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A cosa servono le franchigie?

Create, non senza polemiche (remember Pretoriani…) la due franchigie italiane, Zebre e Benetton, avevano in origine un doppio scopo: creare un ponte di interesse, anche mediatico, fra il Sei Nazioni e i test estivi e fra questi e quelli autunnali, insomma dare continuità al rugby di alto livello al di fuori delle finestre internazionali; e creare un ulteriore gradino di sviluppo agonistico nella filiera formativa azzurra, non essendo il massimo campionato (oggi Serie A Elite) ritenuto sufficiente per proiettare gli atleti nell’arena dei test match.

A distanza di sedici anni proviamo ad analizzare l’effetto di questa scelta epocale dal punto di vista di questi due obiettivi.

Sul piano mediatico è indiscutibile che né Zebre né Benetton sono riuscite a travalicare i propri confini locali.

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Ignorate dalla stampa nazionale, le partite delle due formazioni, su Sky, non superano, quando va bene, i 15 mila spettatori. Non per fare confronti impropri, ma la serie A di volley femminile, sulla Rai, in chiaro, ne fa oltre 400 mila. Il campionato di serie A di basket, tra Cielo e Sky supera gli ottantamila. Insomma l’URC non è diventata passione italiana come diceva una volta del rugby uno slogan federale.

Sul piano tecnico, poi, le franchigie non hanno fermato l’emorragia di giocatori verso i più remunerativi campionati esteri, Top14 e Premiership. I prossimi a passare il confine saranno Tommaso Menoncello e Malik Faissal.

Del resto, lo scorso novembre, nei 23 schierati a Udine contro l’Australia, i giocatori tesserati per un club francese o inglese erano 12, nove quelli inseriti nel XV titolare. Un dato che riporta alle stagioni 2007 e 2008, pre-Celtic League.

Lo stesso Quesada ha detto più volte che preferirebbe avere i giocatori della nazionale tutti in Italia, salvo poi addolcire la pillola, rilevando che più atleti vanno all’estero, più spazio di alto livello si crea per quelli che rimangono nel nostro Paese.

formazione zebre dragons

Purtroppo non è proprio così, perché quando i venti internazionali azzurri di Treviso non sono disponibili, il club ricorre spesso, in gran numero, agli stranieri: il 28 febbraio, in mezzo al Sei Nazioni, i non eleggibili messi a referto dal Benetton contro i Dragons erano 11, altrettanti il 21 marzo contro gli Ospreys.

Sul tema, lo stesso Calum MacRae aveva risposto così a Allrugby, qualche mese fa: “Per noi avere più di venti giocatori impegnati con l’Italia è un motivo di grande orgoglio, un segno di apprezzamento del nostro lavoro. Dall’altro lato è una sfida perché vuol dire che devi far fronte ai momenti in cui questi ragazzi non sono a disposizione del club. Gli argentini per esempio saranno qui durante il Sei Nazioni.”

“Gli stranieri servono non solo per colmare questi vuoti, ma anche per far crescere i giovani, giorno per giorno, settimana dopo settimana. E non puoi farli giocare solo quando ti mancano tutti gli altri. Perché l’obiettivo di ogni allenatore e di ogni squadra resta quello di vincere più partite possibile, ed è chiaro che se hai un campione del mondo come Malakai Fekitoa il suo apporto è impagabile, dentro e fuori dal campo”.

Fatto sta che nelle ultime due stagioni il Benetton non è riuscito a raggiungere il traguardo dei playoff e allora forse andrebbe definito meglio il progetto sportivo: la priorità è vincere oppure dare una mano alla crescita dal movimento, in cambio dei 4 milioni che la FIR versa ogni stagione nelle casse del club? O magari cercare con equilibrio di perseguire entrambi gli obiettivi?

Perché sui 1760 minuti di URC e Challenge Cup disputati finora, Nicholas Gasperini, protagonista della vittoria di sabato scorso contro il Leinster, in questa stagione è stato utilizzato per poco più di 300 contro i 500 di Siua Maile e i quasi 800 di Bautista Bernasconi. E Giulio Marini per 430 contro i quasi 800 di Eli Snyman e i 660 di So’otala Fa’aso’o.

Nella rosa dei Glasgow Warriors i giocatori non eleggibili sono in tutto sei, in quella del Munster altrettanti, Edimburgo ne ha otto che non possono giocare per la Scozia, i Dragons cinque, Cardiff otto. Il Benetton ne ha quindici.

Poi c’è un altro problema: il coordinamento tra le due franchigie. Tra seconde e terze linee, Benetton ha otto atleti stabilmente convocati con l’Italia, le Zebre solo due, nessuno dei quali titolare (Odiase e Locatelli). Forse una ripartizione un briciolo più equilibrata farebbe comodo a entrambi i club.

Dal prossimo luglio, nei successivi venti mesi, la nazionale giocherà non meno di 23 partite, Mondiali compresi. Per il Benetton potrebbe voler dire un bagno di sangue, per far fronte al quale servirà una rosa molto larga: con quali caratteristiche, visto che ci sarà gente che in quel periodo non potrà disputare con il club più di una dozzina di partite?

Matteo Midena, per esempio, classe 2005, ha disputato in maglia biancoverde solo 29 minuti. Non avrebbe potuto in questi mesi fare un po’ di apprendistato alle Zebre? Che peraltro hanno annunciato tra i partenti, a fine stagione, Giacomo Milano (è già al Valorugby), classe 2005, ex capitano della nazionale U20: complice un serie di infortuni, nell’arco dell’intera stagione è stato utilizzato per meno di 30 minuti. Speriamo che a Reggio non esca dai radar dell’alto livello, anzi che la formazione di Marcello Violi sia per lui un’occasione di rilancio.

Sarebbe interessante insomma mettere in chiaro una volta per tutte quali sono gli obiettivi delle due squadre e come vengono valutati i loro risultati, in base a quali parametri e attraverso quali elementi di controllo e di analisi. Che input vengono dati ai loro tecnici e a chi rispondono, a quale organo federale. A Gonzalo Quesada?

Due anni fa, per esempio, la federazione irlandese ha vietato alle quattro formazioni provinciali irlandesi di ingaggiare nuovi stranieri in prima linea per evitare che, dopo la generazione dei Porter e dei Furlong, la nazionale si trovi scoperta in quelle posizioni. L’arrivo di Allan alle Zebre, in casa nostra, coprirà le spalle a Paolo Garbisi in maglia azzurra al massimo fino al prossimo Mondiale. Ma per la maglia numero 10, dietro a Giacomo Da Re, 27 anni, non si vede una grande programmazione di filiera. Dei mediani di apertura delle ultime nazionali U20, Sante, Teneggi, Brisighella, Ferrarin, Marin, solo quest’ultimo è approdato in franchigia. Dove però non gioca mai numero 10.

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