. Noi ci adattiamo alla pioggia e all’asciutto – dice ancora Gonzalo Quesada – e sarà comunque una partita durissima. I francesi rispetto a novembre hanno cambiato struttura di gioco e hanno rinnovato molto la squadra dando spazio a giovani in forma del Top14. Non hanno punti deboli e alcune individualità che possono in pochi secondi creare un’azione da meta da un pallone che rimbalza senza controllo. L’arma che possiamo usare è quella di dar loro meno tempo per decidere e meno spazio. Perché sennò ti inventano quei calci passaggio per Bielle-Biarrey o Attissogbe che diventano imprendibili. Le nostre ali dovranno giocare più larghe, ma soprattutto dovremo togliere a chi decide spazio e tempo”.

Quesada il conservatore. Con la Francia mantiene 20 dei 23 che hanno giocato in Irlanda mettendo, ormai è una sua motivazione in più, gli italiani “francesi” a giocare contro gli avversari di ogni sabato. Così spazio a Dimcheff e Capuozzo, e a Zilocchi per un Hasa un po’ acciaccato. “Dopo due settimane di Torneo – spiega – ha prevalso la logica della continuità. Era un’opportunità. Abbiamo anche scelto di restare a Dublino e poi spostarci oggi a Lille e abbiamo fatto bene perché ci siamo risparmiati una giornata di rientro a Roma e abbiamo dato un giorno di recupero in più alla squadra”.

La meta di Ange Capuozzo che ha aperto le marcature con il Cile (foto Stefano Delfrate)
L’ultima meta segnata in azzurro da Capuozzo nel test contro il Cile a Genova (foto Stefano Delfrate)

Perché questo Sei Nazioni che ha solo una settimana di sosta è come un novembre di test. “Come a novembre il problema è la durezza degli scontri, abbiamo dovuto allungare a due i giorni di recupero completo poi uno allenandoci quasi camminando e solo due di vera intensità”.

Due anni fa qui a Lille abbiamo pareggiato (13-13), lo scorso anno a Roma abbiamo perso (24-73). E domenica? “Due anni fa non c’era Dupont, forse il migliore giocatore al mondo, e lo scorso anno era tornato al suo posto. Spero non si faccia la media dei due risultati, saremmo sempre sconfitti. Ripeto, sarà un match durissimo”.

Nella foto di apertura Gonzalo Quesada, ct azzurro, la settimana scorsa sul campo dell’Aviva Stadium di Dublino – ph. Federugby/Federugby via Getty Images

 

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