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Quel giorno ricevettero un telegramma di sir Donald Bradman che in Australia era più o meno come Dio: “Ce la potete fare, buona fortuna”. Quel giorno era il 6 settembre 1986: ultima vittoria dei Wallabies a Eden Park.

“Battere gli All Blacks è il desiderio di ogni Wallaby ma farlo nel loro giardino, nel cuore pulsante del loro rugby, nella loro cattedrale rende l’impresa definitiva”, ricorda Simon Poidevin, flanker. E, rinverdendo l’augurio di Bradman, Andrew Slack, il capitano di quella squadra pensa che questa possa essere la volta buona: 23 anni di Bledisloe Cup sempre nera cominciano a essere dannatamente troppi. I Blacks sono reduci dal naufragio con gli Springboks (quel 10-43 rimarrà) e i Wallabies stanno vivendo una palingenesi dopo l’anno orribile, il 2023.

I Wallabies avevano battuto gli All Blacks nel ‘79, avevano ceduto le serie del 1984 e del 1985 per due vittorie con il più stretto dei margini. Nel mezzo avevano messo quel che Slack ha battezzato “magical mistery tour”: lo Slam contro le vecchie Union. Sette anni dopo, in quello scenario, avrebbero conquistato la loro prima Coppa del Mondo.

Il Tour 1986 nell’isola della grande nuvola bianca, sotto il comando di Alan Jones, durò sette settimane: tre test e undici midweek, alcuni facili, alcuni duri. Gli australiani vinsero 13-12 il primo e persero il secondo con lo stesso punteggio per una controversa chiamata arbitrale che negò una meta a Tuynman. “Mai sentito uno spogliatoio così silenzioso” racconta Andrew Leeds, il cucciolo della compagnia che stava per avere il suo momento di gloria. Ancora Slack: “Se andiamo sul 2-0, ci aveva detto Jonesy, andiamo cinque giorni a sciare. Pazienza: io a sciare non ci ero mai andato e non ci andai neppure quella volta”.

A ogni tappa la Steinlager, sponsor del tour, faceva trovare un “pallet” di lattine di birra. Gli australiani non lo presero per un tentativo di sabotaggio ma sull’ospitalità ebbero qualcosa da dire quando a Auckland finirono in un hotel con una doccia sola per trenta persone.

Il terzo test può esser visto su Youtube. Sono passati meno di quarant’anni ma è un rugby molto diverso: la palla sembra di cuoio, il tee per i calci non esisteva, le divise erano di cotone, la meta valeva quattro punti, il 50-22 era di là da venire e con il piede che aveva Michael Lynagh avrebbe offerto ai Wallabies più palloni da lanciare nei pressi della linea di meta dei Neri. I primi punti li mise a segno Kieran Crowley, l’ex ct azzurro, John Kirwan e Frano Botica provarono un paio di profonde incursioni, pareggiò Lynagh che poi provò un’impresa, un calcio da sessanta metri, fuori di poco.

“Di solito le partite per la Bledisloe erano battaglie di trincea – ricorda Poidevin – quella volta no, si giocò subito a spron battuto, a  tutto gas. L’impressione è che volessero farci finire nel parcheggio in venti minuti”. Gli Wallabies tennero duro, segnarono con il debuttante Leeds, che giocava estremo (con David Campese ala) e che più tardi passò alla League senza dimenticare “il più bello tra i miei giorni da giocatore”. L’episodio che fece capire ai neozelandesi che non ce l’avrebbero fatta fu un placcaggio di Topo Rodriguez a meta fatta. Finì 22-9 e Slack venne portato in trionfo in maglia nera.

Nella foto del titolo, Harry Wilson spera di imitare Andy Slack guidando l’Australia al successo sugli All Blacks nella fortezza di Eden Park (foto AU Rugby)

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