Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Allrugby 210, uscito lo scorso mese di marzo, con il titolo: Dietro la locomotiva il vuoto. Giulio Arletti: “Club ancora ignorati dalla Fir, la mia passione resta grande, ma non è infinita”.
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“Colorno, Noceto, Verona e, prima ancora, Calvisano in difficoltà al punto da ritirarsi dai campionati? Situazioni diverse l’una dall’altra, ma tutte stanno a significare il profondo disagio in cui molti, anzi tantissimi club di ogni livello si trovano a operare di fronte al disinteresse della FIR. Per quanto mi riguarda continuo a lavorare per il bene della Lega dei Club di Élite e del Viadana con la passione di sempre, ma devo anche dire che questa passione non va considerata infinita”.
La voce di Giulio Arletti si incrina un istante quando si appoggia sull’aggettivo infinita, ma è l’unica volta nel corso dell’intervista sullo stato di salute – malferma – del rugby italiano dei club. Per il resto ha le idee assai chiare il presidente della Lega e del Viadana, approdato al rugby da neofita nel 2010 raccogliendo l’invito degli amici dei Caimani del Secchia che, tra l’altro, non è un modo di dire oppure un vezzo esotico, perché effettivamente un caimano da quelle parti, nel mantovano, gode di una certa notorietà sia pure impagliato e ancora parecchio disorientato trovandosi appeso da 500 anni fra gli ex voto del santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie a Curtatone.
Arletti da sette anni è presidente del Viadana che per due volte, l’anno scorso e l’anno prima ancora, ha raggiunto la finale scudetto, mentre da due anni è al timone della rinata Lega dei Club di Élite. Quando non fa il mecenate della palla ovale, il cinquantunenne imprenditore è amministratore delegato di Trienergia (Bondeno di Gonzaga) che nel settore dei più avanzati sistemi fotovoltaici ha sfiorato i 7 milioni di fatturato nel 2024.
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“Le ragioni delle difficoltà dei club citati prima sono differenti – continua Arletti – ma sono tutte legate da un comune denominatore: in Italia le risorse e di fatto le attenzioni federali sono riservate per la quasi totalità al rugby di vertice, insomma alle due franchigie, insomma al gruppo di poco più di 70 atleti che esprime la nazionale insieme agli Azzurri che giocano in Francia e in Inghilterra. Stop. Tutto il resto è affidato, in pratica, alla buona volontà dei club nonostante sia da essi che provengono quasi tutti quei ragazzi che vediamo nel Sei Nazioni e nelle Coppe Europee. Nessuno nega che la nazionale e i ricavi che innesca siano il traino del movimento, ci mancherebbe, ma poi dietro alla locomotiva che cosa c’è?”
Non si è quindi stupito dei casi di Colorno, Noceto e Verona?
“Proprio no. E poi si sa benissimo che, oltre ai quei nomi, se si scendono le categorie non si contano i club anche di lunga tradizione che hanno chiuso i battenti o che si arrabattano in forte difficoltà dovendo spesso unire le forze se si vuole allestire tutta la filiera dei vivai. Una pesante morìa di club per non dire della situazione del Sud, quasi del tutto scomparso dalla mappa del rugby. Del resto sono insostenibili le spese che devono affrontare i club siciliani o sardi per partecipare ai campionati che non siano la serie C. Nazionale e franchigie drenano risorse da un bilancio federale che per fortuna sta diventano meno rosso, ma sotto il vertice il movimento fa e farà sempre più fatica ad avviare al rugby bambini e bambine e a crescere talenti”.
Per i talenti sono state riedificate le Accademie.
“Ecco. E qui cominciano i problemi che sintetizzo così: franchigie, accademie e mettiamoci pure i procuratori che ancora non capisco che cosa ci stiano a fare in un movimento al più semidilettantistico come il rugby italiano”.
Cominciamo dalle franchigie.
“Esistono da ormai 16 anni e non mi pare che abbiano raggiunto chissà quali risultati. Ok, ok, permettono agli Azzurri e agli azzurrabili di giocare a un livello certo più alto del campionato d’Elite. Ma mica io voglio tornare ai club nelle coppe europee, mi rendo bene conto della realtà. Ma poi quali sono i rapporti di Treviso e Parma con i club, se escludiamo il caso di Mogliano satellite del Benetton? Perché l’ascensore “sociale” del rugby continua a funzionare solo in salita e ben poco in discesa, soprattutto nel caso delle Zebre? Non potrebbe, non dovrebbe esserci una ridistribuzione dei giocatori che non vanno sul foglio-partita? Qual è il ruolo di raccordo della FIR, che pure investe ogni anno 10 milioni sulle franchigie?”.
Quella somma dovrebbe essere stanziata per i club di Élite e magari serie A con il risultato di trasformarsi in coriandoli?
“Non dico questo, mai parlato, per Viadana e per la Lega, di finanziamenti a pioggia. Ma almeno meritiamo chiarezza, trasparenza e partecipazione alle decisioni che ci riguardano. Da anni siamo tagliati fuori da tutto”.
Per l’Élite mancheranno i fondi, ma non le ipotesi: 8 club senza retrocessioni, “zoppo” a 9 per il ritiro del Colorno, a 10 la prossima stagione senza che quest’anno qualcuno retroceda, a 12 dalla stagione 2027/2028, con tre promosse o forse solo due…
“Ecco, veda lei se è possibile programmare in questo scenario. Per di più restano situazioni non standard come appunto il Mogliano legato al Treviso oppure le Fiamme Oro che mettono in campo non dico professionisti a tempo pieno, ma stipendiati a tutti gli effetti. Un panorama non troppo equo. Ad esempio, non si era detto di assegnare alle Fiamme lo sviluppo del rugby Seven, sport che va alle Olimpiadi?”.
Veniamo alle Accademie: difficile sostenere che non siano utili in un movimento che appunto alla base fa fatica a trovare risorse per la qualità.
“Invece credo che sarebbe meglio aiutare i club a crescere i talenti del vivaio. Ma mettiamo pure che ciò non sia possibile, almeno in tempi accettabili per non creare vuoti fra le generazioni. Ora però accade che i club facciano i salti mortali per allestire i vivai vincendo la concorrenza di mille altri sport, per stipendiare tecnici competenti e preparatori atletici, per creare facilitazioni (impianti, trasporti, spogliatoi) che costano sempre di più, tipo i 50mila euro che spendiamo a Viadana per le bollette elettriche dell’impianto, per aiutare i ragazzi e le loro famiglie magari nel recupero dagli infortuni, ecco mettiamo tutto questo e poi che cosa resta ai club quando un talento viene reclutato dalle accademie già a 16 anni? Oppure quando un ragazzo poco più grande viene illuso da un procuratore per trasferirsi in un altro club o all’estero? Non resta nulla o quasi perché le indennità, in questi casi, sono una minimissima parte di quanto il club ha speso per la formazione del ragazzo. E poi si rischia di perdere anche qualcosa di non valutabile in euro, ma ugualmente importante: si perde la relazione fra il ragazzo e il club, diciamo l’attaccamento alla maglia del club di origine. Non crede che la Fir che allestisce le Accademie dovrebbe farsi parte di questi problemi?”.
E i procuratori? Senza di loro come reclutare, ad esempio, i tanti giocatori di scuola argentina che tengono il Viadana in alto nella classifica dell’Élite?
“Guardi, si sbaglia proprio. Da quando sono presidente, Viadana non si affida ai procuratori che, ripeto, per me non dovrebbero avere voce in capitolo nel rugby italiano soprattutto se si scende nelle categorie sotto l’Élite. E lo sa che accade che il ragazzo che è nato e cresciuto nel club si ripresenti qualche anno dopo accompagnato dal procuratore dopo essere stato in Accademia o in un’altra squadra?”.
Ma come individuate allora i giocatori?
“Ci affidiamo ai dati, alle statistiche, ai curricula, a volte può capitare la segnalazione di qualche amico, di qualche ex giocatore”.
Sembra il film Moneyball con Brad Pitt.
“A ogni modo a Viadana lavoriamo in questo modo. E non ci curiamo delle critiche tipo “eh, quanti argentini” perché poi tutti tacciono se si fa qualche nome tipo, uno per tutti, Nacho Brex che mi pare faccia molto bene alla nazionale. Beh, qualcuno qualche anno fa l’ha individuato e accolto in Italia, ma nemmeno questo esempio sembra spingere la Federazione a cambiare atteggiamento con i club. L’Élite, salvo uno o al massimo due casi a stagione da tempo non è più un trampolino per la nazionale. Nonostante ciò i club come Viadana e altri continuano a crescere tanti talenti italiani”.
Lei è nel rugby da 16 anni e tiene in piedi un club che ogni stagione permette a centinaia di ragazzi di giocare a rugby: è cambiato qualcosa nei rapporti con gli enti locali?
“Purtroppo poco o niente, il rugby, nonostante gli ultimi successi della nazionale, resta marginale. È un paradosso, ma sembra che si preferisca costruire rotonde per la viabilità invece che campi sportivi. Credo che con il Pnrr siano stati costruiti appena due impianti per il rugby e qui chiamo in causa Fir ed Enti locali. Sempre più difficile anche reperire sponsor. Eppure la valenza sociale di un club dovrebbe essere ben percepita prima di tutto dagli amministratori locali”.
Valenza sociale richiama al mecenatismo di imprenditori come lei.
“Già, e in particolare nel rugby che richiede di calamitare e allenare un numero di ragazzi e ragazze assai più alto che per basket o pallavolo”.
Ma i club, stante le crescenti difficoltà economiche, non si dovrebbero tarare su ciò che offre il territorio, su un’autarchia che non richieda ingaggi di giocatori da fuori necessari per puntare a obbiettivi di vertice che a volte pregiudicano irrimediabilmente l’assetto del club? Ci sono squadre anche di lungo corso che ormai hanno solo una piccola rappresentanza di giocatori locali.
“Ognuno deve fare con i mezzi che ha e che sono messi al servizio anche di legittime ambizioni. Peraltro a Viadana puntiamo ogni anno a tenere il bilancio sotto quello di club ben più blasonati. E il territorio più di tanto non può dare se non si hanno i mezzi per coltivarlo. La FIR, per dire, ci sprona ad andare nelle scuole, ma chi può permettersi queste iniziative? Ciò che non è accettabile è che manchi la collaborazione della federazione nel costruire un nuovo movimento che tenga conto di tutte le esigenze, un movimento non più sbilanciato solo su un vertice ristrettissimo e che riconosca ai club il merito di tenere in vita le radici del rugby ovvero il futuro dello stesso movimento”.
La sua più grande soddisfazione da presidente?
“Portare il Viadana nella prima finale scudetto”
La sua più amara delusione?
“Perderla”.
E’ già scritta la data di scadenza sulla sua passione per il rugby?
“No, ma ripeto che non è infinita”.
