Sono in un Dedalus e non perché ho appena riletto quelle pagine che hanno poi partorito l’Ulisse.
Nel 2026 parte il Nations Championship: quelle del 6 Nazioni contro quelle del Sanzaar più Giappone e Fiji. Tre partite in estate, tre partite in novembre e finali a Londra. Nel 2028 a Doha e nel 2030 a New York. Il concetto di tour ne viene stravolto, ma non per tutti è così.
Perché l’anno prossimo in occasione del varo di questa novità – che a tanti non è piaciuta e non piace – gli All Blacks andranno in Sudafrica per celebrare il trentesimo anniversario dell’ultimo tour classico: otto partite e tre test. E nel 2030 gli Springboks renderanno la visita con lo stesso formato. Nel frattempo, 2029, i Lions andranno nel nido del kiwi. E la tentazione di un caldo warm up con la Francia, con il condimento di qualche midweek match, non si spegne.

Tra parentesi, nel 2027 l’Australia ospiterà la Coppa del Mondo e le quattro del Sanzaar continueranno a battagliare tra loro nel Championship tra una trasvolata e l’altra, e il 6 Nazioni, accorciato di una settimana, andrà avanti come di consueto.
Più che valutare superfluo, se non inutile, questo ormai incombente Nations Championship, non resta che valutare uno scenario che, a occhio, provoca una sempre più netta separazione tra le padrone, le grosse feudatarie e le vassalle.
Facendo leva sulla storia, sulla tradizione, i Lions e le tre dell’altro emisfero non intendono abbandonare le cadenze, vecchie un secolo e più, dei tour, anche in nome di una convenienza finanziaria confermata anche da questo viaggio in Australia che qualcuno aveva valutato “minore” e che se da un lato ha mostrato la forza di britannici-irlandesi (più irlandesi che britannici a onor del vero), ha anche segnato i progressi di chi dall’ultima Coppa del Mondo era uscita da derelitta.
La meta di Mark Telea in Francia-Nuova Zelanda alla Coppa del Mondo 2023 (Photo by David Ramos – World Rugby/World Rugby via Getty Images)
L’altra considerazione riguarda le forze necessarie per affrontare questo futuro ormai disegnato sul filo dell’orizzonte. La Francia ha mostrato di poter contare su una cinquantina di giocatori, il Sudafrica può contare su molte novità, alimentate dallo spirito di Erasmus e l’Inghilterra ha sempre un telaio robustissimo e il tour in Argentina lo ha dimostrato. L’ufficio di arruolamento degli All Blacks non sembra frequentato come un tempo e l’Australia, non è una novità, soffre la spietata concorrenza della League ma non è il caso di avvicinarla al povero Galles, malato non immaginario di un rugby che pretende sempre di più.
Nella foto del titolo (Japan Rugby) la meta del giapponese Nakakusu nel primo dei test dello scorso mese di luglio tra Giappone e Galles.
