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Riproponiamo qui, alla vigilia del secondo dei tre test match dei British & Irish Lions in Australia, l’intervista con Andrea Piardi che Allrugby pubblicò a febbraio del 2024, alla vigilia del suo esordio nel Sei Nazioni, primo italiano ad arbitrare nel torneo. Stavolta il palcoscenico è ancora più grande, paragonabile soltanto a una finale mondiale. 

Un passo sulla luna

di Gianluca Barca

Il messaggio più inatteso, e proprio per questo forse più gradito, gli è arrivato da Daniele Orsato, il numero uno degli arbitri italiani di calcio.

“Non lo conoscevo e non ci siamo mai incontrati – dice Andrea Piardi -, ma proprio per questo mi ha fatto molto piacere, vuol dire che anche il rugby, in un’occasione come questa, ha saputo suscitare interesse fuori dalla cerchia stretta degli appassionati. Il fatto poi che a scrivermi sia stato un arbitro di quella fama e prestigio, insomma, è stata una bella cosa”.

La designazione per il match del 24 febbraio, Irlanda-Galles (con Gianluca Gnecchi come assistente), è un traguardo destinato a passare alla storia: come Tortu, il primo italiano a correre i cento metri sotto i 10”, come Bud Spencer-Carlo Pedersoli, il primo a nuotare i cento stile libero sotto il minuto, così Andrea Piardi resterà per sempre il primo italiano ad aver fischiato in una partita del Sei Nazioni, dopo 24 anni di attesa.  

Andrea sorride. Non è personaggio facile a far trapelare le emozioni, né è arbitro che ama i gesti istrionici. “Per quelli bisogna essere attori – sottolinea – io non credo di esserlo particolarmente, anche se mio papà da piccolo mi chiamava Gassman per le scene con cui condivo i capricci”.

A 31 anni Piardi gode finalmente di un contratto da arbitro professionista “full time”. “Coprirà i prossimi quattro anni e mi consentirà di dedicarmi a questa attività a tempo pieno, obiettivo la prossima Coppa del Mondo (2027, ndr)”, spiega.

Facciamo notare che Wayne Barnes ha diretto la finale dei Mondiali a 44 anni e che lo stesso Orsato è stato selezionato per quelli del Qatar a 47: potrebbero aspettarlo quindi altri quindici anni di questa vita. “Diciamo dieci – riflette -. Più avanti arrivano solo quelli veramente bravi”.

Ma che vita è quella di un arbitro internazionale? “Bella e impegnativa. Sempre in giro, ogni fine settimana, molto spesso all’estero. Deve piacerti viaggiare, o meglio – precisa con una certa ironia – deve piacerti prendere l’aereo, perché a parte qualche situazione particolare, come il mese appena trascorso in Sudafrica, non è che poi stare in giro significhi fare il turista, visitare grandi città o avere occasione di fare cose molto particolari. Deve piacerti vivere dal di dentro il rugby di alto livello, devi godere dell’adrenalina che ti provoca la partita”.

È la stessa che vivono i giocatori, o gli allenatori?

“E’ una cosa diversa: il giocatore vive quella della sfida, del risultato, l’arbitro quella della prestazione, della capacità di restare concentrato per 80 minuti, senza farsi distrarre dalla piega che possono prendere le cose. Ti aspetti un match di un tipo e ti trovi immerso invece in uno completamente diverso, scorbutico, pieno di falli, come è stato di recente Bull-Saracens, devi sforzarti di rimanere lucido, coerente con le decisioni. A volte è molto più difficile di quanto può sembrare da fuori”. 

Fuori dal campo l’arbitro fa parte della comunità ovale…o resta arbitro?

“Ne fa parte, ma sempre con una certa distanza. L’arbitro non è un giocatore. E neanche un allenatore”.  

Con Marius Mitrea (Referee Development Officer della federazione italiana, al centro) e Gianluca Gnecchi, in occasione dell’esordio nel Sei Nazioni, a Dublino, a febbraio 2024.

Le decisioni di un arbitro sono istintive?

“Sono istintive, ma all’interno di alcune categorie preordinate. Hai meno di un secondo per fermare il gioco: vedi, valuti l’azione cercando di inserirla in uno schema noto e fischi o lasci correre, a seconda di come l’hai valutata. Però sai sempre dove sei e quanto vale la tua decisione. Sei consapevole se quello che stai per fare può decidere il match o se sarà un episodio interlocutorio”.

Il bunker solleva gli arbitri dalle responsabilità più gravi? 

“Con il bunker tutti i cartellini sono gialli… trasformarli in rosso dipende da chi sta alla moviola. Demandi la scelta a loro. Del resto tu in campo hai solo due occhi e vedi il gioco in tempo reale. Sei l’unico, compresi quelli a casa, che non ha il replay. È una situazione troppo sbilanciata a tuo sfavore.  Sarebbe bello poter dire che l’errore dell’arbitro fa parte del gioco, ma oggi gli interessi in campo sono troppi e i giudizi spesso molto severi. Meglio avere la tecnologia in aiuto allora”.

Ai Mondiali si sono viste proteste in campo di ogni tipo, braccia alzate ad ogni ruck. Condizionano?

“I capitani più efficaci non sono quelli che si lamentano ad ogni azione, ma quelli che conosco meglio il gioco e capiscono se tu hai preso una decisione di cui eri poco convinto. Allora vengono e ti chiedono molto educatamente perché hai fischiato. Sanno di poterti mettere in difficoltà e che la tua risposta, probabilmente incerta, segnerà un punto a loro favore. È un gioco molto sottile per il quel devi essere preparato”. 

Com’è la tua settimana tipo?

“il lunedì è dedicato all’analisi della partita con il tuo tutor (Alain Rolland, ndr), il martedì passi al giudizio di chi era designato a valutare la tua gara. Sono le due situazioni in cui rivedere i propri errori fa più male. Sul computer vorresti schiacciare il tasto “skip” …e invece è proprio lì che ti devi fermare. Dal mercoledì cominci a preparare la prossima partita ad analizzare le squadre che andrai ad arbitrare, mandi le clip agli assistenti e al Tmo, condividi le tue analisi con loro. Il giovedì o il venerdì si riparte. Se la partita è la sera, la giornata non finisce mai”. 

Avere Gianluca Gnecchi come assistente al Sei Nazioni sarà motivo di maggior tranquillità?

“Si perché siamo amici e c’è grande fiducia reciproca, ma questo non deve distoglierti dalle tue responsabilità. Non deve diventare un alibi per evitare di prendere le decisioni in prima persona”.

Nel tuo bagaglio, oltre alla divisa di campo, quanti fischietti ci sono?

“Uno, sempre quello, sono l’unico che ne ha uno solo, comprato su internet, ognuno si compra il suo. Viaggia nel mio beauty e fischierà anche a Dublino”. 

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