Il Mondiale vissuto dentro casa finisce con il miglior piazzamento di sempre della giovane Italia brava a mandare in archivio il tabù Galles, un cattivo pensiero che nel torneo stava diventando un incubo ogni volta che sulla sua strada aveva incrociato la maglia azzurra (4-0), comprese le due finali per il settimo posto giocate in successione nel 2017 e 2018. A Rovigo la storia si ribalta, l’Italia vince (31-23, 3-2 le mete) una partita condizionata dall’indisciplina (28 penalties, 17 concessi dal Galles), dalla pioggia di cartellini gialli (6 più un rosso), dalle lungaggini che mortificano il ritmo del gioco, da un andamento spezzettato che mai rende la partita una festa del rugby.
Eppure questa volta l’Italia non si fa trascinare nella bolgia, ha una mischia solida e là intorno costruisce la sua superiorità, qualche bella individualità esplosiva in Casartelli e Todaro, un gigante cui affidarsi quando c’è da portare avanti il pallone nella selva avversaria in Opoku Gyamfi e un ragazzino dal piede che offre sicurezza in Braga (guarda qui l’intervista in cui si presenta ai lettori di Allrugby). Il resto è un costruire e distruggere nello stesso momento, è non saper gestire la superiorità manifesta, è la mancanza cronica del gioco tattico, è creare un vantaggio e subito sperperarlo con una scelta avventata, è una serie di partite vissute tutte sul filo dell’equilibrio, ma nessuna esaltante per ritmo e soluzioni adottate.
https://youtu.be/qtxxn8RIx3Q?si=76x-sOlyTQXpTVtE
Chi vive di rugby giovane ha sempre sostenuto come i risultati siano l’ultimo dei parametri da prendere in considerazione, ciò che conta è il percorso collettivo, è la prestazione, la capacità individuale di far intravedere una luce nel futuro. Questa generazione è figlia della maledizione del Covid e della maledetta scelta di buttare giù dalla torre l’Accademia federale per adottare un nuovo e indefinito viaggio di formazione e allora c’è solo da essere soddisfatti per quello che i ragazzi hanno fatto, per quel settimo posto che mai era stato raggiunto dalle nostre parti, per le vittorie su Irlanda e Galles, lo sciagurato pareggio con la Georgia e il promettente esordio con i Baby Blacks. In fondo l’unica partita veramente bucata dall’Italia è stata la semifinale dei secondi con l’Australia e in un Mondiale così lungo e competitivo alla fine il bilancio può essere solo preso con ottimismo.
Eppure la sfida con il Galles era iniziata in salita, l’Italia è apparsa bloccata intorno ai suoi timori, è andata in svantaggio e in bambola quando ha subito una meta da mischia chiusa per la più semplice e indisturbate ripartenze del mediano di mischia, poi ha rimesso la barca in linea di galleggiamento quando ha sfruttato come meglio non avrebbe potuto la superiorità numerica per l’espulsione temporanea di Minto (falli ripetuti): Casartelli emerge palla in mano da un drive irresistibile, Zanandrea sfrutta un bel calcetto a seguire di Drago e arriva per primo all’appuntamento con la meta. La partita gira, il Galles incassa un uno-due al mento e va al riposo in svantaggio (15-13).
Il secondo tempo diventa una storia infinita, il neozelandese Playle passa più tempo a richiamare i capitani che a dirigere fasi di gioco, i cartellini gialli grandinano (Pelliccioli, Minto, Gemine, Harry Thomas, Minto bis, Bolognini e Milano), il bel gioco latita. Il solito Casartelli si ripete indovinando nella serie il pickn’go giusto per portare i suoi a distanza di break, poi la partita diventa una lunga litania di calci in cui emerge la freddezza e il piede educato del più giovane di tutti (Braga, 16 punti personali) che dalla piazzola rispedisce al mittente ogni tentativo di rimonta. L’ultimo squillo è del Galles, la meta di Boslhoff non cambia né l’ordine dei fattori, né il risultato, ma regala agli azzurri il diritto alla festa.
Se son rose fioriranno. Il settimo posto può essere un bel fertilizzante per il futuro raccolto. Il rugby italiano attende con fiducia.
Nella foto del titolo, di Stefano Delfrate, la meta di Federico Zanandrea nel primo tempo.
