vai al contenuto principale

L’edizione del Rugby Championship più combattuta della storia, con le squadre racchiuse in due punti dopo quattro giornate, potrebbe essere l’ultima. Sì avete capito bene, Rugby Championship addio.

L’anno prossimo, a luglio, è in programma la prima tranche di partite della tanto annunciata Nations Cup (la seconda parte si svolgerà al posto dei test di novembre) e, ad agosto, Nuova Zelanda e Sudafrica sembrano (non c’è ancora l’ufficialità) essersi accordate per dar vita alla prima edizione di una sfida ribattezzata The Greatest Rivalry: tre match tra All Blacks e Springboks, da disputarsi in Sudafrica, ai quali potrebbe aggiungersene un quarto in campo neutro (Twickenham, gli Usa?) organizzato per acciuffare un’altra succulenta manciata di sghei. A questi tre/quattro test dovrebbe far da corona una serie di partite tra club, in pratica, per un intero mese, il rugby di vertice neozelandese si trasferirebbe con le sue truppe scelte in Sudafrica, con l’ipotesi di replicare il format, a campi invertiti, nel 2030, in Nuova Zelanda.

Sudafrica vs All Blacks nel 1970, Dawie de Villiers e Wayne Cottrell si sfidano in velocità al Loftus Versfled di Pretoria.

Questo progetto andrebbe ad incastrarsi fra la Coppa del Mondo del 2027 e il tour dei British & Irish Lions in Nuova Zelanda del 2029. Rimarrebbe il buco del 2028: quando a rigor di logica dovrebbe essere disputata la seconda edizione della Nations Cup.

Ma tra R360 (il progetto di Mike Tindall e soci) e l’avidità di chi ormai vede lo sport internazionale soltanto come un trampolino per nuove ardite manovre finanziarie chi può dire quale sarà l’evoluzione del rugby nelle prossime tre/quattro stagioni?

La Nuova Zelanda ancora si lecca le ferite per l’addio delle squadre sudafricane al Super Rugby, una mossa, il passaggio delle quattro province allo United Rugby Championship, che ha lasciato i club neozelandesi di fatti isolati nel sud del Pacifico e le cui conseguenze si vedono ora nei risultati degli All Blacks, in netto calo rispetto al passato.

Crusaders vs Bulls nel Super Rugby del 2018.

l fatto che ci siano atleti neozelandesi capaci di imporsi ai Mondiali di atletica nelle siepi e nel salto in alto (Kerr, già vincitore alle Olimpiadi di Parigi), due specialità del tutte estranee alla tradizione kiwi, è il segno, poi, che il rugby comincia a trovare concorrenza anche in Nuova Zelanda, un paese che con 5 milioni di abitanti, fatica a tenere il passo di rivali molto più pesanti in termini numerici, economici e organizzativi. Ovviamente Australia e Argentina non saranno contente di dire addio al Rugby Championship, ma in questa nuova corsa all’oro ognuno fa i propri interessi e se la mossa di All Blacks e Springboks di puntare tutto su The Greatest Rivalry appare in qualche modo disperata, un colpo basso alla crescita globale del rugby, l’idea di monetizzare al massimo l’appeal di questa sfida storica, in tempi brevi, può anche apparire sensata.

Nel frattempo, uno studio denominato “Reinventing rugby” ha proposto una serie di interventi per far crescere il valore economico della pallovale, stimato attualmente, a livello globale, in due miliardi e mezzo all’anno. “Il rugby potrebbe aver bisogno di sviluppare un nuovo evento di alto profilo per far crescere lo sport al di fuori dei suoi mercati principali più rapidamente, attirando al tempo stesso un pubblico più giovane -dice Reinventing rugby -. I target di pubblico/tifosi sono identificati in modo chiaro:

  • dai 12 milioni di fan occasionali del rugby di club nei mercati principali,
  • ai 15 milioni di fan del rugby internazionale che non hanno alcun interesse per il rugby di club negli stessi mercati,
  • ai 160 milioni di persone che guardano solo la Coppa del Mondo maschile di rugby,
  • fino ai 14 milioni di fan della Rugby league che tendono a seguire soltanto il rugby union internazionale.

Oltre a questo – scrive sempre Reinventing rugby – il rugby deve rispondere agli sport demograficamente adiacenti come golf, cricket e Formula 1, affrontare la sfida degli sport da combattimento e degli sport statunitensi, e avere un impatto nella battaglia per la leadership nello sport femminile e per la sua capacità di attrarre pubblico”.

Grande insomma è la confusione sotto il cielo ovale, ma la situazione è davvero eccellente, come avrebbe detto Mao Tse Tung?

Forse la risposta sta nel fatto che il rugby andrebbe accettato per quello che è, non per quello che i grandi interessi economici vorrebbero diventasse.

È un vecchio gioco cavalleresco, nato per simulare le grandi battaglie campali dell’epoca: il cannoneggiamento a distanza (il gioco al piede), lo scontro di trincea (la mischia e il breakdown), l’assalto in campo aperto (i trequarti).

“Il rugby è il rugby – ha detto George Skivington, director od rugby del Gloucester -, celebriamolo per quello che è invece di continuare a dire facciamo così, facciamo colà”.

Se tutto ciò nel terzo millennio al pubblico più giovane può sembrare anacronistico, ci sono altri sport in grado di soddisfare palati con gusti più sottili. Non è obbligatorio appassionarsi a mischie e touche.

Nella foto del titolo Rieko Ioane sfida Pieter-Steph Du Toit nella finale della Coppa del Mondo 2023 a Paris (Photo by Michael Steele – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

Torna su