Ci sono certi indizi, in giro, che la stagione sta cambiando. Quando le foglie degli alberi iniziano a ingiallire, per dire, è chiaro sintomo che l’estate è finita e si sta passando all’autunno. Parimenti, la schiusura dei primi fiori nei prati annuncia il ritorno della primavera dopo l’inverno. Allo stesso modo, in Nuova Zelanda, quando ci si interroga se Damian McKenzie sia l’uomo giusto per vestire la maglia numero 10 degli All Blacks significa che sta finendo la primavera e arrivando l’estate.
Perché è un interrogativo puntuale e ricorrente: i Chiefs si rendono protagonisti di un’ottima stagione, giocano un rugby divertente e intraprendente con il biondo ciuffo del loro mediano di apertura che guizza di qua e di là, tra gli applausi del pubblico di tutto il mondo; tutti si dicono che questo è l’anno giusto e che l’apertura della nazionale in maglia nera sarà lui, salvo poi farsi venire qualche dubbio quando i Chiefs implodono al passo finale della stagione (tre finali perse nelle ultime tre stagioni, quattro nelle ultime cinque); infine McKenzie finisce per fare il sostituto di lusso, coprendo 10 e 15 dalla panchina, magari dopo qualche opportunità da titolare non sfruttata nel migliore dei modi.
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Solo in un’occasione le cose sono andate diversamente: due anni fa gli All Blacks hanno puntato su di lui per otto partite consecutive. A luglio le cose sono andate alla grande, due vittorie sull’Inghilterra e una sulle Fiji, ma nel Rugby Championship sono arrivate una sconfitta per mano dell’Argentina e due dagli Springboks. Il novembre successivo, McKenzie era di nuovo in maglia numero 23, con Beauden Barrett tornato in auge.
Anche quest’anno le cose stanno andando in modo simile. Damian McKenzie ha giocato la sua centocinquantesima presenza in Super Rugby nella semifinale stradominata dai Chiefs sui Crusaders nella mattinata italiana di venerdì (49-12). Per lui un bel 7/7 dalla piazzola per 14 punti, ma soprattutto una centralità decisiva nel gioco della sua squadra. A 31 anni e con un notevole chilometraggio sulle spalle, McKenzie ha forse un po’ perso qualcosa dal punto di vista della brillantezza atletica, ma ha guadagnato in letture, esperienza, gestione.
In finale giocherà contro gli Hurricanes, al termine di una stagione dominata in lungo e in largo dalla sua squadra e dagli avversari: 11 vittorie e 3 sconfitte in regular season, oltre 45 punti inflitti agli avversari nelle due gare di playoff disputate fin qui.
E si comincia a guardare agli All Blacks, dove quest’anno, più che in altre occasioni, per lui può essere la volta buona. Per due motivi principali.
Il primo è che McKenzie sta facendo meglio della concorrenza. Con Richie Mo’unga ancora non convocabile, Beauden Barrett ai Blues ha giocato una buona stagione, quasi sempre schierato apertura a causa dell’assenza di Stephen Perofeta, ma senza brillare particolarmente. C’è molto hype su Ruben Love, apertura degli straripanti Hurricanes di questa stagione, ma la mediocre semifinale disputata dal numero 10 (sostituito al 50′ con Jordie Barrett spostato in mediana) ha messo in luce i limiti di continuità di un giocatore che non sembra ancora pronto a essere il titolare degli All Blacks. In più, con Will Jordan in forte dubbio almeno per il primo test di luglio con la Francia, la necessità di trovare un numero 15 che lo sostituisca apre ulteriori spazi in formazione.
Il secondo è che la guida dei neozelandesi sarà Dave Rennie, l’allenatore che ha lanciato la carriera di McKenzie ai Chiefs un decennio fa. Anche se quando lavoravano insieme DMac giocava estremo, l’ex tecnico della franchigia di Hamilton, dei Glasgow Warriors e dell’Australia può fare qualcosa che fino a qui gli All Blacks non hanno mai fatto: costruire una squadra che giochi per esaltare le caratteristiche del giocatore più sorridente del mondo.
Mo’unga, Barrett e McKenzie hanno alcuni tratti in comune: sono tutti giocatori che amano attaccare la linea in prima persona, dotati di grande rapidità e capaci di mettersi in proprio, diventando la prima minaccia per la difesa. Tuttavia, l’apertura dei Chiefs brilla per rapidità di pensiero ed esecuzione, per capacità di trovare gli spazi sui lati del campo per sé e per i compagni, caratteristiche che non sono mai state esaltate a dovere quando ha indossato la maglia nera della nazionale.
Gli All Blacks hanno un luglio complesso, con Francia, Italia e Irlanda in arrivo nell’isola della lunga nuvola bianca, e un’estate che prosegue con un tour in Sudafrica e tre test contro gli Springboks. Un banco di prova subito ostico per il nuovo staff tecnico, che non ha molto tempo per gli esperimenti e dovrà subito trovare le combinazioni più efficaci in vista del mondiale del prossimo anno. Per Damian McKenzie è finalmente l’occasione per raggiungere un traguardo che in carriera finora gli manca: quello di conquistare con continuità il ruolo di apertura titolare della sua nazionale.
