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Le lacrime, il dolore (per alcune anche fisico), l’impossibilità – più che comprensibile – di ragionare su dettagli e particolari dopo una sconfitta del genere. Ma le Azzurre non sono tipe da sottrarsi, in zona mista presentano facce mogie ma esprimono anche orgoglio, voglia di andare avanti,  certezza di avere dato tutto il possibile nelle condizioni date.

Onore al Sudafrica, che ha giocato come poteva e doveva, fidando sui princìpi base e su un’efficacia derivante dall’impatto fisico. Secondo l’impressione ricavata in tribuna stampa, difficilmente le avanti avrebbero potuto fare meglio, sul piano del sacrificio e del confronto nelle fasi statiche, mischia compresa, mentre la linea arretrata – nei calci di spostamento così come, talvolta, nella trasmissione dell’ovale – avrebbe potuto offrire una prestazione più adeguata. Ma l’analisi tecnica del ct Fabio Roselli, ovviamente da tenere nella massima considerazione, sembra in parte divergere: «Le occasioni si costruiscono insieme, così come le vittorie, e allo stesso modo si perde insieme. Sicuramente abbiamo concesso un paio di mete abbastanza facili, e a livello difensivo non abbiamo visto la stessa attitudine, la stessa consistenza che aveva caratterizzato la partita con la Francia. Non è una questione di mancanza di volontà, l’impegno delle ragazze non si discute, ma di disconnessione della squadra in generale, di un fattore emotivo, direi, che ha reso più facile il compito al Sudafrica e ci ha portato a mancare alcune delle opportunità che avevamo creato. Ad ogni modo noi avevamo immaginato tutto un altro tipo di partita, dal primo all’ottantesimo minuto. E in effetti, quando l’Italia ha fatto alcune sequenze veloci, soprattutto nel primo tempo, le opportunità sono venute».

Beatrice Veronese placcata da Nadine Roos (Photo by Molly Darlington – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

Desolata e con un occhio nero, Elisa Giordano trae ben poca consolazione dai complimenti per la prestazione della mischia: «Non è stato sufficiente. Bisogna essere precise e ciniche in circostanze come queste, e forse noi non lo siamo state».

Tra le lacrime, Sara Seye, che ha segnato la sua prima meta in azzurro, si dice fiera delle sue compagne. «perché è vero che probabilmente si poteva fare di più ma noi abbiamo dato tutto».

«Le occasioni le abbiamo avute – osserva Vittoria Ostuni Minuzzi -, alcune siamo state capaci di sfruttarle, altre no, per errori gratuiti o a causa della loro pressione. Comunque il più delle volte abbiamo retto il contatto fisico, solo in qualche circostanza non ci siamo riuscite per questioni di dettagli».

Silvia Turani non vuole focalizzarsi sulla differenza di peso e di stazza fisica. «Non deve diventare un alibi, bisogna lavorare ancora di più sulla tecnica, occorre essere prestanti fisicamente, e credo che lo siamo, e dovremo puntare a migliorare nella tecnica, come abbiamo sempre fatto. So di non essere il pilone più grosso che ci sia, ma devi farti un po’ di più il c… e anche lavorare sui punti a favore che derivano dall’essere più piccola, come la velocità e la capacità di scendere più bassa in mischia».

E adesso? «Testa bassa e lavorare, come ci siamo dette negli spogliatoi – risponde Beatrice Veronese -. C’è ancora la partita con il Brasile e il Mondiale va onorato fino in fondo».

Intanto dall’esterno arriva tutta l’euforia dei sostenitori del Sudafrica, prevalenti per numero su quelli italiani, che avevano preparato striscioni e cartelli prepartita per i 100 caps di Sofia Stefan. Ma ora non si può festeggiare.

Nella foto del titolo la meta di Vittoria Vecchini inutilmente placcata da Byrhandre Dolf (Photo by Molly Darlington – World Rugby/World Rugby via Getty Images)

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