Dopo che Jenny annegò a Wardie Bay e il suo corpo venne ritrovato nell’estuario che corre sotto le balze di Edimburgo, Scott disse che ogni settimana sarebbe andato a nuotare lì. Era due anni fa, quando le ombre del dolore e della malattia già si stavano allungando sul più giovane dei due Hastings, che se n’è andato domenica 17 maggio a 61 anni, colpito dal linfoma di Hodgkin.
Fratello di Gavin, l’estremo, a cui non mancava di far osservare che di caps ne aveva più lui, 65, Scott è il centro con più presenze nella Scozia. Ed è passato alla storia per un placcaggio decisivo su Rory Underwood, nel pomeriggio ventoso – Murrayfield non aveva ancora la struttura odierna e nelle terraces la gente era fitta come un pudding – che diede alla Scozia la vittoria sull’Inghilterra (di Carling, Andrew, Adcock, Dooley etc), la Calcutta Cup, il Cinque Nazioni e il Grand Slam.
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Era il 17 marzo 1990, San Patrizio, e David Sole, il capitano, mentre gli inglesi saltellavano in campo, fece entrare in campo i suoi con una marcia lenta. E lento e commovente era anche Flower of Scotland, che aveva preso il posto di quella marcetta da turisti, Scotland the Brave. Finì 13-7 per loro e c’è chi la considera l’ora più bella dei blu.
Clifford Hastings, contabile, giocava per i Watsonians, la squadra in cui sarebbero finiti tre dei suoi figli, Gavin, Scott e Ewan. Graeme, il quarto, emigrato in Australia, avrebbe giocato per Victoria. Raccontano che Gavin era affabile ma con una certa riservatezza. Scott era diverso, sempre con un sorriso stampato in volto. “Dopo tanti anni, sapete di cosa mi sono accorto? Che il rugby è la cosa più divertente che ci sia”. Era allegro ed era capace di portare placcaggi che polverizzavano.
Nell’86 la prima della coppia: Scozia-Francia 18-17 con sei calci di Gavin. E nell’89, tour dei Lions in Australia, lui e Gavin entrano nel Guinness ovale: prima coppia di fratelli chiamati in maglia rossa e ricca araldica, per un’avventura oltreoceano. Perdono il primo test ma nel secondo, a Brisbane, un passaggio di Scott per Gavin è vitale per la vittoria. Il rovesciamento verrà al terzo faccia a faccia tra Rossi e Wallabies e determinante sarà l’intesa tra Scott e l’elegante Jeremy Guscott.
Un’immagine che qualcuno ha riesumato appartiene al secondo tour con i Lions, nel ’93, in Nuova Zelanda: sconfitta con Otago, uno zigomo incrinato. Il sorriso non c’è, la determinazione sua e degli altri rimane. Verrà fuori nel secondo test: 20-7 per i tourists guidati da Ian McGeechan, il condottiero con il viso da folletto. La serie è persa ma con l’onore delle armi.
Scott ha lavorato per Stv, per Itv, per la Bbc, ha dato una mano a Doddie Weir per la sua fondazione, al referendum per l’indipendenza aveva votato per Better Together: una repubblica di Scozia lui non la vedeva.
Il giorno dopo, lunedì, a 92 anni, quasi 93, se n’è andato invece Michael John Knight (MJK) Smith, 50 test con l’Inghilterra di cricket, 25 da capitano, l’ultimo che abbia giocato per l’Inghilterra nel cricket e nel rugby: nel ’56 fu in campo da apertura contro il Galles.
